CISL - FEDERAZIONE SCUOLA UNIVERSITÀ RICERCA
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febbraio 2019

In questa pagina:
l'immagine del mese; la parola del mese (Complessità); invito alla lettura; suggestioni a proposito dell'illustrazione del mese; note musicali; "La scuola c'è. La scuola è", i film di febbraio del calendario CISL Scuola; un brano di prosa e una filastrocca; giornate e ricorrenze particolari (anche per la didattica)
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L'ILLUSTRAZIONE

 

Anche se non si vede ancora

chiaramente e dappertutto,

l’inverno, lentamente, sta per finire

e la natura, sbadigliando,

si sta risvegliando dal suo letargo.

Il primo verde, i primi fiori

e la prima prole:

ancora una volta

la luce ha trionfato.

Eva Kaiser

Il sesto mese

Febbraio in fuga dal freddo e dal gelo 

Incapace di staccarsi dal gelo e dal vento di bora invernale, Febbraio si agita corto corto e irrequieto anticipando le bizzarrie del tempo primaverile che scalpita impaziente di entrare nella giostra dei dodici fratelli.

Un mese di transizione che porta i segni dell’antica vocazione ai riti di purificazione che preparavano il rinnovamento della terra nei suoi germogli; un periodo di attesa, di incubazione del seme della vita che risorge dal grembo sterile delle zolle intirizzite.

Le calende di Febbraio erano dedicate sul Palatino a Giunone (Iunio Februata, purificata) protettrice delle nozze e delle partorienti con l’’usanza di attraversare le strade in processione con le candele accese simbolo di purificazione. Nel calendario cristiano il 2 Febbraio passa a rievocare non tanto la purificazione di Maria quanto la Presentazione di Gesù accolto nel Tempio nelle braccia del vecchio Simeone. E’ la festa della Candelora, la benedizione delle Candele che i fedeli portano a casa dalle chiese, luce contro le tenebre del male, le avversità della vita e la morte; fuoco rigeneratore e annuncio del risveglio fecondo della natura.

All’incauto Febbraio è anche affidato lo scrigno della promessa di amore eterno degli innamorati. Messo sotto la protezione di S. Valentino vescovo di Terni, secondo la tradizione sensibile verso i destini dei fidanzati, il 14 febbraio è diventata ricorrenza planetaria per lo scambio di teneri bigliettini, doni e cuori. Talvolta solo cuori rossi pulsanti sullo schermo vitreo di uno smartphone.

Leonarda Tola

Proverbi

Febbraio febbraietto, corto e maledetto

L'acqua di febbraio riempie il granaio

Primavera di febbraio reca sempre qualche guaio

Per San Valentino, primavera sta vicino

Se piove n'Cannelore da lu vierne semme fôre;
se piove e 'nsieme nengue da lu vierne semme dentre;
ma s'è u bielle soletieje è mezza state e miezze vierne.

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LA PAROLA DEL MESE

di Mauro Ceruti

Per gli studenti di ogni età e di ogni livello scolastico, le opportunità per acquisire informazioni e conoscenze si sono moltiplicate e diversificate, e sono fuoriuscite da ogni ambito che la scuola possa pretendere di controllare o di recintare. Ciò che i bambini e gli adolescenti apprendevano a scuola, fino a pochi anni fa, era sostanzialmente il tutto dei loro apprendimenti. Ciò che i bambini e gli adolescenti oggi apprendono a scuola è solo una parte di ciò che apprendono di fatto nel corso delle loro giornate. E il più delle volte non è neppure la parte riconosciuta da loro come la più stimolante, o la più emotivamente coinvolgente.

I bambini e gli adolescenti oggi sono sempre più “globalizzati”. Sono sempre più interdipendenti. Ma sono anche sempre più isolati. Gli studenti dei nostri giorni acquisiscono numerosissime informazioni e sono esposti a una molteplicità di culture diverse. Ma ciò accade per lo più in modi frammentari, senza filtri interpretativi e senza prospettive in grado di selezionare, interconnettere e rendere coerenti le molteplici esperienze di ogni singola persona con il suo percorso formativo complessivo.

Di fronte a questa realtà difficile da fronteggiare, assistiamo a una sorta di "ritirata" della scuola... Forte è la tentazione di pensare che la scuola debba accettare come inevitabile una sorta di abdicazione rispetto ai suoi compiti educativi e formativi. Forte è la tentazione di ridurre le finalità di fondo della scuola alla semplice trasmissione di alcune competenze, di alcune tecniche e di alcuni saperi di base.

