CISL - FEDERAZIONE SCUOLA UNIVERSITÀ RICERCA
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aprile 2020

In questa pagina:
Il Punto: Un nuovo e diverso mondo (Maddalena Gissi)
La pianta del mese: Pinguicula grandiflora (Eva Kaiser - Flavia Milone)
Il Cantico: Le nuove città europee (Elena Granata)
Le fonti: Lungo la strada (Mario Bertin)
Il filo dei mesi: Aprile, novità dalla natura (Gianni Gasparini)
Hombre vertical: Sentinella, quanto resta della notte? (Emidio Pichelan)
Aforismi: Salus populi suprema lex (Leonarda Tola)
Ricorrenze: Per il 25 aprile rileggiamo Calvino
Note musicali: Giuseppe Verdi, Perduta ho la pace (Francesco Ottonello)
Contributi: Sorpresa o cambio di civiltà? (Gianni Gasparini)
Scrivici, se vuoi, al seguente indirizzo: redazione.scuola@cisl.it

IL PUNTO

di Maddalena Gissi

Un nuovo e diverso mondo

Sembra passato un secolo, ma era solo un mese fa quando abbiamo cominciato a renderci conto che stava per fare irruzione nelle nostre vite qualcosa di sconvolgente, cui avevamo nei giorni precedenti guardato con preoccupazione, ma anche con un certo distacco, perché la diffusione di un pericoloso virus stava avvenendo in Cina, paese distante, e comunque tanto diverso dal nostro. Nel momento in cui è apparso chiaro che quel problema ci riguardava tutti, e noi italiani più di ogni altro, fra i tanti pensieri che hanno attraversato la mia mente vi è stato anche quello di andarmi a rileggere quanto avevo scritto presentando gli approfondimenti mensili di marzo. Per capire quale fosse in quel momento il mio livello di consapevolezza rispetto a quanto stava per accadere; una curiosità che credo legittima e comprensibile, e ne traggo lo spunto – perdonate il bisticcio – per fare il punto in avvio di un nuovo mese che ci apprestiamo a vivere quasi fossimo in un nuovo e diverso mondo.

La prima considerazione la faccio riprendendo l’ultimo tema su cui invitavo a riflettere un mese fa, ovvero l’importanza fondamentale di un’informazione capace di generare e rafforzare la conoscenza, con la conseguente necessità si selezionare opportunamente nella sterminata quantità di messaggi che la comunicazione di massa oggigiorno produce. Indicavo allora “i due poli entro cui si distribuiscono le diverse opinioni che la valanga informativa ha contribuito a generare”: catastrofisti e minimizzatori. Sono i primi, fuor di dubbio, ad aver visto prevalere nettamente le proprie ragioni, e non si può che prenderne atto. Così come va preso atto, in questo caso molto positivamente, che in questi giorni così difficili è tornato a imporsi il principio della competenza come supporto imprescindibile a un sano e saggio esercizio dell’autorità di governo.

Altra riflessione che sono contenta di aver proposto un mese fa è quella in cui richiamavo la responsabilità individuale come fattore decisivo per il successo di ogni strategia di difesa in eventi che investono un’intera comunità. Il “senno di poi” conferma quella che in verità rappresenta per noi una consapevolezza tanto radicata da averne fatto elemento distintivo del nostro modo di agire come organizzazione, racchiuso nel motto “In prima persona, al plurale” che da oltre dieci anni è parte integrante delle nostre “grafiche”. E se la riflessione allora si riferiva essenzialmente all’esigenza di rispettare scrupolosamente regole di comportamento prese troppo spesso sottogamba, oggi il mio pensiero va a quanti il loro impegno in prima persona lo stanno portando avanti negli ospedali, nell’impatto diretto con la malattia, mettendo a rischio la propria salute a beneficio di quella di tutti: dei malati di cui si prendono cura, di tutti noi che in questo momento possiamo apprezzare quanto valga per la società poter disporre di un sistema sanitario pubblico efficace e diffuso. Augurandoci che la tempesta passi quanto prima, una delle lezioni da trarne sarà quella di selezionare accuratamente le priorità di attenzione e di spesa nelle politiche di governo, mai trascurando tuttavia il fatto che per la qualità e l’efficacia di un servizio pubblico resta decisiva la qualità del fattore umano: non si esagera a definire eroico il lavoro che in queste settimane viene svolto dal personale medico e paramedico nelle nostre strutture sanitarie, spesso alle prese con la carenza o l’insufficienza di dotazioni strumentali sfruttate al limite.

Probabile che le prestazioni di lavoro svolte in questa condizione di emergenza siano andate al di là di quanto prevedono norme e contratti. Non ho l’impressione che questa sia stata nei nostri ospedali la preoccupazione principale: ammesso che vi sia stata. Non sembri fuori luogo una considerazione del genere se fatta da chi dirige un sindacato. Non c’è dubbio che una disciplina del rapporto di lavoro che ne contempli in modo quanto più possibile puntuale aspetti normativi ed economici non risponde solo a esigenze di tutela dei lavoratori, ma è - per quanto ci riguarda - un dato irrinunciabile di civiltà. Mai tuttavia lacune o indeterminatezze normative e contrattuali, legate anche al carattere assolutamente inedito di un’emergenza imprevista nella sua entità, possono diventare il pretesto per non fare la nostra parte quando ci è richiesto un così straordinario impegno collettivo. Le questioni che più direttamente ci hanno visto e ci vedono coinvolti, come sindacato della scuola, le abbiamo sempre considerate e trattate a partire da questo presupposto irrinunciabile, punto fermo e chiaro nell’orizzonte dei valori che ci guidano. Ci conforta la generosità di cui sta dando prova un corpo professionale impegnato, spesso in condizioni molto problematiche, a garantire che non si interrompa, con la forzata chiusura delle aule, la relazione educativa con le classi, tenendola viva e attiva per quanto possibile a distanza. Una modalità per la quale le competenze necessarie non sono sufficientemente diffuse, e questo è un problema che ci dovremo porre in prospettiva. Lo sforzo generoso che tutte le scuole stanno compiendo è comunque una risorsa che sta dando frutti, non c’è proprio alcun bisogno di eccedere in fiscalità e molestie burocratiche, e soprattutto va evitata ogni pretesa di vedere riproposti meccanicamente strumenti, modi e tempi della didattica in presenza. Abbiamo voluto anche noi offrire un supporto al grande sforzo in atto nelle nostre scuole, dedicando a riflessioni, testimonianze e proposte una pagina del nostro sito (“La scuola che non chiude”): numerosi e belli i contributi che di giorno in giorno la stanno arricchendo.

