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giugno 2019

In questa pagina:
l'immagine del mese; la parola del mese (Sogno); invito alla lettura; note musicali; un brano di prosa e una filastrocca; rilanci e riprese da "Scuola e Formazione"; giornate e ricorrenze particolari (anche per la didattica).
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L'ILLUSTRAZIONE

Se e quanto le volpi siano furbe o siano sciocche io non lo so.

So che mi fanno simpatia; anche quella della favola che si auto-consola raccontandosi "la favola dell'uva acerba".

Così, la mia, l'ho pensata carina e divertente, anche perché (forse) si sta dicendo: "bella questa vite e questi grappoli ma chi è così sciocco da credere che io sia golosa di uva?".

In ogni caso, anche per le volpi, ormai, la vita è dura: ne ho incontrate un paio, di notte, per le strade di città.

Eva Kaiser

Il decimo mese

Ottobre: termina la vendemmia, si prepara il vino e si raccolgono gli ultimi frutti.
Nel calendario romano, che iniziava con il mese di marzo, ottobre era l’ottavo mese; di qui il suo nome. Tanti i proverbi popolari che fanno riferimento al tempo e alla stagione agricola che ormai si chiude.

Ottobre è bello, ma tieni pronto l'ombrello
Ottobre piovoso, campo prosperoso
Ottobre gelato, ogni insetto è debellato
Se ottobre è birichino, addio mosto, addio vino
In Ottobre semi in pugno, se vuoi mietere di Giugno...

Il 4 ottobre si ricorda la figura di san Francesco d'Assisi, protettore dell'Italia. Un santo "ecologista" e "ambientalista"; basta andare al suo Cantico delle Creature, con frate Sole e sora Luna, sora Acqua e frate Focu e arrivare così a nostra matre Terra che produce diversi fructi con coloriti flori et herba.
Molti i film su san Francesco; Liliana Cavani ne ha fatto tre, da ricordare sicuramente i primi due: il primo, in bianco e nero, interpretato da Lou Castel prodotto nel 1966, il secondo del 1989, interpretato da Mickey Rourke e Helena Bonham Carter nel ruolo di Chiara.
Fino al 1976 l'avvio dell'anno scolastico era il 1° ottobre e già il 4 (san Francesco) era giorno di vacanza. Altri tempi!

Proverbi

Acqua di giugno rovina il mugnaio.

Biondo ondeggia di giugno il grano, pronto sta il contadino con falce in mano.

Giugno ventoso, porta presto il grano sull’aia.

In giugno, in bene o in male, c'è sempre un temporale.

Se piove a santa Desiderata casca l’uva e resta la grata.

Se fa freddo a san Luigino, farà caldo a san Paolino.

Per San Paolino c'è il grano e manca il vino.

La vigilia di San Giovanni, piove tutti gli anni.

Quando piove il giorno di San Vito il prodotto dell'uva va sempre fallito.

Se marzo non marzeggia, giugno non festeggia.

Per san Vito il merlo becca moglie e marito.

Di maggio ciliege per assaggio… di giugno ciliege a pugno.

San Pê u ne voeu un cun lê
(S. Pietro ne vuole uno con lui; invito a non fare bagni in mare prima di S. Pietro)

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LA PAROLA DEL MESE

SOGNO

di Gianni Gasparini

Il sogno è il tramite privilegiato tra l’oggi e il domani, il ponte etereo lanciato verso un futuro che verrà e che porterà – si spera – bellezza, pienezza e compimento.

“Che si possano realizzare i tuoi sogni” è augurio tra i più intensi che una persona possa esprimere e un’altra possa ricevere. È appena il caso di notare che i sogni dell’altro si potranno realizzare in direzioni diverse da quelle auspicate da chi formula l’augurio. Ciascuno sogna i propri sogni, ma in ogni relazione autentica il sogno proprio costeggia quello di altri, lo interseca e talvolta lo condivide: così accade per i sogni che riguardano la persona amata, i figli, gli amici più cari. I nostri sogni accompagnano con speranza e tremore lo svolgersi della vita di coloro che non hanno ancora definito la loro strada nel mondo: i figli, i nipoti, i piccoli.