Ma proprio a causa della proliferazione disordinata sia di informazioni e saperi sia di contesti e opportunità di apprendimento, il compito formativo della scuola diventa, se possibile, ancora più decisivo. Compito della scuola diventa quello di sostenere i bambini e gli adolescenti nello sviluppare la capacità di dare senso alla varietà delle loro esperienze, scolastiche ed extrascolastiche, di armonizzare lo sviluppo della loro formazione personale, di ricomporre la frammentazione delle informazioni e dei saperi, di interconnettere molteplici esperienze assai diversificate ed eterogenee, spesso squilibrate e confuse. La frammentazione delle esperienze, delle informazioni e dei saperi è il maggiore ostacolo alla formulazione e alla comprensione dei problemi, e tanto più dei problemi che influiscono maggiormente sulle nostre vite. E questo oggi vale non solo per i ragazzi, ma anche per gli adulti, quindi anche per gli insegnanti.

La scuola deve promuovere anche la capacità di connettere le informazioni, le conoscenze. Integrare ciò che è diviso, isolato, frammentato è una sfida educativa ineludibile, affinché le nuove generazioni possano dare un contributo concreto alla costruzione della società del futuro. La scuola deve educare a integrare i saperi, le esperienze, per favorire una conoscenza complessa e multidimensionale all’altezza della complessità e della multidimensionalità degli oggetti da conoscere e dei problemi da affrontare nel mondo d'oggi.

Certo, bisogna stabilire raccordi fra materie e discipline. Ma non basta. Occorre un nuovo paradigma, occorrono nuove mappe cognitive capaci di orientare i futuri apprendimenti degli studenti d’oggi. È a partire dalla scuola, infatti, che si possono formare le idee di fondo sull'umanità, sulla storia, sulla natura, sull'universo, sulla società, sulla mente, sui problemi planetari, sul sapere stesso. Ed è nella scuola che si deve porre il problema dell’organizzazione delle molteplici informazioni e conoscenze che ogni giorno giungono ai bambini e ai ragazzi, dalle fonti più disparate, su questi oggetti così complessi.

Il sapere cambia sempre più rapidamente. Ma non cambia rapidamente solo il sapere. Cambiano anche i modi con cui il sapere cambia, nonché i modi con cui sviluppiamo i saperi. Non solo aumenta ciò che sappiamo (della natura, dell’uomo, della conoscenza...), ma cambia anche il senso di ciò che già sapevamo. Cambiano anche le nostre immagini di ciò che sappiamo. Occorre perciò porre l’accento sia sui singoli contenuti e sulle competenze particolari sia sulla capacità di apprendere, e per tutta la vita. La scuola deve fornire le chiavi per costruire e trasformare le modalità di organizzazione dei saperi, rendendole continuamente coerenti con la rapida e spesso imprevedibile evoluzione delle conoscenze e dei loro stessi oggetti e problemi. Le rapide e radicali trasformazioni antropologiche in atto chiedono alla scuola di promuovere nei singoli la capacità di costruire un futuro non predeterminato, e dipendente in maniera critica proprio anche dalle capacità di visione e di immaginazione personali. Per questo la finalità della scuola e delle istituzioni formative di educare alla cittadinanza si declina oggi nella finalità di creare le condizioni per un apprendimento che deve accompagnare tutte le fasi della vita.

Accelerazione, interconnessione e imprevedibilità caratterizzano i vari saperi umani. Si producono sempre più specializzazioni e frammentazioni disciplinari. Tuttavia si delinea anche una crescente interdipendenza fra questi stessi campi disciplinari. E gli sviluppi di un particolare sapere sono spesso influenzati da sviluppi di saperi tradizionalmente lontani. Soprattutto, ineludibile è diventata la complessità, cioè la molteplicità di dimensioni propria dei grandi oggetti di conoscenza dei saperi stessi (quali, ad esempio, l'uomo, la mente, il corpo, la società, l'ambiente, la storia, il cambiamento, la Terra, la vita, l'universo...) e dei nuovi problemi planetari (ecologici, economici, tecnologici, energetici, sociali, culturali, politici...). I confini fra le discipline e fra le competenze non sono più concepibili come rigide barriere, linee di netta demarcazione: sono invece aree di interazione, spazi intermedi ove nascono i problemi più interessanti, gli approcci più originali.

La nuova condizione umana globale ha oggi bisogno di una cultura che integri i saperi in modo fecondo, di prospettive culturali in cui i saperi umanistici siano collegati in modo profondo con i saperi scientifici e tecnologici. Decidere e agire significa anzitutto avere la capacità di comprendere i problemi. Perciò l'attenzione deve rivolgersi alla creazione di strumenti di pensiero che permettano di averne un’idea complessiva. È necessario elaborare una cultura basata sulle connessioni tra i saperi; una cultura che faccia emergere le connessioni tra i problemi stessi. La via della complessità (cumplectere, intrecciare insieme) è la via maestra per individuare i problemi fondamentali e per pensarli nella loro complessa articolazione, superando le frammentazioni che rischiano di ridurre drasticamente la capacità di comprensione e di azione. Integrare ciò che è frammentato è un problema non solo educativo e pedagogico, ma epistemologico, antropologico, sociale, etico, politico di importanza decisiva per le giovani generazioni e per l’intera società. Gli eccessivi specialismi frammentano i saperi, ostacolano la comprensione dei problemi essenziali e portano inevitabilmente alla deresponsabilizzazione delle persone.