Non sono mancate anche in questi giorni occasioni di polemica e di contrasto col Ministero, ma le riprendo, solo per ribadire un concetto, che spero di avere reso efficacemente in qualche presa di posizione: è falsa e distorta l’immagine che si è tentato di accreditare, di un sindacato intento solo a fare ostruzionismo rispetto agli atti dell’Amministrazione. Noi non vogliamo un’Amministrazione inerte, siamo i primi a rivendicarne una presenza attiva e efficace su tutti i fronti. Non un attivismo fine a sé stesso, o a scopo di autopromozione: una presenza attiva e efficace. Crediamo che a renderla tale possa contribuire anche un sano, positivo e costruttivo svolgimento delle relazioni sindacali, e sono innumerevoli gli esempi che lo possono dimostrare. Uno per tutti: nella gestione della mobilità si sono combinati disastri quando ha prevalso il peso di norme mai discusse né tanto meno condivise con le organizzazioni dei lavoratori.

Concordia e compattezza, come il momento esige, si rafforzano se prevalgono atteggiamenti di confronto e di costruttivo scambio di idee. Mi piace allora richiamare, in chiusura, un’altra riflessione proposta un mese fa, riletta ora in una situazione diversa, con il contagio trasformato in vera e propria pandemia. Guai se l’emergenza, che purtroppo costringe ogni territorio, ogni paese, a chiudere le sue porte, non lascerà aperto e fluido lo scambio delle intelligenze, della ricerca e della conoscenza, la cui circolazione è indispensabile per sostenere lo sforzo cui tutto il mondo è chiamato nella battaglia contro lo stesso invisibile nemico. Tenere aperta quella porta ci aiuterà a vincerla, e a vincerla prima.

LA PIANTA DI COPERTINA

Disegno di Eva Kaiser
Testo di Flavia Milone

Pinguicula grandiflora

La specie Pinguicula grandiflora è stata inserita nelle liste della IUCN nel 2001 come gravemente minacciata.

Pianta perenne, insettivora, è caratterizzata da foglie di forma ovale, lanceolate, che presentano sulla superficie delle ghiandole invisibili ad occhio nudo e che secernono un liquido vischioso, atto a catturare gli insetti. La corolla, bilabiata, è di colore viola scuro. In inverno forma degli ibernacoli per proteggersi dal freddo, fiorisce in giugno-luglio e fruttifica ad agosto-settembre.

Il nome del genere Pinguicula, coniato per la prima volta da Carolus Clusius (1526-1609), botanico e docente francese, deriva da pinguis (grasso, unto) e da culex (zanzara), in riferimento alle foglie untuose / viscose (da cui il nome volgare di erba unta) che catturano zanzare e altri piccoli insetti. Il nome della specie, Grandiflora, deriva da grandis (grande) e flos (fiore), riferimento evidente e diretto ai grandi fiori che caratterizzano la pianta.

La P. grandiflora ha un areale di distribuzione vario, si rinviene nelle praterie umide dal livello del mare (in Irlanda) fino ad oltre 2300 m s.l.m. sui Pirenei, mentre l’areale italiano è rappresentato dall’unica stazione rilevabile in Valle d’Aosta.

La specie è gravemente minacciata per varie ragioni: è oggetto infatti di raccolte distruttive ad opera di collezionisti di piante carnivore, ma patisce anche i cambiamenti climatici che possono determinare un diverso regime di precipitazioni, un inaridimento del sito e il cambiamento dei rapporti di competizione con altre specie presenti.

IL CANTICO

Il previsto approdondimento sarà disponibile solo nei prossimi giorni. Pubblichiamo provvisoriamente il testo breve che compare sulle pagine "cartacee" dell'Agenda.

Le nuove città europee

di Elena Granata

Quando, dopo tanti secoli, leggiamo che Francesco nei Fioretti parlava ed ammansiva il lupo che tanto terrorizzava gli abitanti di Gubbio, tutta la nostra attenzione si concentra sul lupo. Francesco varca la soglia della città e si incammina alla ricerca del lupo, simbolo inquietante di pericolo per gli uomini.

Colpisce certamente la singolare empatia che si innesca subito tra il santo e l’animale; colpisce la capacità di ammansire, coinvolgere e addomesticare. Ma c’è un dettaglio che rischia di sfuggire. Appena fuori Gubbio i contemporanei di Francesco trovano foreste e boschi, una natura selvaggia che nei decenni precedenti si era riconquistata territori in tutta la penisola.

Nel medioevo, infatti, la decadenza delle città e l’abbandono delle strade, innescata dal crollo della civiltà romana e del suo controllo sul territorio, porta all’abbandono dei campi coltivati, uliveti e vitigni. La vegetazione ha invaso villaggi abbandonati e strade, rendendo incerti e pericolosi tutti gli spostamenti e le relazioni tra città.

È da questo isolamento, nella distanza tra città isolate tra loro, a volte da una natura che avvolge e inquieta, che nascono le nuove città europee. Isolate e sconnesse, impaurite e chiuse. Una gestazione feconda, però, che consentirà ai nuovi nuclei urbani di rinascere piano piano, di elaborare nuove lingue (tutte figlie del latino: le lingue romanze), di inventare nuove architetture, nuove arti e nuovi mestieri, nuove colture e culture.