Al di fuori della famiglia, per chiunque svolga una funzione educativa nella scuola o in altri ambiti formativi, credo sia fondamentale immettervi la dimensione del sogno, affinché il rapporto educativo non si riduca a doveri di ruolo o a performances da raggiungere. Danilo Dolci, indimenticabile figura di educatore, scrisse in una poesia molti anni fa che è bene sognare gli altri “come ora non sono”, perché “ciascuno cresce solo se è sognato”. La crescita avviene cioè se c’è un altro che cerca di tirar fuori da lui (educere) le sue potenzialità e virtualità, con benevolenza e rispetto della sua libertà. La parola-chiave è qui fiducia: al centro di tale sogno sta infatti la fiducia dell’educatore nell’educando. Quando essa diventa reciproca, produce il miracolo della crescita, della consapevolezza di poter fare ciò che prima non si sapeva fare o sembrava impossibile. In taluni casi la crescita comporta la vera e propria scoperta di una vocazione singolare, di un talento raro.

Accompagnare il sogno della persona da educare fa crescere nello stesso tempo colui educa, lo conduce verso mete più alte. Accade qui qualcosa di simile all’esperienza del dono: chi dà riceve e chi riceve ridonerà poi nel tempo, liberamente.

Il sogno, ad ogni modo, si presta a illustrare molteplici, fondamentali aspetti della condizione umana. Vi è anzitutto da tener presente l’accezione prima e più corrente di sogno, quella che lo considera un fenomeno tipico che si manifesta nel sonno, in certe sue fasi; vi è poi il sogno come daydreaming, o “sognare ad occhi aperti”, la rêverie su cui ha molto scritto il filosofo francese Gaston Bachelard. Un’altra accezione molto frequente di sogno è appunto quella di cui si è parlato finora: si tratta del sogno in quanto proiezione e immagine di desideri e aspirazioni profonde, pur se ardui da raggiungere. Comunque lo si voglia considerare, il sogno rappresenta una sorta di universo parallelo rispetto alla condizione della realtà concreta, quella rappresentata per ognuno dallo stato di veglia: un mondo le cui manifestazioni s’intrecciano continuamente con la vita ordinaria, con influenze e condizionamenti reciproci.

Da più di un secolo la psicoanalisi di Freud, a cui ha fatto seguito quella di Jung, ha messo in luce l’inconscio, quella parte essenziale di noi che si esprime nel sonno e nel sogno, ma sappiamo che già nelle società antiche l’attività onirica era considerata di grande importanza e veniva fatta oggetto di interpretazioni. Se prendiamo la Bibbia, l’Antico Testamento porta parecchie testimonianze di sogni che venivano interpretati in quanto profezie, divinazioni o annunci di eventi decisivi sia positivi che negativi riguardo alla vita di un individuo o di un popolo.

Nel Nuovo Testamento, la presenza di sogni è legata all’apparizione di angeli e svolge un ruolo decisivo in alcuni personaggi-chiave, in primis in Giuseppe sposo di Maria. Egli viene avvisato in sogno ripetutamente da un angelo del Signore sulle decisioni corrette da assumere (Vangelo di Matteo, 1-2): la prima e più importante riguarda il prendere in sposa Maria che prima della convivenza è già incinta per opera dello Spirito Santo. Successivamente, in altri tre sogni l’angelo indica a Giuseppe i trasferimenti da compiere per sfuggire ai pericoli che insidiano il bambino: essi si traducono nella fuga in Egitto (ampiamente presente nell’iconografia cristiana), nel ritorno dall’Egitto e nello spostamento a Nazareth in Galilea, dove Gesù trascorre la prima parte della sua vita con Giuseppe e Maria. Un altro sogno, riferito nello stesso vangelo di Matteo, è quello fatto dai Magi, i re che guidati da una stella erano giunti a Betlemme per adorare il piccolo Gesù: essi obbediscono all’avvertimento di un angelo di non passare al ritorno a Gerusalemme, dove Erode li attendeva.

