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Nessun ragazzo è un bullo per sempre

03.05.2018 10:49

"Cara Scuola, mi domando se conosci gli adolescenti e, se li conosci, perché con inspiegabile facilità sei portata a definirli bulli appena manifestano gesti, stravaccamenti, irrequietezze caratteristiche della loro stagione". Così si apre la lettera appassionata e provocante di don Antonio Mazzi alla scuola, pubblicata oggi sul Corriere della Sera (3 maggio 2018)

Cara Scuola, mi domando se conosci gli adolescenti e, se li conosci, perché con inspiegabile facilità sei portata a definirli bulli appena manifestano gesti, stravaccamenti, irrequietezze caratteristiche della loro stagione.
Mi guardo bene dal giustificare e dall’accusare. Vorrei solo capire, insieme a te, quale interesse abbiamo nel confondere (con il generoso aiuto dei mass-media) il bullismo con il terrorismo e con la violenza criminale.Tra il banalizzare e il criminalizzare questi fatti è possibile trovare uno spazio per interpretazioni meno inquietanti? Hanno significati lungimiranti le bocciature, le espulsioni prolungate, le punizioni esemplari, i docenti demotivati e i genitori in polemica continua? (...)
Tu Scuola dirai: «Cosa c’entro io, in questo casino?». C’entri tanto! Se tu, Scuola, diventassi un ambiente a rischio, sarebbe il peggiore dei terremoti. Sei rimasta l’unica istituzione che raccoglie tutti i nostri figli negli anni fondamentali della loro vita. Sei l’unico baluardo cui aggrapparsi per costruire percorsi, mete, speranze, senza le quali le nostre città si ridurrebbero a convivenze disordinate, a grattacieli verdi ma senz’anima, a case orfane di famiglie, a quartieri anonimi per un verso, negativamente etichettati per un altro.
Mi vuoi spiegare perché l’adolescenza dei nostri ragazzi, periodo tra i più straordinari, non viene accolta, tradotta, declinata nei termini giusti? Per capire l’adolescenza dobbiamo, insieme, fare uno sforzo e uscire «dal seminato». È bello sentir dire da tutti che l’adolescenza va paragonata alla primavera. Esplode fuori dalle nostre finestre, la annusiamo correndo nei parchi, ci assorda con i tuoni e i temporali, imbianca di tempesta i marciapiedi dei nostri paesi, in pochi attimi fa del cielo uno scarabocchio e del mare una montagna di onde. Perché tutto ciò non riusciamo a trapiantarlo dentro i «muscoli» e le gambe delle «primavere sedicenni»? Perché quello che ci inebria ecologicamente, ci irrita educativamente? Possibile? Se il sedicenne canta, strilla, esce dal banco, allunga le gambe sul tavolo, se cambia di umore quattro volte all’ora o durante l’interrogazione, se spara qualche «insulto popolare», abbiamo già decretato la sua «mortalità scolastica».
L’avventura della Scuola sta nel riuscire a far convivere le tempeste con la poesia; la scoperta del corpo, delle rabbie, delle cotte, delle antipatie, delle strafottenze, con la maturità del docente. Anzi, vorrei sperare che solo la serietà sorridente dell’adulto sarà capace di riprendere il puledro per le redini. Perché di puledri si tratta e non di bulli. E i puledri collaudano l’allevatore, non lo distruggono. Guai se gli adolescenti in aula fossero composti, attenti, educati e di condotta ottima. Vorrebbe dire che la disciplina e il clima ricattatorio li avrebbero «sedati» oppure che il traffico sottobanco sta proliferando. Ed è proprio questo ambiente che ha generato i fattacci di questi ultimi mesi. Chiunque è impegnato nel mondo della scuola deve amare le storture, le difficoltà, le parti meno espresse e meno lineari delle storie che ha davanti. Deve intuire che i ragazzi si rivelano per lampi. La bellezza dell’insegnare educando sta nell’aspettare che il temporale si scarichi tra un lampo e l’altro, per poi, all’improvviso, riportare l’azzurro con l’arcobaleno. (...) Io, da oltre sessant’anni, cioè dal primo giorno di prete, per scelta vivo tra quelli che tu, Scuola, etichetti come drogati, violenti, terroristi, bulli, irrecuperabili, omicidi, balordi e borderline. Per me sono ragazzi, i miei ragazzi.
Cara la mia Scuola, tu lo sai, perché abbiamo duellato. Ho fatto il direttore e il professore (mi scuso dei titoli) nelle scuole superiori professionali durante gli anni Novanta, di fronte al Parco Lambro. Non mi sono mai seduto in cattedra. Entrando in classe salutavo uno a uno i ragazzi, gridando «ciao». Poi cominciavo l’incontro, non la lezione. (...) Camminando tra i banchi possiamo aprire sentieri che non si perdono nella nebbia del disagio, dei conflitti interiori, dei godimenti incestuosi, come li chiama Massimo Recalcati. Ogni docente è una specie di Cristoforo Colombo. Con la sua caravella ascolta, spiega, riprende, sbaglia, dubita. E, senza accorgersi, approda dall’altra parte. Perché c’è una matematica, una grammatica, una tecnologia che, oltra a insegnare, aiuta a cancellare il disagio dei deboli e trasforma il bullismo dei cafoni degli ultimi banchi in gruppo di sostegno.
Cara Scuola, abolisci i registri e inventa gli insegnanti. Chiama Roma. Non c’è il Ministro, ma c’è il ministero. E tu sai bene che è da quegli uffici che esce l’anno scolastico. Un anno senza stagioni, meglio: senza primavere!

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