CISL - FEDERAZIONE SCUOLA UNIVERSITÀ RICERCA
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marzo 2020

In questa pagina:
Il Punto: Un virus che fa pensare (Maddalena Gissi)
La pianta del mese: Phleum sardoum (Eva Kaiser - Flavia Milone)
Il Cantico: La fraternità e l’aura delle cose (Ivo Lizzola)
Le fonti: Fraternità e amicizia nelle Fonti francescane (Mario Bertin)
Ecologica: Il pensiero dei ragazzi, patrimonio globale della terra (Luigino Bruni)
Il filo dei mesi: Marzo, il mese del ricominciamento (Gianni Gasparini)
Aforismi: La forza indomabile dell'abitudine (Leonarda Tola)
Ricorrenze: Un dono di parola (Gianni Gasparini)
Note musicali: Igor Stravinskji, Danza della terra (Francesco Ottonello)
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IL PUNTO

di Maddalena Gissi

Un virus che fa pensare

C’è un tema obbligato per chi voglia fare oggi il punto sulla situazione, ed è l’irrompere nel nostro Paese di un’emergenza la cui gravità era apparsa da subito chiara, ma percepita in modo attenuato fintanto che la si riteneva circoscritta ad una realtà - pure immensa - come la Cina. Il caso (o eventuali negligenze, insufficienze e incapacità, prima poi lo capiremo) ha voluto che toccasse a noi, all’Italia, essere proiettati in prima linea, con tutto ciò che questo comporta. In negativo, certamente, ma paradossalmente anche in positivo, se vale la massima secondo cui le crisi possono costituire anche passaggi di maturazione e di crescita.
Doversi misurare con un nemico subdolo e invisibile costringe a riflettere su aspetti diversi, tutti importanti, taluni fondamentali. Ne richiamo alcuni, senza avere la pretesa di essere esaustiva, ma solo con l’intento di offrire spunti per un ragionamento al quale tutti e ciascuno possono dare un utile contributo.

La dimensione globale
Non c’è dubbio che anche la diffusione di un virus è il portato di una globalizzazione che vede moltiplicarsi a dismisura contatti, scambi, circolazione delle persone su scala mondiale: un’opportunità e un vantaggio che possono a volte tradursi in rischio. È altrettanto vero che proprio la dimensione sempre più globale e interconnessa della ricerca rappresenta una delle migliori chance di successo contro la minaccia del virus, perché aiuta ad accelerare i tempi necessari per mettere a punto efficaci contromisure. Ancora una volta, vale la pena chiedersi se la reazione istintiva di “chiudere le porte” sia proprio quella più efficace per aumentare le proprie difese.

La regia necessaria
La realtà della scuola ben si presta ad esemplificare cosa si intenda quando di auspica un’efficace regia degli interventi. Le scuole - e in primo luogo chi le dirige - soprattutto nella prima fase dell’emergenza si sono trovate a dover gestire, senza chiare indicazioni, questioni grandi e piccole, tutte comunque rilevanti, rispetto alle quali si è cercato e si cerca di ottenere linee di indirizzo utili a fornire il giusto e necessario orientamento a decisioni che vanno dalla gestione del personale alla prevenzione dei rischi di contagio. Né sono mancati, come si è visto, scambi piuttosto tesi fra Governo e Governatori, in una riproposizione della mai sopita dialettica fra Stato e Regioni, che in casi come questo si vorrebbe vedere rapidamente composta nel segno di un superiore interesse generale.

In prima persona
E tuttavia, anche la migliore regia faticherebbe ad ottenere risultati se non potesse far conto sul senso di responsabilità che in definitiva si richiede a livello dei comportamenti individuali, per molti aspetti determinanti e decisivi per il buon esito di qualunque strategia si voglia mettere in campo. Inutile scrivere regole, raccoglierle in cartelli e manuali, se poi non viene assunta da ciascuno di noi, in prima persona, la responsabilità di osservarle scrupolosamente.