Nella letteratura il tema del sogno come ambito contrapposto dialetticamente alla realtà è oggetto di un’opera classica del periodo barocco spagnolo, La vita è sogno di Calderón de la Barca. Il nodo attorno al quale si sviluppa la pièce è dato dal rapporto ambivalente e irrisolto tra la realtà e l’universo parallelo del sogno, che esso sia realistico o meno. Sigismondo, il protagonista, principe destinato al trono ma segregato in una torre dove gli viene tenuta nascosta la sua identità, vive volta per volta il sogno come esperienza onirica, sogno ad occhi aperti o illusione. Alla fine la verità trionferà e Sigismondo si renderà conto di essere veramente principe, ma questo non gli impedirà di riconoscere la sconcertante contiguità tra realtà e sogno-illusione: “Tutta la vita è sogno, / e i sogni, sogni sono”. Il sogno, alla fine, è metafora della vita; e la felicità umana, conclude il protagonista, scorre e passa come un sogno.

Il sogno è un ambito privilegiato dell’immaginazione letteraria e di quella poetica in senso stretto. In uno dei classici della letteratura giovanile, Alice nel paese delle meraviglie, la narrazione di Lewis Carroll segue con grande varietà di situazioni una serie di esperienze oniriche dove vengono alterati il tempo, lo spazio, i criteri di razionalità e l’identità stessa della protagonista: ma tali esperienze sono nello stesso tempo l’espressione della fervida immaginazione letteraria dell’autore, e quindi espressione di sogno nell’altro senso. Anche Carroll riprende, in Attraverso lo specchio, la storia che fa seguito ad Alice nel paese delle meraviglie, il tema del rapporto-sconfinamento tra sogno in senso onirico, proiezione immaginaria di desiderio e realtà, come indica la conclusione “E cos’è, se non un sogno, la vita?”.

Torniamo al sogno come espressione di aspirazioni, di desiderio intenso di una realizzazione che riguardi se stessi o altri e che si presenti difficile e incerta. Il sogno sembra riferirsi ad aspetti specifici, a singoli ambiti, ad achievements di un tipo piuttosto che di un altro: come i sogni di amore, di salute e di giovinezza, di benessere, di conoscenza, di imprese da compiere; o come i sogni di pace.

Tuttavia, a ben vedere, il sogno non può essere sezionato, non può essere – a rigore – neppure limitato da aggettivi o specificazioni. Il sogno è indefinito e indefinibile. Il suo carattere è la tensione verso l’alto, ciò che è sempre più alto e senza misura. Il suo tentativo è quello di avvicinare alle esperienze che trascendono l’umano, al senza-tempo, a quel “punto d’intersezione del senza tempo col tempo” di cui parla T.S. Eliot nei “Dry Salvages” dei Quattro quartetti.

In fondo, è il sogno il proprium del poeta, della poesia alta e pura. Chi se non il poeta potrà cercare di parlare del sogno dell’uomo? Pur consapevole dei propri limiti e balbettii, il poeta riesce talvolta a ritrasmettere al mondo il dono di parola che attraverso l’ispirazione, la musa degli antichi, gli è stato fatto. Ed è, questo, il dono di evocare l’empito incancellabile dell’uomo, di alludere con parole esatte all’oltre-umano, a quel trasumanare (per riprendere Dante) che è la meta agognata o inconsapevole di ogni viaggio nel tempo.

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INVITO ALLA LETTURA

a cura di Mario Bertin

Non restava che andar via. Ma dove?