Francesco esce dalla città, non ha paura. L’uscita dall’isolamento e dalla paura, segna l’inizio della civiltà europea.

LE FONTI

a cura di Mario Bertin

Lungo la strada

I primi insediamenti francescani (almeno finché era in vita il fondatore dell’Ordine) non sono costituiti da case in pietra, ma da “luoghi”. Il termine stava a indicare ripari di fortuna, come grotte, povere capanne, o “tuguri” come nel caso di Rivotorto nei pressi di Assisi. La prima Regola, quella più vicina alle intenzioni di Francesco (Regola non bollata, IX) affermava addirittura che i frati “devono essere lieti quando vivono con persone di poco conto, tra poveri e deboli, tra infermi e lebbrosi e tra mendicanti lungo la strada”. Questa era una popolazione che viveva ai margini della città, non all’interno delle mura. Lo stanno ad indicare anche i conventi costruiti nei secoli successivi nei luoghi in cui si ricordava la presenza di san Francesco.
Del resto, le Fonti riferiscono spesso che Francesco e i suoi primi compagni, per la preghiera ma non solo, si inoltravano nella foresta, infestata da serpenti, da lupi e da briganti.
In queste scelte alcuni studiosi hanno visto un ritorno alla vita rurale, da parte delle fasce più povere della popolazione, mentre nascevano i comuni e nelle città si andava formando la nuova classe dirigente costituita dalla borghesia.

In una operetta allegorica di autore ignoto si narra la visita che fa ai frati Madonna Povertà. Essa partecipa al loro frugalissimo pranzo di pane ed erbe crude.

E quando della gloria di tanta penuria si furono saziati più che se avessero avuto abbondanza di ogni cosa, innalzarono lodi al Signore, al cui cospetto avevano trovato tanta grazia e condussero la Povertà al luogo del riposo perché era stanca. E così si adagiò ignuda sulla nuda terra.

Chiese inoltre un guanciale per il suo capo. E quelli subito portarono una pietra e la posero sotto il capo di lei.

Ed ella, dopo un sonno placidissimo e non appesantito da cibo né da bevanda, si alzò alacremente, chiedendo che le fosse mostrato il chiostro. La condussero su di un colle e le mostrarono tutt’intorno la terra fin dove giungeva lo sguardo, dicendo: “Questo, signora, è il nostro chiostro”.

(Sacrum Commercium Sancti Francisci cum Domina Paupertate, 63)

[San Francesco] Insegnava ai suoi a costruirsi piccole abitazioni e povere, di legno non di pietra, e cioè piccole capanne di forma umile. Spesso, parlando della povertà, ricordava ai frati il detto evangelico: “Le volpi hanno tane e gli uccelli del cielo nidi, ma il Figlio di Dio non ebbe dove posare il capo”.

Una volta si doveva tenere il capitolo presso Santa Maria della Porziuncola. Mentre era imminente il tempo fissato, il popolo di Assisi osservò che non vi era una abitazione adatta e, all’insaputa dell’uomo di Dio, assente in quel periodo, costruì una casa per il Capitolo, nel minor tempo possibile.

Quando il Padre ritornò, guardò con meraviglia quella casa e ne fu molto amareggiato e addolorato. Subito per primo si accinse ad abbatterla. Salì sul tetto e, con mano vigorosa, rovesciò lastre e tegole. Pure ai frati comandò di salire e di togliere del tutto quel mostro contrario alla povertà. Perché, diceva, qualunque cosa troppo vistosa fosse stata tollerata in quel luogo, ben presto si sarebbe diffusa per L’Ordine e sarebbe stata presa come esempio da tutti.

(Tommaso da Celano, Vita Seconda di San Francesco d’Assisi, 56-57)

IL FILO DEI MESI

Aprile, novità dalla natura

di Gianni Gasparini

Una delle opere poetiche più complesse e significative del Novecento, La terra desolata (The waste land) di T.S. Eliot, nell’incipit della prima parte, “La sepoltura dei morti”, reca questi versi:

Aprile è il più crudele di tutti i mesi. Genera
lillà dalla terra morta, mescola
memoria e desiderio, desta
radici sopite con pioggia di primavera.
L’inverno ci tenne al caldo, coprendo
la terra di neve immemore, nutrendo
una piccola vita con tuberi secchi.

(T.S. Eliot, La terra desolata, Feltrinelli 1995)

Il mese di aprile ci parla di una natura che ha allontanato l’inverno e si risveglia pienamente a primavera, mescolando o tenendo insieme “memoria e desiderio”, e cioè la stagione passata e quella futura. Semmai, i riferimenti vegetali di Eliot non corrispondono esattamente a quelli di un paese mediterraneo come l’Italia, dove – anche a prescindere dal cambiamento climatico in atto e dall’anticipo delle stagioni – il mese di aprile non appare certo crudele ma generalmente mite e luminoso. Ad aprile le fioriture primaverili inondano colline e monti delle Prealpi e degli Appennini, facendo capolino anche in alta montagna: crochi e bucaneve, primule e anemoni, scille e pulmonarie, pervinche e potentille, oltre a molte altre specie, si offrono copiosi nei prati e nel sottobosco.

Nella celebre rappresentazione scultorea dei mesi di Benedetto Antelami che si trova nel Battistero di Parma il mese di aprile è rappresentato come un giovane re coronato che tiene nella mano destra un ramo di palma e nella sinistra un fiore non meglio identificato. Osserviamo dunque che anche nel medioevo (siamo alla fine del XII secolo) si manifesta in certi mesi e in una data stagione dell’anno, tipicamente la primavera, un’attenzione alla natura che prescinde dalla dimensione utilitaristica e strumentale, che non è legata cioè ad uno specifico lavoro agricolo. Ad aprile sembrano prevalere le ragioni della bellezza estetica: il fiore, il ramo, l’albero. E il fatto che aprile si presenti come un re ne dice in chiave medievale la nobiltà, la distinzione, l’apprezzamento che gli è dovuto.