Queste osservazioni sono sviluppate e approfondite
nell'ultimo libro di Mauro Ceruti:
Il tempo della complessità, Raffaello Cortina, 2018

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INVITO ALLA LETTURA

a cura di Mario Bertin

Febbri di febbraio

Da qualche parte dell’emisfero nord, febbraio portava il carnevale nelle strade, i ragazzi lanciavano manciate di farina sulle ragazze. Là dov’ero, le donne del villaggio l’avrebbero raccolta a cucchiaini grattandola dal suolo e dalla suola delle scarpe, scuotendola dai vestiti, leccandola dalla faccia con la scusa di un bacio. Andavano all’acqua con passo di cammello, tornavano con passo di giraffa tenendo il collo teso sotto il bilico della giara piena. Donne intorno al fuoco di sterpi, bambini appesi al collo, addormentati ai piedi, con le mani al mestolo a tritare polvere dal frutto di manioca, polenta che mi aveva sfamato e indebolito. Donne seppellivano uomini spolpati fino alla lisca, ora toccava a me, le corde della voce erano un filo di ferro arrugginito, che rispondeva un rauco “niente” alla visita di chi chiedeva se poteva fare, se mi serviva cosa.
“Si kitu”, niente, le parole di una lingua di costa dell’Oceano Indiano mi avevano aiutato ad attecchire tra gli uomini, ad avere posto nelle loro voci la sera sotto l’albero maestro del villaggio. È buono raccontare storie in una lingua che ogni sera cerchi di allargare, aggiungendo vocaboli nuovi. Così anche le storie si ingrandiscono. “Si kitu”, niente, era la buona parola, ultimo resto di un vocabolario che si ea seccato come un pozzo, lasciando una corda a dondolare leggermente sopra il preciso niente.
[…]
Sì che amo l’inverno e febbraio noce di ghiaccio, amo le nevi quando il vento le stacca a fagottini dai rami degli alberi e le congiunge a neve con la bussata di un bacio, amo febbraio che rosicchia luce al sole, lo trattiene di più giorno su giorno, amo febbraio che risale l’orizzonte, amo il pettirosso che ha resistito senza migrare a sud, amo il mandorlo che apre il fiore bianco di pupilla e lo sparge sull’erba scolorita dalla brina, amo la vita che continua senza di me, amo l’onda che passa a scavalcarmi, amo, spingo sul verbo amare, buttarmi fuori dalla parte sporca, sono pronto, non ho urina né feci, sono peso sgocciolato, al nudo, al netto, scaricato di colpe. Morirsene, credo, non è una condanna, morire è essere assolti. Con tutta l’ira della febbre io amo, amo il cuscino zuppo del mio odore, amo la zanzariera che imbozzola il mio corpo di larva, amo, amo.

Erri De Luca, Il contrario di uno, Feltrinelli, Milano 2003, pp. 21 e 23

Erri De Luca (1950) autore fecondo e discusso. Ha pubblicato con una molteplicità inusuale di editori. Autentico seminatore di una parola che sgorga dalla vita e alla vita ritorna come alimento. I suoi libri hanno la loro radice nella storia, la storia personale e la storia comune, e con la storia si misurano. In un piccolo libro pubblicato nel 2002 dalla Libreria Dante & Descartes di Napoli, che raccoglie una serie di lettere degli infuocati primi anni ’70, De Luca scrive: “Non abito più in città, non sono più cittadino di una comunità di insorti. Queste lettere provengono da un’età incendiaria, lunga e larga vent’anni. Le raduno perché non sono trascorse. Quando gli ultimi prigionieri torneranno all’aperto queste carte potranno incendiarsi”.
Tra le sue pubblicazioni non possono essere dimenticate le numerose traduzioni direttamente dall’ebraico di libri dell’Antico Testamento. Sono traduzioni letterali, ruvide, quasi barbare, espressioni della temperie degli anni in cui sono state eseguite (si pensi alle operazioni analoghe di Quinzio e Ceronetti) e che influenzarono anche la sua scrittura.
Il contrario di uno è un libro che raccoglie brevi racconti sull’esperienza della particolare alleanza che contraddice la solitudine dell’uno. “Un filo doppio che non è spezzato”.