Oprecht und Helbling, Zurigo 1933

Il poco grano che sarebbe dovuto rientrare a Fontamara, dopo il raccolto in corso, era stato accaparrato dall’impresario fin dal mese di maggio, quando era ancora verde, per centoventi lire al quintale. A noi era sembrato un’occasione da non lasciarsi sfuggire e anzi ci meravigliavamo che l’Impresario, di solito così previdente, osasse acquistare grano nel mese di maggio, quando ancora nessuno può prevedere il prezzo del mercato. Ma noi avevamo bisogno di denaro e senza pensarci tanto avevamo venduto il grano ancora verde e la stessa cosa avevano fatto i cafoni dei villaggi vicini. Durante la mietitura ci si svelò il mistero: il Governo fece una legge speciale in favore del grano nostrano e il prezzo di esso salì di colpo da centoventi a centosettanta lire al quintale. Evidentemente l’Impresario doveva aver avuto sentore della legge fin dal mese di maggio. Egli guadagnò senza fatica cinquanta lire su ogni quintale del nostro grano, prima ancora che esso fosse raccolto. Così tutto il profitto della coltivazione del nostro grano era andato all’Impresario. Tutto il profitto dell’aratura, della pulitura, della mietitura, della trebbiatura, tutto il profitto d’un anno di lavoro, di sudore, di pena, di sofferenza era andato a quel forestiero che con la terra non aveva avuto niente a che fare. I cafoni aravano, spianavano, zappavano, mietevano, trebbiavano e, quando tutto era finito, interveniva un forestiero e raccoglieva il guadagno.
Chi poteva protestare? Non si poteva nemmeno protestare. Tutto era legale. Solo la nostra protesta sarebbe stata illegale.
Da vario tempo tutti i furti contro i cafoni erano legali. Quando non bastavano le vecchie leggi venivano fatte leggi nuove.
“Qui non resto” mi ripeteva Bernardo in angustia. “Devo andar via. Ma dove?”.

Ignazio Silone, Fontamara in Silone. Romanzi e Saggi. 1927-1944, Mondadori 1998, pp. 127-128

Ignazio Silone

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SUGGESTIONI A PROPOSITO DELL'ILLUSTRAZIONE DEL MESE

La volpe e l'uva

La volpe e l'uva è una delle più celebri favole attribuite a Esopo, ripresa in latino da Fedro e citata poi innumerevoli volte in molti testi, riproposta in rima anche da Jean de La Fontaine. È una metafora del vizio tutto umano di giustificare uno scacco passandolo come scelta di volontaria e razionale, atteggiamento che in psicologia sociale viene classificato come dissonanza cognitiva.

Trama
Il testo latino di Fedro:
«Fame coacta vulpes alta in vinea uvam adpetebat, summis saliens viribus. Quam tangere ut non potuit, discedens ait: "Nondum matura est; nolo acerbam sumere." Qui, facere quae non possunt, verbis elevant, adscribere hoc debebunt exemplum sibi
Trad. «Spinta dalla fame una volpe tentava di raggiungere un grappolo d'uva posto sin alto sulla vite, saltando con tutte le sue forze. Non potendo raggiungerla, esclamò: "Non è ancora matura; non voglio coglierla acerba!". Coloro che sminuiscono a parole ciò che non possono fare, debbono applicare a se stessi questo paradigma.»

La volpe e la cicogna

La volpe è protagonista anche di un’altra favola di Fedro, la numero 26 del primo libro.

Non si deve nuocere a nessuno: ma se qualcuno l’avrà fatto, la favoletta avverte che potrà essere punito allo stesso modo. Si racconta che la volpe, per prima, avesse invitato a pranzo la cicogna e le avesse preparato, in un piatto, un brodo liquido, che la cicogna, affamata, non poté neanche assaggiare.
Questa poi, ricambiando l’invito, le pose davanti una bottiglia piena di cibo sminuzzato: inserendovi il becco, essa stessa si sazia e tormenta la commensale con la fame. E mentre quella leccava invano il collo della bottiglia, sappiamo che così parlò l’uccello migratore: «Ciascuno deve sopportare di buon animo gli esempi che ha dato».

La volpe nei proverbi

Molti i detti e i proverbi che hanno come protagonista la volpe. Ne scegliamo due dialettali (anche i dialetti hanno un preciso valore formativo) in una lingua di radice ligure detta tabarchina usata a Carlo Forte e nell'isola di San Pietro in Sardegna.
A vurpe a perde u pài ma u vissiu mai (La volpe perde il pelo ma non il vizio; si può mutare d'aspetto, ma ciò che si è dentro rimane tale e quale).
Avai l'urpe sutta l'ascelle (Avere la volpe sotto l'ascella, cioè nascondere qualcosa, ma senza riuscirci del tutto; della volpe celata, traspare comunque quasi sempre la coda).