Un tipico fenomeno naturale che va segnalato, generalmente tra la fine di marzo e la prima metà di aprile, è la ricrescita delle foglie sugli alberi. Si tratta di uno degli elementi più appariscenti non solo nei boschi e nelle foreste, ma nel paesaggio urbano, dove le latifoglie recuperano il manto perduto nei mesi autunnali. In città, dove gli alberi riempiono con le loro forme e i loro colori viali e piazze, giardini e parchi, il fenomeno è talmente ovvio e di routine, per così dire, che non desta alcuno stupore. Ma, a pensarci bene, è impressionante che nel giro di pochi giorni la stragrande maggioranza degli alberi si rivesta di verde e di fatto cambi il paesaggio urbano; che migliaia e migliaia di foglioline in un tempo brevissimo si sviluppino fino a coprire tutto lo spazio possibile di una pianta, dando l’idea di rincorrersi su per il tronco e i rami che si protendono verso l’alto, a cercare il più possibile la luce. Tutto sembra così normale e ordinario, ma in realtà qui si manifesta un disegno interno all’albero che richiede un coordinamento organico e funzionale straordinario e che produce un cambiamento vistoso e relativamente stabile, che durerà per sei o sette mesi fino al prossimo autunno.

Sul piano socioculturale e socioreligioso il mese di aprile corrisponde quasi sempre alla celebrazione della Pasqua, festa mobile al centro della religione cristiana che ricorre la prima domenica di plenilunio successiva all’equinozio di primavera. La Settimana santa, che precede la festa pasquale, vede nei paesi di tradizione cattolica il rinnovarsi da secoli di riti religiosi che assumono anche valenza e interesse civile: celebri restano le grandi processioni organizzate dalle Confraternite nella città di Siviglia. Nel nostro paese, il Giovedì e il Venerdì santo rivivono in molti centri, dal nord al centro e al sud, tradizioni che si traducono in processioni e in rappresentazioni dal vivo della Passione. A Roma, al Colosseo, da anni alla sera del Venerdì santo viene celebrata una Via crucis, con le quattordici stazioni relative che ripercorrono idealmente l’itinerario di Gesù fino al Calvario, alla presenza del Papa e con un commento affidato ogni anno a una persona diversa.

Il ricordo della Passione di Gesù Cristo diventa così un’occasione importante, anche indipendentemente dalla propria fede, per meditare sulle sofferenze e le speranze di rinascita di ogni uomo, in ogni società e nella nostra in particolare.

HOMBRE VERTICAL

a cura di Emidio Pichelan

Sentinella, quanto resta della notte?

La navigazione nel periglioso mare della vita richiede gli opportuni corroboranti. Ho scritto “periglioso” e “corroborante”? Il primo termine veicola un inconfondibile (e desueto) profumo di letteratura; sul secondo (vedi M. Arcangeli, Senza parole. Piccolo dizionario per salvare la nostra lingua) – pende la spada tagliente dell’oblio. Dell’estinzione.

Ma si può essere resilienti – termine, invece, in grande spolvero – senza corroboranti?

Ogni volta che posso, vado a trovare l’amico-guru Pironforchetta. La primavera precoce ha fatto fiorire anzitempo le mimose. Lo trovo mentre sta rileggendo, come ogni giorno, il passaggio di Isaia: “Sentinella, quanto resta della notte? La sentinella risponde: Viene la mattina, e viene anche la notte. Se volete interrogare, interrogate pure: tornate un’altra volta”.

L’amico-guru è un resiliente naturale. È nato sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale; per lui la vita è un’emergenza continua. Un susseguirsi di imprevisti e di sfide, di inciampi e di resurrezioni, di sorprese e di effetti speciali. Armato di letteratura (di buona e bella e profonda letteratura) e di storia, dunque di pensiero riflessivo e lungo, sembra non scomporsi mai.

  • Non sono il solo nella scelta della letteratura e della storia come corroboranti vitali quotidiani, le sentinelle da interrogare ogni sorgere dell’alba. È incoraggiante vedere come l’emergenza di oggi faccia riscoprire a molti le pagine del Boccaccio, del Manzoni, di Camus, di Saramago, di García Márquez.

A proposito dell’autore di Cien años de soledad, immagino – e immagino bene – che si riferisca a El amor en el tiempo del cólera. Ce l’ho con me, è l’occasione propizia per rileggere l’incipit memorabile: “Era inevitabile: l’odore delle mandorle gli ricordava sempre il destino degli amori contrariati”.

L’amico-guru sorride e continua nella sua riflessione:

  • Non emoziona anche te il venire a sapere che nelle facoltà “dure” dell’Università La Sapienza di Roma – Matematica, Fisica, Ingegneria – verranno introdotti corsi di storia contemporanea? Perché, come dice bene il promotore dell’iniziativa, la storia sono tenuti a conoscerla anche quelli che non sono tenuti a studiarla.

Al netto dei gusti personali e della salute dello studio della storia di questi tempi e dei tempi recenti, che senso ha parlare, hic et nunc, di letteratura e di storia? Non è un modo, per quanto elegante, di sfuggire al presente?

La risposta la dà Carlo Greppi nel recente “La storia ci salverà. Una dichiarazione d’amore” (Utet): “La forza [della storia] è nella capacità di essere una sorta di guida per imparare a interpretare il presente ma soprattutto comprendere noi stessi”. Non c’è bisogno di sprecare nemmeno una riga per dire che, spesso, la letteratura ci fa comprendere noi stessi ancor meglio della storia. Con la forza e la bellezza delle parole. E quando comprendiamo noi stessi (e la nostra storia) ci sentiamo – ovviamente – meno indifesi.

