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Linguaggio politico e brutalità

10.05.2019 19:07

"Quando il linguaggio politico brutale s’infiltra nel dibattito parlamentare e nei centri di governo è una minaccia per la sopravvivenza della democrazia": è la tesi sostenuta da Juan Luis Cebrián, co-fondatore del quotidiano spagnolo El Pais, in un articolo proposto su La Stampa del 10 maggio 2019

Quando il quotidiano danese Jyllands-Posten pubblicó una caricatura di Maometto con una bomba al posto del turbante, in Occidente si aprì un dibattito senza fine: era una provocazione, un insulto alla comunità musulmana o si trattava di libertà d’espressione? Fu forse il Financial Times in un suo editoriale a dare la risposta migliore, affermando che questa libertà, pilastro indiscutibile della democrazia liberale, non consente di gridare “Al fuoco” in un teatro gremito di spettatori.
Per decine, centinaia di anni, giornalisti, scrittori, artisti hanno insistito sulla necessità di controllare il potere, per obbligarlo a non mentire e a chiamare le cose con il loro nome, rifuggendo dal politicamente corretto.
Che, infine, è uscito di scena, non come conseguenza della trasparenza e della sincerità dei leader, ma a causa del loro uso del linguaggio emotivo per galvanizzare la volontà degli elettori. Quindi dal linguaggio politicamente corretto, pieno di eufemismi e ambiguità, siamo passati alla brutalità più assoluta. Il rischio è che la violenza verbale si traduca in violenza fisica e che la fiducia dei cittadini nel sistema democratico continui a deteriorarsi.
Il vandalismo oratorio, a volte ammantato di satira umoristica, è stato anticipato da Beppe Grillo, quando ha lanciato il Vaffanculo-day. Altri da allora hanno seguito le sue orme. Alcuni letteralmente, come un giovane e inesperto sindaco del Partito Popolare spagnolo, a capo di una città vicino a Madrid che, dopo aver negato la parola a un rappresentante dell’opposizione, ha chiuso il consiglio comunale con un plateale: “La seduta è aggiornata, andate a farvi fottere!”. Ciò evidenzia come non siano solo i populisti ad avere degradato la lingua in nome del loro falso amore per la gente comune. La malattia del linguaggio scurrile, violento e maleducato ha contagiato anche i leader degli ex partiti istituzionali.
Un campione di cattivo gusto è il presidente degli Stati Uniti che ha attaccato la sua rivale, Hillary Clinton, chiedendosi “se non può soddisfare suo marito, come pensa di soddisfare l’America?”. Per concludere descrivendola come “un vero diavolo, rappresentante del capitalismo più corrotto.” Le battute da macho rivaleggiano con il suo ego assurdo e primitivo, come quando ha detto di avere dita lunghe e belle come “altre parti del mio corpo”. Ha aggiunto che questa caratteristica è documentata, anche se non ha mai spiegato in che modo.
E poi ci sono la xenofobia e il razzismo di cui ha dato abbondanti testimonianze, così come Matteo Salvini quando ha affermato di voler ripulire il paese dagli immigrati e dagli zingari, deplorando tuttavia che “sfortunatamente gli zingari italiani ce li dobbiamo tenere”. In quanto a razzismo, però, la palma va al presidente della Generalitat catalana, l’indipendentista Quim Torra, che in un famoso articolo descrisse gli spagnoli come “bestie da carogna, vipere, iene, con una tara nel dna”.
Salvini e Trump si segnalano anche per essere tra i pochi politici democratici che usano sfacciatamente citazioni di Mussolini nei loro discorsi e dichiarazioni. Il primo quando ha ripetuto la frase del duce “Molti nemici molto onore”, per esprimere il suo disprezzo verso chi lo criticava. Da parte sua, l’inquilino della Casa Bianca ha dichiarato che “è meglio vivere un giorno da leone che cent’anni da pecora”; e quando gli hanno fatto notare che si trattava di una frase attribuita al fondatore del fascismo, ha risposto: “So chi l’ha detto, e allora?” Ad ogni modo, per quanto si possa tingere la chioma di giallo, Donald Trump non potrebbe fare la parte del leone nemmeno in un musical di Disney.
Quando il linguaggio politico brutale s’infiltra nel dibattito parlamentare e nei centri di governo è una minaccia per la sopravvivenza della democrazia. Nella recente campagna elettorale spagnola sono stati i partiti di destra, e non solo quelli di estrema destra, ad avere maggiormente abusato dell’uso dell’invettiva contro gli avversari. Insulti come traditore o criminale indirizzati al presidente del governo dal capo dell’opposizione hanno fatto degenerare il dibattito politico, così come le accuse di mentire restituite dal capo dell’esecutivo a chi lo attaccava. La crescita dell’estrema destra e della sinistra radicale in Europa hanno incoraggiato questi eccessi verbali che in molti casi finiscono per tradursi in violenza fisica.
La bassa qualità della leadership politica che si manifesta quotidianamente, la debolezza istituzionale, frutto della frammentazione delle opzioni e del decadimento delle classi medie che sostengono il sistema, inducono molti elettori a desiderare leader forti che diano solidità allo Stato e sicurezza ai cittadini, a scapito del rispetto dei diritti individuali e della separazione dei poteri. L’Ungheria, la Polonia, la Russia, la Turchia, sono solo alcuni esempi di questa tendenza. Quando si tratta di incoraggiare il voto dettato dalle emozioni, a volte dimentichiamo che non c’è forse sentimento più forte e duraturo della paura.
La Storia dell’Umanità è in gran parte una storia di paura ed è proprio questo a cui fanno appello i nuovi guru del nazionalismo e del suprematismo: la paura dell’immigrato, identificato come delinquente, e la rivendicazione del diritto a usare le armi come mezzo di difesa individuale. In Brasile Bolsonaro ha condotto la sua campagna con in mano un fucile mitragliatore e la Rifle Association rimane una potentissima lobby in quella che un tempo era stata definita la prima democrazia del mondo. E’ passato quasi un anno da quando George Shultz, allora a capo del Partito socialdemocratico tedesco (SPD), denunciò la minaccia posta alla libertà dal linguaggio politico brutale. Da allora le cose non hanno fatto altro che peggiorare.
Hans Magnus Enzersberger ha scritto un saggio memorabile in cui consigliava ironicamente di compatire i politici piuttosto che denigrarli, perché “la perdita della parola è una delle tante perdite associate con la loro professione”. E come si sa, dopo la crisi del 2008 la classe dirigente occidentale ha cercato di correggere questo declino con una sovrabbondanza prolissa che non riesce a compensare il vuoto delle proposte. Enzersberger insiste sul fatto che l’isolamento a cui va incontro il politico di professione in mezzo a un attivismo inutile e assordante, “lo porta a subire la tipica perdita del senso della realtà che spiega il motivo per cui, a prescindere dalla sua capacità intellettuale, in genere è l’ultimo a capire che cosa sta succedendo nella società. “Oggi molti coltivano l’illusione che sbraitare di fronte allo specchio sia un modo per avvicinarsi alla verità. Ma la buona retorica esclude la maleducazione e ama il silenzio: quello che consente agli altri di ascoltare.

(traduzione di Carla Reschia)

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