Il Principe - Niccolò Machiavelli

La scelta della volpe come raffigurazione dell’astuzia la troviamo, oltre che nei proverbi, anche in testi classici e importanti. Si veda per esempio come viene utilizzata da Machiavelli (in coppia con il leone) per definire il profilo e le caratteristiche del suo Principe.

CAPITOLO XVIII
In che modo i Principi debbino osservare la fede

Quanto sia laudabile in un Principe mantenere la fede, e vivere con integrità, e non con astuzia, ciascuno lo intende. Nondimeno si vede per esperienzia, ne’ nostri tempi, quelli Principi aver fatto gran cose, che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con astuzia aggirare i cervelli degli uomini, ed alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in su la lealtà. Dovete adunque sapere come sono due generazioni di combattere: l’una con le leggi, l’altra con le forze. Quel primo è degli uomini; quel secondo è delle bestie; ma perchè il primo spesse volte non basta, bisogna ricorrere al secondo. Pertanto ad un Principe è necessario saper ben usare la bestia e l’uomo. Questa parte è stata insegnata a’ Principi copertamente dagli antichi scrittori, i quali scrivono come Achille e molti altri di quelli Principi antichi furono dati a nutrire a Chirone Centauro, che sotto la sua disciplina gli custodisse; il che non vuol dire altro l’avere per precettore un mezzo bestia e mezzo uomo, se non che bisogna a un Principe sapere usare l’una e l’altra natura, e l’una senza l’altra non è durabile. Essendo adunque un Principe necessitato sapere bene usare la bestia, debbe di quella pigliare la volpe e il lione; perchè il lione non si defende da’ lacci, la volpe non si defende da’ lupi. Bisogna adunque essere volpe a cognoscere i lacci, e lione a sbigottire i lupi. Coloro che stanno semplicemente in sul lione, non se ne intendono. Non può pertanto un Signore prudente, nè debbe osservare la fede, quando tale osservanzia gli torni contro, e che sono spente le cagioni che la feciono promettere. E se gli uomini fussero tutti buoni, questo precetto non saria buono; ma perchè sono tristi, e non l’osserverebbono a te, tu ancora non l’hai da osservare a loro. Nè mai a un Principe mancheranno cagioni legittime di colorare l’inosservanza.
Di questo se ne potriano dare infiniti esempi moderni, e mostrare quante paci, quante promesse siano state fatte irrite e vane per la infedeltà de’ Principi; e a quello che ha saputo meglio usare la volpe, è meglio successo. Ma è necessario questa natura saperla bene colorire, ed essere gran simulatore e dissimulatore; e sono tanto semplici gli uomini, e tanto ubbidiscono alle necessità presenti, che colui che inganna, troverà sempre chi si lascerà ingannare. Io non voglio degli esempi freschi tacerne uno. Alessandro VI non fece mai altro che ingannare uomini, nè mai pensò ad altro, e trovò soggetto di poterlo fare; e non fu mai uomo che avesse maggiore efficacia in asseverare, e che con maggiori giuramenti affermasse una cosa, e che l’osservasse meno; nondimanco gli succederono sempre gl’inganni, perchè cognosceva bene questa parte del mondo. Ad un Principe adunque non è necessario avere in fatto tutte le soprascritte qualità, ma è ben necessario parere d’averle. Anzi ardirò di dire questo, che avendole, ed osservandole sempre, sono dannose; e parendo d’averle, sono utili; come parere pietoso, fedele, umano, religioso, intero, ed essere; ma stare in modo edificato con l’animo, che bisognando, tu possa e sappi mutare il contrario. E hassi ad intendere questo, che un Principe, e massime un Principe nuovo, non può osservare tutte quelle cose, per le quali gli uomini sono tenuti buoni, essendo spesso necessitato, per mantenere lo Stato, operare contro alla umanità, contro alla carità, contro alla religione. E però bisogna che egli abbia un animo disposto a volgersi secondo che i venti e le variazioni della fortuna gli comandano; e, come di sopra dissi, non partirsi dal bene, potendo, ma sapere entrare nel male, necessitato.
Deve adunque avere un Principe gran cura, che non gli esca mai di bocca una cosa che non sia piena delle soprascritte cinque qualità, e paia, a vederlo e udirlo, tutto pietà, tutto integrità, tutto umanità, tutto religione. E non è cosa più necessaria a parere d’avere, che quest’ultima qualità; perchè gli uomini in universale giudicano più agli occhi che alle mani, perchè tocca a vedere a ciascuno, a sentire a’ pochi. Ognuno vede quel che tu pari; pochi sentono quel che tu sei, e quelli pochi non ardiscono opporsi alla opinione de’ molti, che abbiano la maesta dello stato che gli difende; e nelle azioni di tutti gli uomini, e massime de’ Principi, dove non è giudizio a chi reclamare, si guarda al fine. Facci adunque un Principe conto di vivere e mantenere lo Stato; i mezzi saranno sempre giudicati onorevoli, e da ciascuno lodati; perchè il vulgo ne va sempre preso con quello che pare, e con l’evento della cosa; e nel mondo non è se non vulgo; e gli pochi hanno luogo, quando gli assai non hanno dove appoggiarsi. Alcuno Principe di questi tempi, il quale non è bene nominare, non predica mai altro, che pace e fede; e l’una e l’altra, quando e’ l’avesse osservata, gli arebbe più volte tolto lo Stato, e la riputazione.

