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1-2016Plus: Oltre le riforme (A. Giolo)

22.02.2016 10:55
Categoria: SEF PLUS

19 novembre

Oggi è stata una buona giornata.
È arrivato il depliant della mostra finale del Progetto in rete “La cultura del Po” sul “confronto fra culture presenti nei bacini dei grandi fiumi”. Il progetto di studio sulle culture ci ha offerto, alla fine del precedente anno scolastico e all’inizio di questo, la possibilità di realizzare, partendo dalle tradizioni presenti nell’area del Po, momenti di confronto interculturale rivolti agli alunni immigrati e italiani. È un progetto originale, combina la tematica del fiume con quella delle culture, così siamo riusciti a finanziare, con soldi stanziati dalla Regione per “valorizzare la cultura locale”, un’attività prevalentemente interculturale: in barba alla Lega! Con i soldi del Progetto abbiamo chiamato due mediatrici culturali, un’albanese e una del magreb, a parlare agli studenti.
Il nostro istituto non sfigura, inoltre, nella mostra, di presentazione dei risultati finali del progetto, inaugurata alle 9.30 in una sala del centro città. Sono stato all’inaugurazione con alcuni professori e la classe del corso moda. Un angolo è tutto del nostro istituto, con foto, bandiere degli stati di origine dei nostri alunni immigrati, disegni di vestiti orientali e un kafetano in stoffa: i ragazzi, con l’aiuto di alcune insegnanti, hanno fatto un buon lavoro; i nostri studenti magari a chiacchiere sono meno abili, ma con le mani ci sanno fare: bisogna moltiplicare queste occasioni. Gentile e onesta la preside Gasperini, mia amica dal periodo degli studi universitari: presentando la mostra mi ha attribuito la paternità dell’idea.
Il prof. Gibin è venuto in presidenza ad aggiornarmi sullo stato di avanzamento del progetto di costruzione di uno schiaccianoci meccanico da donare a donne povere del Burkina Faso, che adesso pestano le noci in un mortaio. A gennaio i responsabili dell’associazione cittadina, che hanno proposto questo progetto ai nostri insegnanti di meccanica, andranno in Africa per verificare se il trita-noci funziona; in caso positivo lo produrremo in serie.
Gibin è un prof. creativo, il più fantasioso della scuola, un po’ mi riconosco in lui, nei suoi progetti, ma non sempre i suoi sogni si realizzano!
Però lui almeno è uno dei docenti che hanno capito come coinvolgere i ragazzi con attività pratiche, con un fine preciso.
Purtroppo, nell’istruzione professionale qualcuno ha avuto la brillante idea, nel Progetto di riforma del 1992, di diminuire le ore di laboratorio e così la dispersione la fa da padrona. Magari l’obiettivo era nobile, fornire a tutti i ragazzi una solida formazione generale, ma il modo scelto causa disastri.