AFORISMI

 a cura di Leonarda Tola

Salus populi suprema lex

Salus è il termine latino per dire sia salvezza che salute, a significare che non vi è salvezza senza la salute, quella che, ai giorni nostri e con riferimento alla persona, si definisce come stato di benessere fisico e psichico. La salvezza del popolo-comunità, e per esteso umanità, la salute pubblica è bene comune elevato a legge suprema nel Diritto romano. “La salvezza del popolo sia la legge suprema” è la nota sentenza riportata nel De Legibus (3,3,8) opera filosofico-politica in forma di dialogo tra l’autore Marco Tullio Cicerone, il fratello Quinto e l’amico Attico.
Sorprendentemente attuali le argomentazioni. Dice Marco: “Vedo che questa fu l'opinione degli uomini più sapienti, cioè che la legge non è stata elaborata dagli umani intelletti, né essa sia un qualche decreto dei popoli, ma qualcosa di eterno, che governa l'universo con la saggezza nel comandare e nell'obbedire. Dicevano esattamente così, che prima e suprema legge era la mente del dio che tutto razionalmente o impone o vieta”. La natura della legge che “comanda o distoglie” è divina, “legge celeste” , ispirazione che guida l’intelletto dei saggi a decretare secondo “il divino raziocinio che ha il potere di stabilire per legge il giusto e l’ingiusto”. Argomenta Marco: “precetti e divieti dei popoli hanno la forza di invitare alle azioni corrette e di allontanare dalle colpe, forza che non soltanto è più antica dell'età stessa dei popoli e degli Stati, ma è coeva di quel dio che protegge e governa il cielo e le terre”.
Da un grembo divino scaturisce dunque la saggezza umana, la sola deputata ad elevare a rango di legge suprema la salvezza/salute comune. Si pensa peraltro che l’antica sentenza latina non ignori le Dodici Tavole. Come dire che le radici dell’albero del consorzio umano sono ben piantate e saranno indistruttibili. Criterio di giudizio per la legge è la sua conformità al bene del popolo, all’imperativo di salvare i cittadini, servare cives come afferma Seneca a proposito della sentenza.
Marco, riferendosi a salute e malattia, porta ad esempio della intangibile superiorità della legge posta a salvaguardia del popolo l’agire dei medici chiamati prioritariamente a curare il malato: “Infatti non si possono chiamare realmente prescrizioni dei medici nel caso che essi, per ignoranza ed imperizia, abbiano prescritto sostanze letali in luogo di salutari, e nemmeno una legge relativa a un popolo, qualunque essa sia, può essere detta legge, posto che il popolo ne abbia ricevuto qualche danno”.
La legge deve avere come fine la salvezza/salute comune. Domanda Marco: “Ed uno Stato che sia privo di legge non è forse proprio per questo motivo da considerarsi come inesistente?”. Ricevuto il convinto assenso di Quinto conclude :“La legge pertanto è la distinzione del giusto e dell'ingiusto manifestata in conformità alla natura, che è il più antico e principale di tutti gli elementi a cui fanno riferimento le leggi umane”. Si desume che i provvedimenti adottati dall’autorità legittimata a governare, in quanto indirizzati alla salvezza del popolo, hanno natura di legge suprema.

La massima latina ha significativamente attraversato i secoli pervadendo di sé anche le legislazioni moderne. Nelle situazioni di emergenza come quella che tutto il mondo oggi patisce a causa della pandemia, le regole e i divieti adottati a difesa della vita dei cittadini e per allontanare il pericolo di morte diventano emanazioni della suprema lex. Come sempre, risalire alle origini è utile ad arginare la paura e a vincere l’ansia delle ore che viviamo. Viene da lontano la sovranità della legge che ha come fine la salute pubblica e ci traghetta nel futuro. Si sa che il detto latino spicca sullo Stemma dell’Esercito italiano: Salus Rei Publicae Suprema Lex Esto. Non è inutile ricordarlo, oggi più di ieri. Aspettando che l’alba del nuovo giorno ci risani.

RICORRENZE

Oltre alle festività pasquali, che quest'anno vivremo in modo insolito al chiuso delle nostre case, questo mese ci consegna la ricorrenza di un evento fondativo della nostra Repubblica, la Liberazione dal nazi-fascismo, festeggiata ogni anno il 25 aprile. Ne segnaliamo altre tre, che possono offrire spunti per approfondimenti di grande interesse per la nostra didattica forzatamente a distanza.

5 aprile - Giornata Internazionale delle Coscienze

Domenica 5 aprile 2020 l’ONU ci invita a celebrare la prima Giornata Internazionale delle Coscienze. Una decisione presa il 25 luglio dell'anno scorso, prima che il coronavirus ci abbia dato una ragione in più di riflettere su come viviamo, su quante e quali violenze affliggono l'umanità, su cosa dovremmo cambiare nella nostra vita e nei nostri rapporti per superarle, su quello che sta succedendo in Italia e nel mondo.
Dobbiamo raccogliere con serietà e impegno reale l'invito dell'ONU per cercare di essere il nuovo e dare inizio ad un percorso diverso e positivo. Molti dicono che le cose non saranno più come prima. Ma se non ci prendiamo il tempo di esaminare le nostre coscienze e di adeguare il nostro agire e i nostri rapporti umani (dunque le nostre leggi, la nostra economia e la strutturazione delle nostre società) a quello che davvero conta per ciascuno di noi, niente garantisce che domani sarà migliore di ieri e oggi
(dall'appello rivolto dalla Tavola della Pace di Perugia).
Per maggiori informazioni sul significato della giornata e sulle numerose iniziative on line organizzate per l'occasione vai al sito della Tavola della pace

7 aprile – Giornata mondiale della salute

Il 7 aprile si celebra, come ogni anno, la Giornata mondiale della salute (World Health Day), istituita nel 1950 assumendo come data il 7 aprile, giorno in cui, nel 1948, entrò effettivamente in vigore l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), agenzia speciale dell'ONU fondata il 22 luglio 1946.
Scopo della ricorrenza è promuovere a livello globale la sensibilizzazione sui temi cruciali della salute pubblica, lanciando anche su di essi programmi a lungo termine. Sulla struttura dell’Oms, la sua organizzazione, i compiti e le funzioni assegnate, la pagina di Wikipedia fornisce un quadro abbastanza ricco e numerosi spunti da cui partire per approfondire la conoscenza di un organismo quanto mai di attualità nella situazione di emergenza sanitaria mondiale nella quale ci troviamo.