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SUGGESTIONI A PROPOSITO DELL'ILLUSTRAZIONE DEL MESE

Il cinghiale e gli anemoni

C’è un collegamento, seppur indiretto e tenue, tra il fiore e l’animale che Eva ha scelto per illustrare questo mese. I delicati fiori bianchi sono anemoni, piante che nascono nel tardo inverno e fioriscono appena la neve scompare e le giornate intiepidiscono. Il nome viene dal greco “anemos” che significa vento. Per questo è indicato da Teofrasto come fiore del vento, per la delicata fragilità dei suoi petali. Per altri il nome deriva dal latino “anima” cioè soffio di vita e si riferisce alla brevità del suo durare, appunto un soffio di vita. Questo fiore appartiene alla famiglia delle ranuncolacee, come un altro, il fiore di Adone (Adonis annua) che ci porta a parlare del cinghiale.

Adone è figura presente in molti riti misterici celebrati nell’antichità, dall’ Egitto all’Anatolia e in Siria, in Grecia, nell’Etruria. Simboleggia la giovanile bellezza maschile ma anche la morte ed il rinnovamento della natura. Il mito è proposto anche da Ovidio che nelle Metamorfosi (X, 529-552) narra che di Adone si innamorò perdutamente Venere, colpita casualmente da una freccia di Cupido. Ma Adone amava la caccia e un giorno, fu ferito mortalmente da un cinghiale. La dea accorse in suo aiuto ma non riuscì a salvarlo. Dopo la morte, dalla terra imbevuta dal sangue di Adone spuntò un fiore rosso e dalle lacrime versate da Venere sbocciarono delle rose.

Un giovane cinghiale è anche il protagonista di un racconto di Grazia Deledda che proponiamo.