Informazione, conoscenza, autorevolezza
Sempre più gli eventi sono oggetto di una rete di informazione e comunicazione che moltiplicandone le possibilità di conoscenza dovrebbe consente di acquisirne maggiore consapevolezza. Maggiore, tuttavia, non vuol dire – specie in questo caso - necessariamente migliore. Volendo stabilire i due poli entro i quali si distribuiscono le diverse opinioni che la valanga informativa ha contribuito a generare, si va dalla convinzione che l’emergenza coronavirus sia stata amplificata oltre misura (citando dati che ne ricondurrebbero gli effetti a dimensioni tutto sommato paragonabili a quelli di patologie ordinarie se non banali), a quella opposta, secondo la quale ciò che emerge a livello di informazione diffusa sia in realtà solo la minima parte di una tragedia non ancora compiuta in tutte le sue tremende potenzialità. Fattore comune alle due posizioni estreme, il cui prodest come immancabile chiave di lettura tipica della cultura da talk show (una volta si sarebbe detto da osteria). Insieme all’altrettanto comune ritrosia ad accettare che vi siano pareri dotati di necessaria autorevolezza con i quali possa valere la pena, ogni tanto, raffrontare le proprie convinzioni. Pronti e disponibili, soprattutto, ad investirli - quando occorre - del necessario potere di decisione.
Si gioca anche su questo, credo, la possibilità di uscire alla fine vincenti da partite difficili come quella che in queste settimane, e si spera per il minor tempo possibile, siamo costretti a giocare.

LA PIANTA DI COPERTINA

Disegno di Eva Kaiser
Testo di Flavia Milone

Phleum sardoum

La specie Phleum sardoum, nome comune Codolina di Sardegna, è riconosciuta in pericolo critico di estinzione ed è stata inserita come tale nelle liste dalla IUCN (International Union for Conservation of Nature) nel 1997.

Questa pianta vascolare è una spermatofita monocotiledone appartenente alla famiglia Poaceae, con asse fiorale allungato, spesso privo di foglie, con fiori e semi. Il nome scientifico del genere è stato definito da Linneo (1707 – 1778), conosciuto anche come Carl von Linné, biologo e scrittore svedese considerato il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi, nella pubblicazione "Species Plantarum".

La Codolina di Sardegna vive solo sulle dune marittime, in Italia è una specie molto rara e si trova solamente in Sardegna. Gli ambienti dunali costieri mediterranei sono caratterizzati da molti fattori critici per la sopravvivenza di questa specie vegetale: le elevate temperature sulla superficie del suolo, la bassa umidità ambientale, la scarsa disponibilità idrica e di nutrienti, la salinità del substrato e la presenza di spray salino sulle superfici epigee.

I principali adattamenti che le specie di questi ecosistemi hanno sviluppato consistono nella germinazione dei semi all’inizio del periodo invernale, come risposta ad un regime di precipitazioni pluvistagionale.

IL CANTICO

La fraternità e l’aura delle cose

di Ivo Lizzola

Scendendo dalla valle quella sera pareva d'essere nell'abbraccio vivo ed intenso del verde, del fiume, dei rumori della vita. D'improvviso un sole al tramonto, rosso e immenso, aveva occupato l'orizzonte. E il piccolo Giordano aveva esclamato: "guarda, papà, il sole!... come è buono...".

Benedizione dei bambini lo sguardo sulle cose offerte e dedicate; benedizione dei corpi d'infanzia che sentono dentro l'emergere della creazione. Nel legame reciproco: riconoscimento della danza della destinazione d'ogni cosa, gratitudine per l'offrirsi delle parti al disegno ed al ritmo della vita: buono.

Il creato non è solo meccanismo sublime e terribile, è bontà di equilibri, di generosità e riconoscimenti. E danza fraterna e sororale di declinazioni ed ospitalità.

Quando il cantico fraterno delle cose ci abbraccia e ci invita, è allora che nasce lo sguardo: lì, vicino all’origine. Sguardo d’inizio, “ingenuo” e povero: fa sentire di vivere. Ci fa trovare in vita, nella gioia della vita che sentiamo nelle cose, che ci raggiunge nel loro tocco. Ogni elemento donato è offerto, in una prossimità sororale ed esigente; è diverso, unico, ha come un’“aura”. È come se chiamasse il mio “sguardo di ritorno”, o rivolgesse il suo al mio occhio, al mio corpo.