La caccia alla volpe

Parlando di questo animale non si può evitare di fare riferimento alla sua caccia, e agli scenari e ai riti con cui questa attività equestre si è sviluppata nei grandi spazi della campagna inglese. Ma se le sue origini possono essere trovate in tempi in cui i contadini, con l’aiuto dei cani le cacciavano per un loro aumento incontrollato e quindi pericoloso per l’economia rurale, da tempo ormai questo non ha più nessuna giustificazione. Nel 2005 in Inghilterra, Galles e Scozia la caccia alla volpe tradizionale con muta di cani e cavalli è stata definitivamente abolita. In ogni caso noi riteniamo più simpatico rimandare alla simpatica scena che si vede in Mary Poppins.

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NOTE MUSICALI

a cura di Francesco Ottonello

Franz Liszt (1811 – 1886):Le Rossignol (dalle Deux Mélodies Russes)

Nel 1842 Liszt scrisse il brano pianistico intitolato Le Rossignol, traendo ispirazione da una melodia tipica della tradizione russa. La composizione lisztiana è ripresa da una canzone del compositore russo Alexander Alexandrovich Alabieff e costituisce un dittico à la russe insieme ad un’altra trascrizione, la Chanson bohémienne, ripresa da Piotr Petrovich Boulakhov.
Le Rossignol è caratterizzato da cenni di quel tipico tratto lisztiano, il virtuosismo funambolico, che ne pervade la deliziosa quanto semplice melodia. L’impronta di Liszt sul modello originale si fa sentire in maniera abbastanza marcata cosicché il lavoro, nella nuova veste, assume una piena e autonoma dignità compositiva.
Il brano si avvia in maniera gentile e delicata, soave, con un tintinnare nel registro acuto del pianoforte. Il tintinnio si sviluppa e contamina il tessuto musicale fino ad imporsi come elemento virtuosistico, sovrapposto al tema principale.
Il tema principale dell’Usignolo, tipicamente romantico, è seguito da un secondo tema vivacissimo che, per il modo in cui viene trattato da Liszt, sembra occhieggiare alcune Rapsodie Ungheresi, con la loro componente esotica e popolareggiante.
Si ritorna quindi alla melodia lenta dell’inizio, che ora ha assunto un carattere più stabile e sonoro, ma la chiusa non può essere che una celebrazione dell’usignolo, ed ecco che la melodia fugge via svolazzando e scomparendo, pianissimo.

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LA SCUOLA C'È. LA SCUOLA È...