Il cinghialetto

Appena aperti gli occhi alla luce del giorno, il cinghialetto vide i tre più bei colori del mondo: il verde, il bianco, il rosso, sullo sfondo azzurro del cielo, del mare e dei monti lontani.
In mezzo al verde delle querce le cime dei monti vicini apparivano candide come nuvole alla luna, ma già intorno al nido del cinghialetto rosseggiava il musco fiorito, e i macigni, le chine, gli anfratti rocciosi ne eran coperti come se tutti i pastori e i banditi passati lassù avessero lasciato stesi i loro giubboni di scarlatto e anche qualche traccia del loro sangue. Come non essere arditi e prepotenti in un simile luogo? Appena la giovane cinghialessa ebbe finito di lisciare e leccare i suoi sette piccini attaccati alle sue mammelle dure come ghiande, l'ultimo nato di essi, il nostro ardito cinghialetto, sazio e beato si slanciò dunque nel mondo, cioè al di là del cerchio d'ombra della quercia sotto cui era nato. La madre lo richiamò con un grugnito straziante; ma la bestiuola tornò indietro solo quando vide, sul terreno soleggiato, la figura di un altro cinghialetto col suo bravo codino in su, attorcigliato come un anello: la sua ombra.
Passò un giorno e una notte; anche i fratellini si avanzarono verso il sole e tornarono spaventati dalla loro ombra; la cinghialessa sgretolò le ultime ghiande rimaste fra il musco, grugnendo per richiamare i piccini; e sei di essi, tutti eguali, col pelo a strisce dorate e morate come nastri di seta, accorsero inseguendosi e saltandosi addosso gli uni su gli altri: il settimo, quello che primo s'era avventurato pel mondo, non tornò. La madre volse attorno gli occhi dolci e selvaggi dalle palpebre rossicce, grugnì mostrando le zanne candide come i picchi dei monti, ma il cinghialetto non rispose, non tornò più.
Viaggiava, palpitando, grugnendo, dibattendosi invano entro la calda bisaccia d'un piccolo pastore. Addio, montagna natia, odore di musco, dolcezza di libertà appena gustata come il latte materno! Tutti gli spasimi della ribellione e della nostalgia vibravano nel ringhio del prigioniero; e non è da augurarsi neanche al nostro peggiore nemico lo strazio della sua lunga reclusione sotto un cestino capovolto. Passano le ore e i giorni: una piccola mano che pare coperta da un guanto oscuro, tanto è dura e sporca, introduce una scodella di latte sotto il cestino, e due grandi occhi neri spiano attraverso le canne della fragile prigione. Una vocina benevola parla al cinghialetto.
- Morsichi? Se non morsichi ti tiro fuori; se no buona notte e addio!
Il prigioniero grufola, soffia attraverso le canne; ma il suo grugnito è amichevole, supplichevole anzi, e la manina nera solleva il cestino; il cinghialetto lascia titubante il suo carcere e annusa il terreno intorno. Com'era diverso il mondo luminoso della montagna dal piccolo mondo scuro di questa cucina bassa e desolata, di cui il bambino, fratello del pastore, ha chiuso per precauzione la porta. Il focolare è spento; entro il forno, ove il cinghialetto spinge le sue nuove esplorazioni, sta ad essiccare un po' d'orzo per il pane della povera famiglia.
- Be', non vieni più fuori? Non sporcare l'orzo; non ne abbiamo altro e mia madre va a lavare i panni dei prigionieri per campare, e mio padre è in carcere... - disse il bambino, curvandosi sulla bocca del forno.
Come colpito da quelle notizie il cinghialetto saltò fuori e i suoi piccoli occhi castanei dalle palpebre rossicce fissarono i grandi occhi neri del bambino: si compresero e da quel momento si amarono come fratellini. Per giorni e giorni furono veduti sempre assieme; il cinghialetto annusava i piedini sporchi del suo amico, e l'amico gli lisciava il pelo dorato e morato, o introduceva il dito nell'anello del suo codino.
Giorni sereni passavano per i due amici; il cinghialetto grufolava nel cortile roccioso che gli ricordava la montagna natia, e il bambino si sdraiava al sole e imitava il grugnito della bestiuola.
Un giorno passò nel viottolo una bella paesana alta ed agile e bianca e rossa come una bandiera, seguita da un ragazzetto il cui viso roseo pareva circondato da un'aureola d'oro.
Vedere il cinghialetto e gridare: - Oh che bellino! Lo voglio! - fu tutt'una cosa per il bel fanciullo dai capelli d'oro. Ma il cinghialetto filò dritto in cucina e dentro il forno, mentre il suo padrone s'alzava, nero nel sole, minaccioso.
- È tuo? - domandò la paesana.
- Mio.
- Dammelo; ti do una lira - disse il signorino biondo.
- Non te lo do neanche se crepi.
- Maleducato, così si parla?
- Se non te ne vai ti rompo la testa a colpi di pietra...
- Pastoraccio! Lo dirò a papà...
- Andiamo, andiamo, - disse la paesana, - glielo dirò io a sua madre.
Infatti tornò, qualche sera dopo, mentre nella cucina desolata la lavandaia dei carcerati parlava col suo bambino come con un uomo anziano.
- Sì, Pascaleddu mio, - si lamentava, ansando e torcendo il suo grembiale bagnato, - se tuo padre non viene assolto, non so come faremo; io non ne posso più, con quest'asma; e quel che guadagna il tuo fratellino non basta neanche per lui. Che fare, Pascaleddu mio? E l'avvocato, come pagarlo? Ho impegnato la mia medaglia e i miei bottoni d'argento, per prendere l'orzo: dove andrò, se mi continua questo male?...
La paesana agile e rossa entrò nella povera cucina, sedette accanto al focolare spento.
- Dov'è il cinghialetto, Pascaleddu? - domandò guardandosi attorno. Il bambino andò a mettersi davanti al forno, la guardò, selvaggio e sprezzante, rispose una sola parola:
- Vattene!
- Maria Cambedda, - disse allora la paesana, rivolta alla donna che sbatteva il suo grembiale per farlo asciugare, - lo sai che sto al servizio di un giudice. Nei dibattimenti egli fa da pubblico ministero. La mia padrona è una riccona; hanno un figlio unico, un diavoletto che fa tutto quello che vuol lui. Il padre non vede che per gli occhi di suo figlio. Adesso il ragazzo è malato, mangia troppo! E padre e madre sembrano pazzi di dolore. Senti, l'altro giorno il ragazzo ha veduto un cinghialetto, qui nel vostro cortile, e lo vuole. Dammelo; o meglio domani mandalo con Pascaleddu; se c'è da pagare si paga.
- Il tuo padrone è giudice? - disse la donna, ansando. - Allora tu puoi dire una buona parola per mio marito: fra giorni si discuterà il suo processo. Se egli non viene assolto, io sono una donna morta...
- Io non posso parlar di queste cose al mio padrone...
- Ebbene, domani Pascaleddu porterà il cinghialetto; digli almeno, al tuo padrone, che il bambino è figlio del disgraziato Franziscu Cambedda... Digli che ho l'asma; che moriamo di fame...