Sì, esigente fraternità: ogni elemento appare e si ritira in una sua ulteriorità, in una precedenza; semplice mistero d’alterità: Dalla luce è così venuto a noi, chiedendo rispetto. Uscito dal buio. Tornare a vedere l’“aura” di ogni cosa è urgenza di un tempo senza rispetto e con poca capacità di cura. E per ogni donna e uomo è tenere aperta una sorgente che fa essere, che fa ritrovarsi dopo essere nati. E che, poi, rende capaci di donare ritirandosi, di essere presenza che fa posto, di cogliere e coltivare le tante forme della possibilità della vita.

Il creato è amato; le creature amanti e sororali. Il creatore non fa esercizio di potere assoluto, è paterno e materno: fa essere, chiama, dà possibilità, avvia e lascia. Ogni frutto d'amore trovi equilibrio, si richiami, riconosca; e si offra, appunto, in fraternità. Anche nella possibilità della ferita, e della riconciliazione.

Cantico dell’entrata nella danza, nel giardino, nel dialogo fraterno e sororale con il creato; e del possibile sottrarsi. Certo ogni uomo e donna può anche ritrarsi nell’ombra, e ripiegarsi su di sé facendo fallire la relazione fraterna. Sottrarsi alla gratitudine e alla grazia, nel tentativo (disperato) di nascere da se stessi: nel cantico del creato solo all’uomo è possibile questo. Solo all’uomo e alla donna, figli del riconoscimento nella fraternità/sororità, con ogni cosa ed ogni altro, è possibile il suo tradimento.

Fratello, sorella: della differenza inattingibile, e pure, dell’incontro; dell’altro, del diverso, dell’opposto, e pure del mancante, dell’atteso, del goduto. Su quell’atteso e quel mancante la meraviglia, il richiamo da altrove, il confine del desiderio. Le cose, vive, si richiamano tra loro, e richiamano ogni donna e ogni uomo, come quando “ci si dà la voce”: ci si riconosce e ci si dona riconoscimento.

Cantico di festa, gratuita, risanatrice: spazio aperto della possibilità nuova, della continua e nuova fioritura delle forme. Festa del giardino, festa della fraternità riconciliata, danza del creato. Va abitata, e sentita nei giorni; allora ci si sente e ci si disegna nel cammino di fraternità.

La festa è necessaria: è libertà e gioco, anche tensione e legame. È sospensione e ritrovamento d’origine, è lotta e pace: un gioco aperto dove le cose e gli incontri si cercano e si danno, ancora, per dono. Come all’inizio.

Infine anche il consumarsi dei corpi non sarà scomparsa, ma consegna, lascito, seminagione. Ci si è sentiti e riconosciuti in corpi di figlie e figli, nella cura amorosa, in mani e tra cose buone, per noi. Nascevamo noi, ed era di nuovo la prima settimana del mondo. E noi nello stupore, chiamati al gioco, alla confidenza e al rispetto. Non al possesso, ma alla povertà: oltre l'uso, il dominio. La povertà sa della necessità e della misericordia. Sa della offerta e, piano, rende capaci di offrirsi. Donne e uomini buoni e giusti, fratelli e sorelle di cielo e di terra.

Fratello, e sorella, per dono; origine e ritrovamento della relazione e della generazione; anche nella rottura ritrovarsi è possibile perdono. E se, poi, per qualche momento ci si coglie dove e come si deve e si può essere, allora è gioia, “perfetta letizia”.

L’umiltà è prezzo e guadagno dell’amore fraterno e sororale: è spoliazione, forma di vita. Non un gioco del concetto, o una dottrina. Umiltà non è far venire alla luce le cose, ma lasciarle venire a noi chiedendo al nostro sguardo di diventare povero. Dunque di raccogliere in esse l’“aura” della luce che ce le offre.

Ritrovarsi in fraternità è fare esperienza della condizione che permette di serbare la propria parte vitale, riconciliata con la propria essenziale fragilità: quella che permette di stare di fronte a porte “da cui – come scrive Marie Balmary a fratel Michel – uno fatica a passare, ma da cui due passano agevolmente”.

Quando il buio del nulla si conficca nel cuore e nella mente, l’incontro con il fondo di ogni cosa, come di una attenzione (paterna? materna? divina) forse riesce a trasmutare quel nulla in aperto. Mistero di ulteriorità, nel quale provare ad affidarsi, come nell’abbandono ad un abbraccio. Non abbandono al buio del nulla che inghiotte ogni cosa, ma affidamento alla luce che trae e che svela dal buio ogni cosa nella danza.