I volti e i luoghi delle scuole italiane animano il calendario che la CISL Scuola ha prodotto per il 2019. Per ognuno dei dodici mesi dell'anno, un breve film racconta la presenza della scuola in ogni angolo del Paese; ambienti, età, situazioni diverse compongono un caleidoscopio vivente nel quale si moltiplicano immagini che ci restituiscono la varietà e la bellezza di ciò che la scuola riesce ad essere, ogni giorno, per tutti e dovunque.
Per ogni mese del calendario uno specifico "codice a barre" del tipo QR code dà accesso, per chi lo inquadra col suo smartphone, alla pagina web che ospita il breve film realizzato per noi da Giovanni Panozzo. Un giro d'Italia per dirci ogni volta, in luoghi diversi, che la scuola c'è, e ciò che riesce ad essere grazie alla straordinaria energia che la muove.

Il film del mese di giugno

"Senza zaino"

Ci sarà anche un po' di confusione in questa scuola, ma è quella sana, di un protagonismo attivo, dinamico e responsabile di ciascuno in una scuola che vuole esaltare il valore della partecipazione in prima persona alla vita della "comunità educativa". Il set del film di giugno è l'Istituto Comprensivo "Aristide Gabelli" di Bari.

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GLI AQUILONI

Aquilone di giugno

Volava di giugno, il mese che inaugura l'estate con tripudi d'acque, d'erbe e di colori.

Gli piaceva esplorare alcuni valloni discosti e quasi abbandonati dai viandanti, dove le fioriture si susseguivano sui pendii. Ogni anno tornava a visitare il bosco punteggiato dagli ultimi anemoni sulfurei, il valico delle mille genziane, il giardino naturale delle peonie che offrivano agl'insetti impollinanti gli ampi calici mielosi. E, nei pressi di una cima arrotondata, si abbassava fino a sfiorare le corolle dei grandi gigli rossi che emergevano dal prato.

Perché – si chiedeva – i fiori evocano così intensamente la bellezza nel cuore degli uomini?

Poi guizzava verso l'alto e scompariva tra cielo e valle.

Giovanni Gasparini

(da Cento aquiloni: un poemetto,
Libri Scheiwiller, 2005)

UNA FILASTROCCA

Giugno


Certo, sudare fa bene, si sa:
non preoccuparti, ci si abituerà!
Forse, dovresti pensarci per tempo
e rinunciare alle nuvole, al vento;

forse dovresti, la pioggia improvvisa,
rimproverarla, chiederle: «Avvisa!»
Siamo in maglietta, coi sandali già:
se tu ci bagni, chi ti amerà?

Lorenzo Gobbi

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RIPRESE E RILANCI DA "SCUOLA e FORMAZIONE"

Nel numero precedente di Agenda mese (Settembre 2018) abbiamo riportato l’anticipazione di un brano di Davide Enia, tratto da Appunti per un Naufragio, che faceva riferimento al 3 ottobre 2013, giorno di tragedia nel mare di Lampedusa per l’annegamento di 368 migranti. Ricordando che sul prossimo numero di Scuola e Formazione pubblicheremo integralmente il brano di Enia, restiamo sul drammatico problema dei migranti presentando la recensione di un magnifico libro uscito in questi giorni.