I ragazzi, soprattutto questi ragazzi, vengono “a scuola con il corpo” (1) e non solo per le due misere ore di Educazione fisica, o le quattro di laboratorio, ma pure per tutte le altre 30 o 34. Ed è impensabile farli stare fermi e zitti per 5-6 ore ogni mattina. È il motivo per cui non si ribellano alle uscite di qualsiasi tipo per conferenze, mostre, teatro, visite guidate al Motor show, alle aziende elettriche e meccaniche, anzi le rivendicano come un diritto (e i professori più indolenti sono inclini a concederle subito anche se slegate da qualsiasi programma o percorso didattico). Gli studenti poi amano le gite e i cineforum; e ci aggiungono, di loro iniziativa, assenze più o meno “strategiche”. Se facessero attività significative e concrete nella scuola sarebbero i ragazzi a domandarsi se vale la pena cercare motivi di evasione dalla routine scolastica. Nelle settimane di stages durante l’anno e a giugno quasi tutti gli studenti di quarta si applicano, ottengono buoni risultati, ci fanno fare bella figura. È la prova che una scuola più operativa, che utilizza una didattica laboratoriale otterrebbe ben altri risultati.
Del resto il lavoro manuale fuori della scuola e il guadagno immediato, oltre ai genitori per lo più protettivi, sono i nemici di una scuola troppo teorica. Il lavoro manuale non è più, salvo alcuni settori, disumano come un tempo e, per chi da generazioni non è stato abituato allo studio (2), a stare seduto per ore, la mobilità del lavoro manuale è sempre più seducente. Sembra paradossale che i ragazzi e le ragazze preferiscano la fatica e le umiliazioni di un lavoro subalterno, quasi sempre mal pagato, alla scuola; evidentemente è una scuola che a loro presenta il suo volto peggiore: noioso, repressivo, astratto e senza valori. E poi non bisogna dimenticare che la gente da sempre, a differenza di quanto fa Gesù Cristo nel Vangelo, apprezza di più l’atteggiamento di Marta che quello di Maria, della donna attiva, che sbriga le faccende di casa, più che di quella che parla, ascolta e pensa (3). E i nostri ragazzi non sono santi!
Bello il DVD che questa mattina mi sono visto in ufficio sulla sfilata di moda organizzata dall’Istituto all’interno del Salone dell’Orientamento: dura 12 minuti e fa vedere una sfilata che non sarà di alta moda ma di buon livello sì: le ragazze si sono impegnate e anche le loro insegnanti. All’inizio mi ero preoccupato perché una docente mi aveva parlato di moda-mare; poi hanno ripiegato su vestiti meno imbarazzanti in una scuola come questa, con maschi adolescenti e piuttosto disinibiti. Adesso vedremo come utilizzare il Dvd, se per pubblicizzare il corso moda agli alunni di terza media (nelle scuole il marketing si chiama orientamento) o per donarlo come gadget ad amici dell’istituto e alle associazioni partner nei progetti, o per proiettarlo in aula magna agli allievi.
Alla classe 4^ moda la prof. Alfonsi, esperta ed entusiasta, ha proposto un lavoro trasversale, un concorso interno per un gadget di istituto. L’insegnante di religione Frizziero, invece, in altre classi, sta realizzando un calendario multiculturale. Sono segni di vita che rompono il grigiore diffuso. Gli altri docenti dicono che perdono metà del tempo a richiamare i ragazzi, mentre al massimo in tre o quattro ascoltano le lezioni. E allora "perché si ostinano a far lezione?" chiedo loro nei consigli di classe. Che provino a organizzare ricerche, lavori di gruppo, come fanno l’Alfonsi e Frizziero. Almeno i ragazzi imparerebbero a fare qualcosa, a sviluppare qualche abilità pratica e si annoierebbero di meno, tutti; ma le mie esortazioni per lo più non trovano risposta.