25 aprile - Festa della Liberazione

Per la ricorrenza del 25 aprile abbiamo scelto di suggerire ai nostri lettori (e magari per loro tramite ai loro alunni) la lettura o ri-lettura di un testo, Il sentiero dei nidi di ragno, scritto nel 1947 da Italo Calvino, che affronta il tema della guerra partigiana con un approccio scevro da ogni retorica celebrativa, e proprio per questo capace di restituircene tratti di grandissima umanità.
La lotta di liberazione è vista e vissuta nel libro attraverso gli occhi di Pin, bambino di dieci anni, orfano dei genitori e affidato alla sorella più grande, prostituta solitamente frequentata da militari tedeschi, a uno dei quali Pin ruba una pistola, nascondendola sotto terra nel luogo che dà il titolo al romanzo.
Proprio a causa di quel furto il ragazzino finisce in carcere, dove incontra un giovane partigiano che lo aiuterà poco dopo a evadere. Pin si unisce a una brigata partigiana attiva nelle vicinanze, un gruppo di personaggi che compongono un campionario umanissimo di vizi e virtù.
Senza addentrarci ulteriormente nella descrizione della trama, proponiamo la breve presentazione del romanzo tratta dalla “Guida al Novecento” di Salvatore Guglielmino (Milano 1971), arricchita al suo interno da una citazione forse riconducibile alla penna dello stesso Calvino.

Scritto «a caldo» - come UOMINI E NO di Vittorini - IL SENTIERO DEI NIDI DI RAGNO è ispirato alle vicende della guerra partigiana, ma ha una impostazione, un taglio che nella narrativa resistenziale gli conferiscono un posto particolare. Ciò è stato ottimamente messo in luce, in occasione di una recente ristampa, dalla presentazione editoriale presumibilmente scritta dallo stesso Calvino o da lui approvata: "Per non lasciarsi mettere in soggezione da un tema troppo impegnativo e solenne per le proprie forze come la lotta partigiana nei suoi eroismi e sacrifici, Calvino preferì affrontarlo non di petto ma di scorcio, attraverso l’incontro di un ragazzetto della malavita con una banda di irregolari tenuti al margine della lotta dalla non immotivata diffidenza dei comandanti. C’era in questa scelta del tema un’ostentazione di spavalderia contro la 'rispettabilità borghese', ma anche già un’affermazione polemica contro chi intendesse assegnare alla nuova letteratura una funzione celebrativa e didascalica".

28 aprile - Giornata internazionale per la salute e la sicurezza sul lavoro

La Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro, celebrata ogni anno il 28 aprile, è stata istituita dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) nel 2003 per promuovere e sensibilizzare cittadini e istituzioni alle questioni della salute e sicurezza sul lavoro e diffondere la cultura della sicurezza e del lavoro dignitoso, richiamando l’attenzione sull’importanza della prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali.
L’OIL (ma è frequente imbattersi nell’acronimo ILO, di derivazione inglese) è l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di promuovere il lavoro dignitoso e produttivo in condizioni di libertà, uguaglianza, sicurezza e dignità umana per uomini e donne; espressione di 186 stati membri, è l’organismo internazionale responsabile dell’adozione e dell’attuazione delle norme internazionali del lavoro.
La celebrazione della Giornata mondiale della sicurezza e della salute sul lavoro costituisce parte integrante della Strategia globale sulla sicurezza e la salute sul lavoro dell’OIL e promuove la creazione di una cultura globale di prevenzione nell’ambito della sicurezza e della salute con la partecipazione di tutte le parti interessate.

NOTE MUSICALI

a cura di Francesco Ottonello

Giuseppe Verdi (1813 - 1901): Perduta ho la pace

L’Italia, si sa, è il paese dell’opera. Il melodramma ha pressoché fagocitato la maggior parte delle fatiche dei maggiori compositori italiani che, per inclinazione e per necessità di mercato, vedevano nel teatro d’opera la realizzazione prima e più rapida per la propria carriera. Questo status quo ha inevitabilmente condizionato la storia musicale del nostro paese relegando a ruolo di contorno ogni altro tipo di produzione compositiva. In questa posizione di ombra è spesso rimasto anche un genere dove il canto e l’espressività vocale hanno un ruolo determinante: la lirica vocale da camera. Con essa si intende una composizione per voce solistica (normalmente una) e accompagnamento di pianoforte. In realtà anche i maggiori operisti nostrani si cimentarono nel genere della lirica vocale, da Rossini a Respighi, ma non fu mai un genere praticato con assiduità e dedizione. La melodia con accompagnamento pianistico pagò lo scotto dell’ambiente al quale apparteneva: il salotto borghese, cui spesso si associava l’amatorialità; uno scotto che neanche l’arte dei più grandi uomini di teatro ebbe la forza di riscattare. In realtà la produzione di musica per voce e pianoforte fu molto ampia nell’Italia Ottocentesca e di inizio Novecento, ma la ragione era squisitamente commerciale. Per le famiglie che se lo potevano permettere avere un pianoforte ero uno status symbol, suonare e cantare in casa era buona norma; di conseguenza il repertorio per voce con accompagnamento di pianoforte era molto richiesto, l’editoria musicale traeva grande giovamento da questo mercato come pure i compositori.
I musicisti che si dedicarono alla realizzazione di questo tipo di repertorio, nella maggior parte dei casi, non fecero che trasferire i principi compositivi che presiedevano alla scrittura di arie d’opera ridimensionando la lunghezza e la destinazione della parte strumentale. In linea di massima le liriche da camera sono delle arie operistiche pret à porter, sia dal punto di vista stilistico che formale.
Verdi nella propria produzione di liriche da camera non sfugge a questa tendenza, come ben sintetizza Cesare Orselli, che a proposito della produzione cameristico vocale verdiana scrive: «gli andamenti melodici hanno assai poco di garbo salottiero, le formule di accompagnamento sanno più di partitura orchestrale tradotta che di scrittura pianistica, con l’adozione di forti ritmi come la polacca e il valzer; sono insomma i canti i cui tratti […], ne potrebbero consentire il riutilizzo all’interno di una scena teatrale».
Questi limiti apparenti non condizionano però la forza espressiva del prodotto finale: Verdi riesce comunque a enfatizzare le componenti patetiche dei testi poetici che decide di musicare ricorrendo, negli esempi più riusciti, ad una grande cantabilità e a risorse armoniche di sicuro effetto.