La paesana non promise nulla: tutti sapevano che Franziscu Cambedda era colpevole.
Il cinghialetto viaggiava di nuovo, ma questa volta attraverso la piccola città e fra le braccia del suo amico. I due cuoricini, l'uno accanto all'altro, palpitano d'ansia e di curiosità; ma se il bambino sa che deve tradire il suo amico, questi non si decide a credere che il suo amico possa tradirlo, e allunga il piccolo grifo al di sotto del braccio di Pascaleddu e con un occhio solo guarda le case, la gente, le strade, i monelli che lo seguono fino alla palazzina del giudice e uno dei quali, arrivati laggiù, s'incarica di picchiare alla porta e di gridare alla bella serva apparsa sul limitare:
- Pascaleddu piange perché non vuol darvi il suo cinghialetto: se non fate presto a prenderglielo scappa e non ve lo dà più!...
- Non è vero, non piango; andate tutti al diavolo! - gridò Pascaleddu cercando di deporre il cinghialetto tra le braccia della serva: ella però lo fece entrare, mentre giusto in quel momento il giudice, con un plico di carte sotto il braccio, usciva per andare in Tribunale. Era un uomo piccolo e grasso, pallido, con due grandi baffi neri e gli occhi melanconici.
- Che c'è? - domandò, mentre la serva gli toglieva un filo bianco dalla manica della giacca.
- C'è questo bambino che porta il suo cinghialetto a signoriccu: è il figlio di quel disgraziato Franziscu Cambedda che è in carcere: son tanto poveri... muoiono di fame... la madre ha l'asma...
Il giudice scosse la mano come per significare «ce n'è abbastanza» e disse, guardando Pascaleddu:
- Dagli qualche cosa.
La serva condusse il bimbo nella camera bianca e luminosa ove signoriccu, seduto sul lettuccio e avvolto in uno scialle, guardava un libro pieno di figure strane: erano donne e uomini coperti di pellicce, di teste di volpe, di code di faina; erano pelli d'orso, di leopardo, di cinghiale: si vedeva bene che il fanciullo dai capelli d'oro amava le bestie feroci. Appena vide il cinghialetto buttò il libro e tese le braccia gridando:
- Dammelo, dammelo!
La mamma, una bella signora alta e bionda in vestaglia azzurra, si curvò su lui spaventata.
- E che, lo vuoi a letto, amor mio? Sporca tutto, sai: lo mettiamo in cucina, e appena ti alzerai giocherai con lui.
- Io lo voglio qui! Dammelo o butto in aria lo scialle e mi alzo. Glielo diedero: e la fuliggine del forno ove era stata trovata la carne della pecora rubata da Franziscu Cambedda macchiò il letto del figlio del giudice.
Pascaleddu raccattò il libro di figure e lo guardò fisso.
- Lo vuoi? Prenditelo - disse la signora.
Pascaleddu lo prese e se ne andò: di fuori i monelli lo attendevano, e cominciarono a domandargli che cosa aveva ricevuto in cambio del cinghialetto, e lo sbeffeggiarono, gli tolsero il libro.
Ma Pascaleddu lo strappò loro di mano, se lo strinse sotto il braccio e via di corsa: gli pareva di aver almeno un ricordo del suo povero amico.
Il suo povero amico conobbe tutti gli strazî di una schiavitù dorata. Quante volte signoriccu fu sul punto di strangolarlo; quanti calci dai bei piedi intorno ai quali ondulava il falpalà della vestaglia azzurra; quante volte la serva disse:
- Lo arrostiremo il giorno della festa di signoriccu!
Solo il padrone era buono: quando dalla finestra sorrideva a suo figlio, guarito e ritornato in giardino, i suoi occhi erano così dolci e inquieti che al cinghialetto ricordavano quelli di sua madre su nella montagna.
Lasciato qualche volta in pace, il cinghialetto si divertiva ad annusare i piedi della serva, a correrle appresso e a mettere il grifo entro le casseruole. Spesso lo lasciavano anche razzolare nell'orto grande e selvatico, ove cresceva una pianta d'olivo e una di quercia: ore di gioia tornarono anche per lui, e quando se ne stava sdraiato a pancia in su fra i cespugli e vedeva il cielo azzurro, le nuvolette rosse, la casina bianca fra gli alberi gli pareva d'essere ancora sulla montagna. Appiattato più in là, col suo fucile, la pistola, la spada e lo stocco, signoriccu giocava a far la caccia e mirava il cinghialetto e gli correva addosso tempestandolo di colpi e turbando così la sua beatitudine.
Un giorno tutte le casseruole cominciarono a friggere nella cucina, ove la bella serva splendeva, in mezzo al fumo, come la luna rossa fra i vapori della sera. Era la festa di signoriccu e in attesa dell'ora del pranzo, qualcuno degli invitati, tutti amici di casa, entrava in cucina per vedere cosa la ragazza preparava di buono, ma in realtà per guardar lei che era il miglior boccone. Fra gli altri entrò, a passi furtivi, il delegato, che fece una carezzina alla serva e nascose la sua pistola in un buco dietro la finestra.
- La metto qui perché quel diavoletto mi fruga in saccoccia e la vuole: non toccarla, è carica.
Di là c'era gran chiasso: tutti ridevano e parlavano, e il padrone e un altro magistrato discutevano sulla «legge del perdono» da poco messa in uso da un buon giudice di Francia.
- Quel disgraziato che abbiamo assolto oggi, quel Cambedda, ebbene... - diceva il padrone, - ebbene, ha rubato per bisogno... è un padre di famiglia, ha due figli piccoli, di buona indole... La legge deve adattarsi...
- La legge, oramai, è inesorabile solo per i ricchi - sogghignò il delegato; e tutti risero.
Il cinghialetto, in cucina, leccava i piatti in compagnia d'un gattino nero. Sebbene roba ce ne fosse d'avanzo per tutti e due, il gattino metteva le zampe in avanti e sollevava i baffi sopra i dentini bianchi come granellini di riso.
D'improvviso, mentre la serva era in sala da pranzo, signoriccu precipitò in cucina: vestito di azzurro, coi capelli lisci e lucenti come una cuffia di raso dorato, egli sembrava un angioletto, e volava anche, da una sedia all'altra, dai fornelli alla tavola, da questa alla finestra. Vide la pistola, la prese con precauzione, la rimise nel buco: e non gridò di gioia, ma i suoi occhi diventarono metallici e selvaggi come quelli del gattino.
Si slanciò sul cinghialetto, mentre il gatto, più astuto, fuggiva, lo prese e lo portò nell'orto, in direzione della finestra di cucina.
- Questa volta è per davvero! - gridò saltellando. - Sta lì fermo.
Il cinghialetto fiutava i cespugli: era felice, sazio e beato; vedeva signoriccu alla finestra di cucina, con una pistola in mano, ma non capiva perché il gattino, là dall'alto della quercia, gli mostrasse ancora i denti e lo guardasse coi grandi occhi verdi spaventati.
Una nube violetta lo avvolse: stramazzò, chiuse gli occhi; ma dopo un momento sollevò le corte palpebre rossicce e per l'ultima volta vide i più bei colori del mondo: il verde della quercia, il bianco della casina, il rosso del suo sangue.