Una scuola viva richiede insegnanti vivi
La scuola è vita e come la vita presenta momenti felici, costruttivi e altri pesanti e frustranti. In queste pagine dal testo “Qui c’è vita, diario di un preside per caso” riportiamo alcuni momenti fortunati, che fanno intravvedere qualche spiraglio per uscire dagli insuccessi scolastici, per motivare gli alunni: impresa ardua nella scuola attuale, con ragazzi cresciuti in un ambiente spesso protettivo, che cerca di evitare loro tutte le fatiche e le difficoltà. Ragazzi non abituati al sacrificio, come quelli di qualche decennio fa, quando era normale sentir dire che “ci vuole spirito di sacrificio”, anzi piuttosto accontentati dalla famiglia e dal contesto sociale sempre meno centrato sul lavoro, e sempre più mirato al piacere reale o simbolico.
Con questi ragazzi le punizioni servono a poco, soprattutto in istituti professionali, dove gli studenti, per lo più provenienti da insuccessi scolastici, sono caratterizzati da scarsa propensione allo studio, oltre che da bassa autostima.
In questi contesti il famoso “learning by doing” non è più una scelta, ma una necessità. Non è una questione di programmi ma di metodi. E non per rendere la scuola facile, ma per partire dalla situazione reale degli allievi. L’approccio deve essere induttivo e solo raramente deduttivo. Alla regola si arriva, non si parte dalla regola per applicarla. Il percorso spesso diventa più lungo, ma la padronanza delle conoscenze ne guadagna. Certo i docenti devono lavorare molto di più, non basta ripetere la lezione, ma bisogna costruirla. Gli insegnanti sono costretti a dedicare molto tempo alla preparazione dei materiali, alla predisposizione dei percorsi.
Però così anche loro si sentono più vivi, più coinvolti, più creativi.
Nella nostra scuola non mancano docenti motivati e capaci di costruire esperienze forti, originali, formative, ma si tratta di isole, il grosso della scuola è ancora ancorato alle certezze dell’insegnamento cattedratico, della lezione – interrogazione, che tanto assomiglia allo schema religioso cattolico della predica – confessione.
L’organizzazione scolastica dovrebbe prevedere tempi, strumenti e spazi fisici per questo grande lavoro di preparazione, non le aride aule insegnanti dove per lo più ci si lamenta degli insuccessi degli scolari o della loro indisciplina.
La scuola negli ultimi vent’anni è stata attraversata da diverse riforme. Ogni Ministro ha lasciato la sua impronta, con maggiore o minore fortuna: Berlinguer, Moratti, Fioroni, Gelmini, Giannini. A volte lo stesso Presidente del Consiglio ci ha “messo la faccia”, come è successo con Renzi a sostegno della “Buona Scuola”. Si è discusso molto nella scuola e nella società di queste riforme ed è stato comunque positivo perché la scuola è stata riportata al centro dell’attenzione del Paese. Però non si può sfuggire all'impressione che, almeno in alcuni casi, non si sia entrati nel cuore del problema, che sia stata riformata la scatola, ma sia rimasto inalterato o quasi il contenuto. Perché sulla condizione antropologica degli studenti d’oggi, sulle modalità dell’imparare nella società attuale, non si è riflettuto abbastanza. E così gli insegnanti e i dirigenti scolastici, mentre devono rispondere a sempre nuove incombenze e richieste, si trovano in difficoltà di fronte al muro di gomma di classi che di studiare hanno poca voglia e inventano tutti gli stratagemmi per diminuire il carico di studio che, secondo loro, finisce fatalmente col ridurre il tempo che vorrebbero dedicare alla musica, ai passatempi, alla movida e, nei casi migliori, allo sport. Assediati come sono da i-Phon e i-Pad, che portano a una moltiplicazione vertiginosa di comunicazioni e di desideri.
Se è sempre vero che la scuola non deve appiattirsi sulle mode e i costumi del momento, perché ha una funzione di apertura di orizzonti, di ampliamento del campo di percezione, di sviluppo delle capacità critiche verso il presente, è altrettanto ovvio che solo delle guide esperte, che sanno attraversare la contemporaneità con le sue lusinghe e le sue opportunità, possono condurre alla terra promessa del sapere, della passione per la ricerca, “non spegnendo progressivamente quello che nel bambino è il bene più prezioso: la curiosità e il piacere di conoscere” (Carla Melazzini, Insegnare al principe di Danimarca, 2011).
Possono fare questo solo docenti che vivono la cultura come realtà viva, che dà senso alla vita, che parte dalla concretezza, dal vissuto degli allievi, dai loro interessi, che si misura con realismo e apertura mentale con le loro motivazioni.
Se non vogliamo giovani che si arrendono facilmente ai populismi di turno, alle promesse irresponsabili e infondate, che seguono le mode banali e stupide, che non sanno assumersi impegni duraturi, che si fanno abbindolare da manipolatori astuti, non c’è che una solida cultura da riproporre. È una sfida a cui la scuola non può sottrarsi a costo di sembrare obsoleta, antiquata e fallimentare. Ma ci vuole inventiva, una dedizione alla Don Milani, una padronanza piena della propria materia ma anche dei problemi del proprio tempo, e una sempre nuova capacità di collaborare con i colleghi e di farsi carico degli allievi.

(1) AA.VV., A scuola con il corpo, La Nuova Italia, Firenze 1974.
(2) Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino 1975, p. 1549-50.
(3) Lc, 10, 38-42.

Antonio Giolo, insegnante di filosofia e psicologia. Dirigente di istituti tecnici e professionali è stato componente della Commissione De Toni per la riforma dell'istruzione tecnica. È presidente della fondazione scolastica Carlo Bocchi. Il Diario completo è consultabile in Amazon.