Fra questi esempi più felici certo si può annoverare Perduta ho la pace.

P.S.: Pensate e scritte ben prima che esplodesse la pandemia da coronavirus, in cui la prevenzione del contagio implica anche e soprattutto le misure del cosiddetto "distanziamento sociale", queste note acquistano singolare attualità nel proporre un brano che, dando espressione lirica a un desiderio intenso di contatto fisico, ben si attaglia al concreto vissuto di un tormentato oggi.

Testo della lirica: versi di Wolfgang Goethe
Traduzione di Luigi Balestri

Perduta ho la pace, ho in cor mille guai;
Ah, no, più non spero trovarla più mai.
M'è buio di tomba ov'egli non è;
Senz'esso un deserto è il mondo per me.
Mio povero capo confuso travolto;
Oh misera, il senno, il senno m'è tolto!
S'io sto al finestrello, ho gl'occhi a lui solo;
S'io sfuggo di casa, sol dietro a lui volo.
Oh, il bel portamento; oh, il vago suo viso!
Qual forza è nei sguardi, che dolce sorriso!
E son le parole un magico rio;
Qual stringer di mano, qual bacio, mio Dio!
Anela congiungersi al suo il mio petto;
Potessi abbracciarlo, tenerlo a me stretto!
Baciarlo potessi, far pago il desir!
Baciarlo! e potessi baciata morir.

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CONTRIBUTI

Riflessioni in tempi di virus: sorpresa o cambio di civiltà?

di Gianni Gasparini

Che cosa stiamo vivendo, ciascuno per suo conto o nel proprio ambito domestico-familiare in cui è praticamente rinchiuso in queste settimane, e ciascuno collettivamente nel nostro paese e nel sistema europeo e mondiale di cui facciamo parte?

Cerco di prescindere ora dalla dimensione personale, anche se è quella che consente o blocca la stessa capacità e il ‘desiderio’ di scrivere, per chi ne abbia la vocazione e la consuetudine. Prescindo anche dalle singole realtà di ciascuno, che in questo momento di forzata chiusura endo-domestica sono di maggiore o minore disagio, ma comunque hanno creato in tutti un sentimento inaudito di sorpresa insieme ad iniziali strategie di adattamento mai sperimentate prima, simili in parte a quelle che si attuano in tempi di guerre o di calamità gravi. Mi focalizzo dunque sulle dimensioni collettive di ciò che stiamo vivendo, cercando di formulare qualche pensiero iniziale e frammentario.

La sorpresa: si tratta di un fenomeno “interstiziale” e marginale, o al contrario strutturale e centrale delle società del XXI secolo? Poco più di vent’anni fa (Sociologia degli interstizi, B. Mondadori 1998) ho iniziato personalmente ad elaborare una sociologia della vita quotidiana fondata sull’attenzione ai fenomeni interstiziali, poco considerati perché intermedi tra fenomeni centrali, e/o perché ritenuti periferici o marginali nei nostri sistemi. La sorpresa rappresentava uno di tali fenomeni (accanto al dono, al silenzio, all’attesa e ad altri): poi, a partire dall’inizio del secolo, abbiamo registrato una serie di fenomeni assolutamente sorprendenti, di segno negativo: l’11 settembre 2001 come ‘madre di tutte le sorprese’, lo tsunami nell’Oceano indiano nel 2004, il global warming con le sue conseguenze devastanti in termini di singoli fenomeni climatici estremi manifestatisi nei diversi paesi e regioni, la crisi economico-finanziaria del 2007-2008, le epidemie-pandemie, i disastri tecnologici… e ora il Coronavirus, micidiale e aggressivo virus proveniente dalla Cina che in due mesi ha coinvolto l’Europa e poi il mondo intero in una pandemia senza precedenti, contro la quale si sta lavorando ma non sono ancora pronti vaccini e antidoti.
Ci sono stati in questo ventennio anche fenomeni di segno potenzialmente positivo, fra cui la diffusione del digitale e la globalizzazione in genere (in quanto possibilità di comunicazione planetaria), ma si tratta di trend e fenomeni che hanno agito perlopiù in forme continue e progressive.
La sorpresa invece ha carattere puntiforme, è un fenomeno acuto, un evento legato a una manifestazione improvvisa, che interviene in un giorno o in pochissimi giorni o settimane.
I fenomeni interstiziali – così ho ritenuto e documentato nei miei lavori finora – interagiscono con le istituzioni: non tutto è interstizio, margine, periferia. Le istituzioni sono in qualche modo un argine e un complemento rispetto agli interstizi, che in esse trovano forme di adattamento e inducono cambiamenti sostenibili. Ma ora mi sembra che la categoria di interstizio forse non basti più a cogliere ciò che sta accadendo. Non serve più ragionare in termini di sorpresa come fatto eccezionale, che si adatta quindi alle istituzioni esistenti e vi si integra, alla fine: la sorpresa – quella negativa, che coinvolge moltitudini di cittadini del mondo – sembra essere diventata endemica nei nostri sistemi. Ne consegue che le categorie del cambiamento sociale e dell’adattamento personale al cambiamento stesso sono probabilmente insufficienti a fronte dei mutamenti che sta inducendo il contagio reale e temuto di questa pestilenza del XXI secolo.
Il passo ulteriore è forse allora quello di aprirsi a nuove categorie più comprensive, per quanto inquietanti: penso a “cambio di civiltà”, in particolare. Ricordo delle civiltà che sono scomparse letteralmente, come quella di Santorino alcune migliaia di anni fa, in seguito alla devastante eruzione del vulcano sull’isola. Penso, meno drammaticamente, alle evoluzioni societarie di questi ultimi due secoli nel mondo, con il passaggio progressivo da società preindustriali nei diversi continenti a società industrializzate: si è trattato di un cambiamento storico eccezionale, anche se diluito nel tempo e nello spazio.
Il punto decisivo che si delinea al riguardo mi sembra sia il seguente: che cosa mantenere e che cosa lasciare di questa civiltà attuale? Non si tratta solo di una scelta libera e assicurata a tutti i cittadini del mondo, a tutti gli stati: in situazioni come questa la gestione di una emergenza prolungata può generare forme di limitazione delle libertà, dei diritti personali (come già avviene in modo provvisorio per ora nei paesi democratici), e al limite l’instaurazione – certo non auspicabile – di sistemi autoritari.