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NOTE MUSICALI

a cura di Francesco Ottonello

Camille Saint-Saëns (1835 –1921): Carnaval des animaux

Camille Saint-Saëns (Parigi 1835 – Algeri 1921), rivelatosi fin da piccolo un enfant prodige, in vita fu celebrato soprattutto come grande esecutore di pianoforte e di organo, di cui era campione in specie per l’improvvisazione. Ciò gli consentì di riscuotere ampio credito presso i più grandi esecutori della sua epoca, tra cui Clara Schumann, Arthur Rubistein e soprattutto Franz Liszt.
Fu molto attivo nell’ambito dell’organizzazione musicale, della didattica e, naturalmente, della composizione. La fama di grande esecutore ingombrò un poco quella del Saint-Saëns compositore, e forse anche per questo motivo egli scrisse moltissima musica e cercò di spaziare il più possibile fra i diversi generi compositivi (opera, musica sacra, sinfonie, musica da camera).
Quando compose il suo Carnaval des animaux (Il Carnevale degli animali), concepito come un lavoro di evasione, pervaso di umorismo, ironia e persino toni canzonatori, egli si premurò di proibirne l’esecuzione poiché temeva che il suo ruolo di paludato compositore potesse essere compromesso da un lavoro considerato frivolo.
La prima esecuzione del Carnevale degli animali avvenne dunque in forma privata, con lo stesso Saint-Saëns seduto ad uno dei pianoforti previsti nella partitura, ma per ironia della sorte divenne una delle sue composizioni più ascoltate ed eseguite in assoluto.
Il Carnaval è concepito per due pianoforti e piccola orchestra ed è di fatto una sorta di fantasmagoria zoologica in cui, attraverso una scrittura brillante e accattivante, il compositore realizza una galleria musicale di ritratti parodistici di alcuni animali.
Gli animali vengono descritti in 14 numeri musicali in cui gli strumenti via via previsti vengono sfruttati nelle loro doti virtuosistiche attraverso l’utilizzo di una scrittura sapientemente idiomatica.
Questi i 14 numeri:

  1. Introduzione e Marcia del leone (Introduction et Marche royale du lion)
  2. Galline e galli (Poules et Coqs)
  3. Emioni (Hémiones - animaux véloces)
  4. Tartarughe (Tortues)
  5. L'elefante (L'Éléphant)
  6. Canguri (Kangourous)
  7. Acquario (Aquarium)
  8. Personaggi dalle orecchie lunghe (Personnages à longues oreilles)
  9. Il cucù nel bosco (Le coucou au fond des bois
  10. Voliera (Volière)
  11. Pianisti (Pianistes)
  12. Fossili (Fossiles)
  13. Il cigno (Le Cygne)
  14. Finale (Final)

Gli Emioni sono asini a cavalli selvatici, descritti dalla musica in un momento nel quale stanno intraprendendo una corsa a rotta di collo. Da notare come vengano ridotti al rango di animali anche i Pianisti (di cui Saint-Saëns era appunto un importante rappresentante), qui presentati in una veste caricaturale mentre si esercitano lungamente ripetendo lunghi e noiosi esercizi di tecnica pianistica.

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LA SCUOLA C'È. LA SCUOLA È...