Canto per il figlio

a cura di Leonarda Tola

Adagiato su una spiaggia della Turchia, nel 2015 fu trovato il corpo di Alan Kurdi, un bambino siriano di tre anni; quell’immagine sembrava dover cambiare il destino delle fughe e delle morti che invece continuano nell’esodo senza fine di un’umanità dolente. A distanza di tre anni e nell’anniversario lo scrittore Khaled Hosseini (Kabul 1967), fortunato autore di Il cacciatore di aquiloni e Mille splendidi soli torna su quella spiaggia con Preghiera del Mare, un nuovo, piccolo, prezioso libro. È la lettera che il padre di Alan non ha potuto scrivere al figlio perduto, è l’invocazione e la promessa di Hosseini, migrante a sua volta, che se Dio vuole, Inshallah, saprà custodire suo figlio: «Dammi la mano./ Non ti succederà niente di male». Parole nella notte «illuminata dalla luna», di terrore e «pianti di bambini e lamenti di donne», in attesa dell’alba e dopo il viaggio, con l’angoscia che non saranno «i benvenuti» perché non sono stati «invitati»: «mi hanno detto... che dovremmo/ portare altrove le nostre disgrazie». Il libro non è fatto di sole parole; le pagine sono scandite da illustrazioni dell’artista londinese Dan Williams. Tratteggi e figure che danno forma all’evocazione della casa perduta tra gli ulivi «mossi dal vento», al sogno ricorrente dei luoghi amati e lasciati per sempre, nel racconto del padre al bambino troppo piccolo per ricordare: i colori dei fiori selvatici e le mucche al pascolo, la Città Vecchia e il trambusto del suo mercato. Una lontananza di struggimento che pagina dopo pagina dilaga nella rovina nera di cieli offuscati di bombe e di case distrutte. È il viaggio antico di Enea, che si rinnova, nella medesima direzione, nella fuga dalla città in fiamme cercando la salvezza. Ma nel mito, tavole per conoscere le civiltà, i nuovi lidi sono stati ospitali con chi cerca «un’altra patria». Preghiera e poesia che attinge alla pietà come sentimento universale e all’amore di padre, i versi di Hosseini trovano la rappresentazione del dolore nella raffigurazione dell’esilio moderno di molte genti: parvenze di donne e uomini sospesi tra vita e morte, nella traversata dei deserti. A un’onda dal naufragio.

(Tutti i diritti d'autore e parte del ricavato dell'editore sono donati all'UNHCR, l'Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite dedicata alla protezione e al sostegno di rifugiati e sfollati in tutto il mondo)

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NEI GIORNI DI SCUOLA

Giornate e ricorrenze particolari
(anche per la didattica)

 
3 ottobre – Giornata dedicata alla memoria delle vittime dell’emigrazione

Decisione approvata in via definitiva dal Senato della Repubblica il 16 marzo 2016 con 143 voti favorevoli e 9 contrari; 69 gli astenuti. Nel provvedimento, all’articolo 2 si dice che il fine è anche quello “di sensibilizzare e formare i giovani sui temi dell’immigrazione e dell’accoglienza”. Per una riflessione su questa giornata rinviamo al pezzo precedente della rubrica Riprese e Rilanci e alla stessa rubrica del mese di settembre.

5 ottobre – Giornata mondiale degli insegnanti

Ricorrenza decisa dall’UNESCO nel 1994 per ricordare e tenere viva la sua Raccomandazione sullo status degli insegnanti promulgata il 5 ottobre 1966.
È un’occasione per parlare con gli studenti del nostro lavoro, per dirne il valore e la bellezza e aprire un dialogo sulla necessità di fondarlo su un rapporto di fiducia reciproca e di alleanza.

10 ottobre – Giornata mondiale contro la pena di morte

È giusto ricordare che il primo Stato che abolì la pena di morte fu il Granducato di Toscana nel 1786. Nel 1849 fu abolita dalla Repubblica Romana e nel 1889 dal Regno d'Italia, seppur mantenuta per reati militari e dunque applicata durante la prima guerra mondiale. Reintrodotta, nel 1926 per attentati contro il Duce e contro il Re, e poi nel 1931 anche per gravi reati comuni, fu finalmente e definitivamente abolita dalla Costituzione repubblicana nel 1948.

24 ottobre – Compleanno delle Nazioni Unite

Il 24 ottobre 1945 furono formalmente create le Nazioni Unite dopo che la maggioranza dei suoi membri fondatori aveva ratificato un trattato che istituiva l’organismo mondiale. Nel 1971, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione con la quale si chiedeva agli Stati Membri di celebrare la giornata come una festività pubblica. Per tradizione, essa viene celebrata in tutto il mondo con incontri, esibizioni e discussioni sugli obiettivi e i traguardi dell’Organizzazione (fonte www.onuitalia.it)

31 ottobre – Giornata mondiale del risparmio

Etica del risparmio e sviluppo, questo il titolo di questa 94a Giornata Mondiale organizzata a Roma da Acri Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio.

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