Che cosa resterà e che cosa “deve restare” dei nostri sistemi attuali? La prima risposta è – credo - quella che riguarda il quadro democratico, le libertà personali e lo stato di diritto, che devono restare. Ma insieme direi che deve restare la modernità, quella che ci fa percepire la diversità di situazione tra oggi e tutti gli altri ieri della storia, quella modernità che – anche se non sappiamo ancora come e quando – ci farà superare anche l’emergenza sanitaria creata dal virus. E dovrebbe restare – credo - il bello del quotidiano che ci siamo conquistati in questo dopoguerra specialmente in Occidente, sapendo che non è solo un privilegio nostro ma un elemento da diffondere e condividere sempre di più con tutti: la comunicazione digitale a livello planetario, i viaggi e gli spostamenti reali, la fruizione della cultura e della natura, la convivialità e la vivacità delle città.
E vi sono tante altre cose a cui non vorremmo rinunciare, a partire dalle più antiche, quelle che hanno superato anche le più gravi catastrofi: la poesia e l’arte, la religione e la spiritualità, la riflessione filosofica. E i libri, possibilmente.

Èevidente che dovremo fare collettivamente delle rinunce, forse anche grandi, in termini economici e di tenore di vita e di “qualità della vita”. La speranza, e la prospettiva, è che la durissima lezione che sta impartendo questo virus dia origine più a sentimenti di solidarietà e di ricostruzione collaborativa – come fu nel secondo dopoguerra – che allo sviluppo di egoismi personali, di gruppo e di singolo paese. La tenuta delle istituzioni – a partire dallo stato – non basta se non è sostenuta da una convinzione e persuasione dei cittadini: è preoccupante purtroppo, in questo senso, la dis-educazione alla solidarietà e alla condivisione che i populismi, sovranismi e forze politiche affini hanno operato in questi anni.
La crisi inaudita che stiamo attraversando invita tutti, pur nel rispetto di posizioni politiche e ideologiche distinte, a dismettere comportamenti irresponsabili e a ritrovare un senso rinnovato di umanità, se non di umanesimo, attraverso il cambio di civiltà a cui stiamo probabilmente andando incontro.

18 marzo 2020

Postilla 28 marzo 2020

I) Alcune voci significative (da noi penso in particolare a Baricco e Recalcati sulle pagine di Repubblica in questi giorni, ma anche al presidente Mattarella e soprattutto a Papa Francesco) si stanno levando per auspicare in vari modi che questo cambiamento gigantesco e drammatico si traduca in elementi positivi, che sia la forza per una comprensione e capacità di agire che prima non avevamo. Credo che sia centrale qui il problema delle diseguaglianze da superare: ci siamo resi conto in modo concreto, tangibile, di quanto nel fondo siamo uguali in tutto il mondo nell’aspirazione alla salute, nelle paure e preoccupazioni. E il problema della morte, di una sua accettazione realistica e non angosciata, lo stiamo ripensando non solo in termini individuali ma anche collettivi.

II) Lo scenario nuovo che stiamo vivendo potrebbe essere qualcosa che, in forme mutate rispetto a oggi, entra stabilmente nella realtà dell’umanità, anche in Occidente, in questo XXI secolo: vi accenna Baricco, che giustamente indica come compito degli intellettuali quello di trovare parole e concetti nuovi per definire – e, direi io, addomesticare – ciò che stiamo vivendo e che è nel segno di una novità sconvolgente e imprevista dai nostri sistemi (se si eccettuano pochissime voci inascoltate di qualche anno fa). Italo Calvino sosteneva nelle Lezioni americane che la letteratura sopravviverà se si darà compiti straordinari, che nessun altro può svolgere: ecco il compito, mi sembra.

III) La Scienza è una nostra grande alleata, una forza a disposizione che nelle società precedenti non era minimamente disponibile in questa misura. Accanto e insieme ad essa credo debba operare la forza e l’ispirazione – anche laicamente intesa – dello Spirito: una ispirazione a cercare di edificare una vita e una società umana, improntata ad un umanesimo universale. Ho in mente qui una figura straordinaria del Novecento, che unì la passione di un grande scienziato e ricercatore interessato all’Energia dell’universo a una visione mistica profondamente impregnata di modernità: Pierre Teilhard de Chardin.