I volti e i luoghi delle scuole italiane animano il calendario che la CISL Scuola ha prodotto per il 2019. Per ognuno dei dodici mesi dell'anno, un breve film racconta la presenza della scuola in ogni angolo del Paese; ambienti, età, situazioni diverse compongono un caleidoscopio vivente nel quale si moltiplicano immagini che ci restituiscono la varietà e la bellezza di ciò che la scuola riesce ad essere, ogni giorno, per tutti e dovunque.
Per ogni mese del calendario uno specifico "codice a barre" del tipo QR code dà accesso, per chi lo inquadra col suo smartphone, alla pagina web che ospita il breve film realizzato per noi da Giovanni Panozzo. Un giro d'Italia per dirci ogni volta, in luoghi diversi, che la scuola c'è, e ciò che riesce ad essere grazie alla straordinaria energia che la muove.

Il film del mese di febbraio

"C'è una primavera che si prepara in questo inverno apparente"

Una scuola che accoglie e che aiuta i suoi alunni a scoprire i propri talenti. Siamo a Pozzallo, in provincia di Ragusa. Punto di approdo di tante persone che trovano nella scuola un luogo in cui imparare, integrarsi, stringere amicizie e crescere insieme. La scuola diventa così per loro un porto di tranquillità e di speranza.

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GLI AQUILONI

Aquilone di febbraio

L'aquilone diciassette
aveva una vocazione temeraria
usciva solo d'inverno
nel momento in cui stava
per scendere la neve

Se la cavava egregiamente
con il nevischio gelato
che affrontava
come un motoscafo dell'aria
spruzzando schizzi a destra e a manca

il suo punto debole
era la neve acquosa e greve
che inzuppa presto
ogni fibra e struttura
per quanto rinforzata

Uscito un giorno
a lottare coi fiocchi
bravamente
prese a barcollare
vacillò perse quota
pericolosamente

dovette riparare
presso il tetto spiovente
di un'antica cappella

lo salvò appena in tempo
un aquilone di soccorso
un velivolo piccolo e potente
che teneva d'occhio
gli aquiloni a rischio
e ne seguiva da vicino
i movimenti

Giovanni Gasparini

(da Cento aquiloni: un poemetto,
Libri Scheiwiller, 2005)

UNA FILASTROCCA

Febbraio

Viene Febbraio, nessuno lo ascolta
forse perché, come usava una volta,
resta in disparte facendo attenzione
a non creare nessuna emozione:

sparge la nebbia dov’era già stata,
dona la brina a una pianta appartata,
dà alle pozzanghere un velo sottile
come per dire: «Sono gentile!»

Lorenzo Gobbi

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NEI GIORNI DI SCUOLA

Giornate e ricorrenze particolari
(anche per la didattica)

 
7 febbraio – Giornata nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo

Il tema è di stringente attualità ed è sempre più evidente quanto sia cruciale il ruolo che la scuola può svolgere in termini di educazione e prevenzione di fenomeni che non di rado si propongono anche all'interno delle aule scolastiche. Segnaliamo sul sito della Croce Rossa Italiana un interessante approfondimento con suggerimenti pratici su come riconoscere i rischi e proteggersi dai comportamenti e dalle insidie che spesso viaggiano sul web.
https://www.cri.it/giornata-nazionale-contro-cyberbullismo

10 febbraio – Giorno del ricordo

Istituita con la legge 30 marzo 2004 n. 92, la ricorrenza vuole conservare e rinnovare «la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo degli istriani, dei fiumani e dei dalmati italiani dalle loro terre durante la seconda guerra mondiale e nell'immediato secondo dopoguerra (1943-1945), e della più complessa vicenda del confine orientale».
La data prescelta è il giorno in cui, nel 1947, furono firmati i trattati di pace di Parigi, che assegnavano alla Jugoslavia l'Istria, il Quarnaro e la maggior parte della Venezia Giulia, in precedenza facenti parte dell'Italia.

20 febbraio – Giornata mondiale della giustizia sociale

Ricorrenza istituita dall'ONU. La giustizia sociale è una condizione fondamentale per la coesistenza pacifica e prospera degli uomini all'interno delle nazioni e tra le nazioni stesse. Garantiamo giustizia sociale quando sosteniamo l'uguaglianza di genere o i diritti delle popolazioni indigene e dei migranti. Promuoviamo la giustizia sociale quando abbattiamo le barriere legate al genere, all'età, alla razza, all'etnia, alla religione, alla cultura o alla disabilità.

21 febbraio – Giornata internazionale della lingua materna

Per promuovere lo sviluppo sostenibile, gli studenti devono avere accesso all'istruzione nella loro lingua materna e in altre lingue. È attraverso la fluidità nell'uso della propria lingua madre che è possibile acquisire le abilità basilari di lettura, scrittura e calcolo. Le lingue locali, in particolare le lingue delle minoranze e delle popolazioni indigene, trasmettono cultura, valori e conoscenze tradizionali, svolgendo così un ruolo importante nella promozione di futuri sostenibili.

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