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La mia rivincita di poeta

21.07.2019 18:55

Invece di chiedersi se sia utile sapere una poesia a memoria, dovremmo domandarci cosa significa “essere utile”. Risponde a questa domanda Valerio Magrelli (La Repubblica, 19 luglio 2019) attingendo a un personale, particolare ricordo

Perché imparare a memoria - o meglio, come dicono i francesi, “par coeur ”, ossia “a cuore”? Nel mio triste mondo di adulto, l’unica cosa che conosco a memoria ormai è soltanto il codice fiscale. Il motivo appare evidente: assurdo affaticarsi con informazioni prive di qualsiasi utilità. Col che torniamo al consueto dilemma sulla cultura umanistica in generale e, dunque sull’opportunità di studiare il latino, leggere romanzi o imparare versi, come ha scritto ieri Antonio Pennacchi su Repubblica. Ma chi ce lo fa fare?
In verità un interrogativo del genere andrebbe modificato. Invece di chiedersi se sia utile sapere una poesia memoria, dovremmo domandarci cosa significa “essere utile”. Proverò a rispondere con un ricordo. Anni fa mi venne prescritto un esame medico che non avevo ancora affrontato. Grazie ad un film di Woody Allen, sapevo già tutto sulla risonanza elettromagnetica, ma non l’avevo mai sperimentata. Finché un bel giorno …
Se c’è una cosa che non capirò mai, è l’inveterata abitudine dei medici a voler rassicurare i loro pazienti. Infatti, anche in questo caso, alla mia richiesta di sapere quanto sarebbe durata la prova, lo specialista replicò tranquillizzante: «Neanche 10 minuti». Sia chiaro, la mia ansia era fondata, visto che di lì a poco sarei stato infilato in un cubicolo come un abbacchio al forno, un pasto congelato nel microonde, un cadavere dentro il proprio loculo. Non c’è bisogno di soffrire di claustrofobia, per nutrire qualche preoccupazione al riguardo. «In ogni caso», aggiunse, «avrai in mano un campanello con cui avvertirci per sospendere l’analisi». Come no!, Pensai tra me e me. In questo modo, dovendo ripetere la tortura, sarò costretto a tornare tra una settimana fino a quaggiù per ricominciare da capo.
Dieci minuti, diceva, ed ecco superata la mezz’ora, ed ecco sopraggiunto lo sgomento. Tutto d’un tratto, mi travolge il panico: il rombo del macchinario, gli strani ticchettii, suoni bizzarri, da bestia seviziata, mentre sono legato in un cunicolo senza via d’uscita. Non ce la faccio, sto per gridare, peggio, sto lì lì per pigiare l’infame pulsante, quando improvviso sboccia la soluzione. Nell’angustia di quell’abitacolo, atroce come la vergine di Norimberga (troppo lungo da spiegare, ma merita almeno un chiarimento su Google), ho cominciato a recitare versi. Sono riemersi da ere remote, la terza elementare di quasi mezzo secolo fa, ma sono riemersi, questo è il punto, per salvarmi. La processione è arrivata pian piano: prima un Rilke nella versione di Diego Valeri («Nel colmo della notte, a volte accade / che si risvegli come un bimbo, il vento»), poi Petrarca («Morte bella parea nel suo bel viso») e infine Dante, ma qui siamo al liceo («li miei compagni fec’io sì aguti / con questa orazion picciola al cammino...»).
Sembrerà incredibile, ma così facendo, attaccandomi a quelle sillabe, a quella sillabazione, riuscii a resistere fino alla fine del supplizio.
Si chiama “mantra”, e sta a indicare, nell’induismo e nel buddismo tantrico, una formula sacra da ripetere continuamente. Per quei fedeli, si tratta di una pratica meditativa, per me rappresentò una forma di resistenza attraverso la parola. Fu solo solfeggiando quelle strofe che attraversai indenne il buio tunnel magnetico. La vera risonanza, insomma, fu poetica, con buona pace di chi ancora ritiene che imparare a memoria i versi sia inutile. Tutto sta a mettersi d’accordo: mai come allora compresi l’importanza di un giacimento fossile interiore, cui attingere forze segrete in un'oscura inconsapevolezza.

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