La fraternità è conversione del “possesso” delle cose, e degli uomini; conversione alla vita comune, alla generosità, alla condivisione. La fraternità è di donne e uomini poveri, che sentono di sentire il dischiudersi delle cose e del mondo, davanti a loro. Il dischiudersi di ciò che precede e li accoglie, il fiorire dei futuri in possibilità.

Eccoli condotti fuori da ogni rapporto di utilità, o di convenienza, dalle gerarchie. Forse una gerarchia resta, rovesciata, quella della gratitudine e della cura, della attenzione e del rispetto.

Sorelle e fratelli formati dalla povertà non stringiamo la presa sulle cose e sugli altri. Le cose donate ci fanno ritrovare in fraternità impegnative: di armonie riconciliate e di tensioni, di sofferte mancanze e di cura dei doni. Doni attesi, doni cui attendere.

Non è rinuncia alle cose, sacrificale ed eroica, ma “loro abbraccio puro e disinteressato (…) Un universo innocente. Un universo riconciliato e rappacificato” come annota Mario Bertin, in cui uomini e donne fraterni raggiungono la loro verità. E dopo il cammino, la fatica della consumazione e della prova, attingono al chiarimento essenziale, allora la lode.

Poi fratello a sorella, sorella a fratello non resta che vivere la pratica della sollecitudine, come della madre verso i figli. Così fratelli e sorelle, così ogni cosa: come il palmo concavo delle mani.

LE FONTI

a cura di Mario Bertin

FRATERNITÀ E AMICIZIA
nelle Fonti francescane

Sulla fraternità francescana, sul suo fondamento, sul suo significato e sulla sua estensione a tutte le creature, animate ed inanimate, abbiamo già fornito un’ampia documentazione in un numero precedente di “Agenda Mese - Ottobre”. Qui offriamo il racconto di alcuni casi esemplari di questo rapporto che ne sottolineano gli aspetti amicali.

L’amicizia nella comunità francescana primitiva

Com’era ardente l’amore fraterno dei nuovi discepoli di Cristo! Ogni volta che in qualche luogo o per strada, come poteva accadere, si incontravano, era una vera esplosione del loro affetto spirituale. Il solo amore che, sopra ogni altro amore, è fonte di vera carità fraterna. Ed erano casti abbracci, delicati sentimenti, santi baci, dolci colloqui, sorrisi modesti, aspetto lieto, occhio semplice, animo umile, parlare cortese, risposte gentili, piena unanimità nel loro ideale, pronto ossequio e instancabile reciproco servizio.

(Tommaso da Celano, Vita Prima di San Francesco d’Assisi, 38)

Accadde che fossero mandati in quei luoghi che ora sono chiamati selvaggi o di desolazione, dei frati che erano nobili di nascita o importanti per altri motivi nella vita secolare o di grande affabilità nell’Ordine, ed essi ci andavano senza nessuna mormorazione. L’unica cosa che li rattristava, dal momento che erano così affezionati tra loro, era di doversi separare. Così, spesso accadeva che i frati accompagnavano quelli che partivano per un lungo tratto di strada e si dimostravano di mutuo affetto versando molte lacrime al momento della separazione.

(Tommaso da Eccleston, L’insediamento dei frati minori in Inghilterra, 29)

Il falco

Tutte le creature, da parte loro, si sforzano di contraccambiare l’amore di Francesco e di ripagarlo con la loro gratitudine. Sorridono quando le accarezza, danno segni di consenso quando le interroga, obbediscono quando comanda.
[…]
Mentre Francesco, rifuggendo come era sua abitudine dalla vista e dalla compagnia egli uomini, si trovava in un eremo, un falco che aveva lì il suo nido strinse con lui un solenne patto di amicizia. Ogni notte col canto e col rumore preannunciava l’ora in cui il Santo era solito svegliarsi per le lodi divine. Cosa graditissima perché con la grande premura che dimostrava nei suoi riguardi, riusciva a scuotere da lui ogni ritardo di pigrizia.
Quando poi il Santo era indebolito più del solito da qualche malattia, il falco si mostrava riguardoso e non dava così presto il segnale del risveglio. Ma, come fosse istruito da Dio, solo verso il mattino faceva risuonare con tocco leggero la campana della sua voce.

(Tommaso da Celano, Vita Seconda di San Francesco d’Assisi, 166 e 168)

Gli uccellini

Un giorno Francesco era seduto a mensa con i frati, quando entrarono due uccellini, maschio e femmina, che poi ritornarono ogni giorno per beccare a piacimento le briciole dalla tavola del Santo, preoccupati di nutrire i loro piccoli. Il Santo ne è lieto, li accarezza come sempre e dà loro a bella posta la razione di cibo quotidiano. Ma un giorno padre e madre presentano i loro figlioletti ai frati, essendo come stati allevati a loro spese e, affidandoli alle loro cure, non si fanno più vedere. I piccoli familiarizzano con i frati, si posano sulle loro mani e si aggirano in casa non come ospiti, ma di famiglia. Evitano le persone secolari, perché si sentono allievi solamente dei frati. Il Santo osserva stupito ed invita i frati a gioirne: “Vedete – dice – come hanno fatto i nostri fratelli pettirossi, come se fossero intelligenti? Ci hanno detto: – Ecco, frati, vi presentiamo i nostri piccoli, cresciuti con le vostre briciole. Disponete di loro come vi piace, noi andiamo ad altro focolare –”.

(Tommaso da Celano, Vita Seconda di San Francesco d’Assisi, 47)

ECOLOGICA

Il pensiero dei ragazzi, patrimonio globale della terra

Dedicato a Greta Thunberg ed a tutti i ragazzi che, come lei, chiedono solo di essere presi sul serio. #ClimateStrike #FridaysforFuture
di Luigino Bruni

Le ragazze e i ragazzi hanno un loro proprio punto di vista sul mondo. Fanno molte cose, come e più degli adulti, e con le loro azioni cambiano e migliorano il mondo ogni giorno. L’infanzia e l’adolescenza sono un patrimonio globale della terra, il primo bene comune (common) globale, quello che ha più valore perché in sé contiene la possibilità stessa della continuazione della vita umana. I ragazzi e le ragazze, però, non sanno solo fare: sanno anche pensare, pensano diversamente dagli adulti ed hanno molte idee, perché non occorre diventare grandi per iniziare a pensare veramente. La nostra civiltà ama molto i bambini e i ragazzi, ma non conosce, e quindi non apprezza, il loro pensiero sul mondo. Eppure il loro punto di vista è prezioso ed essenziale: hanno idee sull’economia, sulla politica e, ancora di più, sull’ambiente. Le pensano e le dicono con linguaggi loro, ma le dicono e le pensano. Vivono e guardano lo stesso mondo dei genitori, ma lo guardano e lo vivono diversamente, e quindi lo pensano diversamente.

Il pensiero dei ragazzi è troppo assente dal nostro tempo presente, come era assente nei tempi passati. Eppure hanno sempre pensato, ma il mondo da loro pensato non era considerato dagli adulti qualcosa di interessante né, tantomeno, di utile per la vita sociale, economica, politica. E così questo grande patrimonio è rimasto in massima parte trascurato, dimenticato, non valorizzato. Avremmo avuto una società, una economia e una politica migliori se avessimo preso sul serio anche questo diverso pensiero. Più giuste, più sostenibili, più belle. Il pensiero ragazzo è stato ed è il grande assente nel dibattito pubblico.

Il modo con cui i ragazzi e le ragazze guardano alla fame e la pensano, ad esempio, non è il modo adulto. Loro, molto più di noi, vedono i beni economici all’interno delle relazioni. Sono più sensibili alla diseguaglianza, danno poco peso al denaro, sono generosi. Il loro è un pensiero concreto: non c’è la fame nel mondo, ma ci sono bambini, ragazzi e persone concrete che hanno fame. Perché si può parlare molto loro di fame e povertà, ma la capiscono veramente solo quando vedono e incontrano qualcuno in carne ed essa che è povero e ha fame. La tv e la rete vanno bene per molte cose, ma non per conoscere la fame e la povertà, che sono beni di esperienza (experience goods), che li capisci solo se li vivi, se li tocchi. Per questa ragione, anche il loro pensiero è concreto, è vivo, si tocca: come un panino dimenticato da un cuoco, come la spazzatura gettata per terra dagli adulti e raccolta da loro.

I ragazzi e le ragazze dovrebbero e dovranno partecipare al dibattito pubblico su tutti i temi, Interagire con i politici e gli economisti, raccontare le loro esperienze e esprimere il loro pensiero. Il loro pensiero dovrebbe essere conosciuto dai principali politici ed economisti, perché ne hanno bisogno, perché è un pane che non hanno e che dovrebbero avere. E gli eventi di questi giorni ci dà la buona notizia che qualche politico sta cambiando e sta dando loro voce in capitolo.

Il pensiero dei ragazzi è rivolto a tutti, è un dono per la società intera. Finora lo abbiamo dimenticato, è forse arrivato il tempo di ricordarcelo. Rilanciare questo pensiero diverso è essenziale per il Bene comune. Perché il Bene comune sarà più vicino quando sarà accolto e ascoltato anche il pensiero dei ragazzi.

(Tratto dall'introduzione del libro "Generazione Fame zero" curato dai ragazzi del Movimento dei Focolari, co-edizione Fao-New Humanity)

IL FILO DEI MESI

Marzo, il mese del ricominciamento

di Gianni Gasparini

I mesi ci parlano inevitabilmente delle stagioni, nonostante i cambiamenti climatici in atto e la difficoltà di distinguere i periodi di passaggio, le cosiddette mezze stagioni. Marzo rappresentava molto tempo fa il primo mese dell’anno: questo accadeva nell’antico calendario romano che venne sostituito poi da quello giuliano e in seguito, alla fine del Cinquecento, dal calendario gregoriano che da allora viene utilizzato. Oggi il mese di marzo è come sappiamo il terzo dell’anno.

Pur facendo parte per due terzi formalmente dell’inverno, marzo è a cavallo tra due stagioni e ci proietta nella stagione primaverile. L’equinozio di primavera, che si celebra il 21 di marzo, indica il raggiunto equilibrio tra ore di luce e di tenebra, dopo una risalita di tre mesi dal solstizio d’inverno, e addita nelle aree temperate una nuova stagione di temperature miti e di cambiamenti rilevanti che si verificano nel mondo naturale.

La primavera giunge più tardi nelle zone montuose rispetto alla pianura ma è là, tra i monti, che è attesa con maggior ansia e impazienza. Scrive il monaco-poeta Ryōkan, vissuto in Giappone oltre due secoli fa (1758-1831) in un piccolo romitaggio ai piedi del monte Kugami:

Ogni giorno
mi vado chiedendo
quanto tempo
rimanga ancora
alla primavera.

Tutti dicono
che è già primavera.
Ma il cielo è nuvoloso,
c’è neve sui monti e
i fiori non spuntano ancora
.

Sulle pendici
del monte Kugami,
a primavera,
sento la brezza serale
penetrarmi nelle maniche.

(D. Ryōkan, Poesie di Ryokan, La Vita Felice, Milano 2003)

Ryōkan è stato chiamato il San Francesco del Giapppone, per la sua attenzione amorevole a ogni elemento del creato, dai fiori e dalla luna ai bambini, per i quali aveva una speciale predilezione. Per lui le violette che spuntano tra inverno e primavera sono un segno che invita a cogliere il senso profondo della vita, al di là dell’esigenza di nutrirsi: leggendo le brevi poesie che seguono verrebbe infatti da dire che non di solo riso (o pane, o nutrimento materiale qualunque) vive l’uomo:

Sono andato a mendicare il riso,
ma ho perso tempo
a cogliere violette
nel prato primaverile.

Raccogliendo violette
lungo il sentiero,
ho dimenticao
la mia scodella
di mendicante

(Ibid.)

C’è un altro poeta, contemporaneo e vivente, Philippe Jaccottet, che anch’egli si ferma davanti alle violette nate precoci nel suo giardino e le contempla. Fragili e profumate, minuscole e nascoste, esse gli appaiono, nella fase in cui sbocciano, come frecce dalla punta morbida e inoffensiva, e come apritrici di strade. Le violette rappresentano così un dono inatteso per chi si era chinato a terra per diserbare con gesto umile, “per pura amicizia, nel migliore dei casi per amore” (Ph. Jaccottet, Et, néanmoins, Gallimard 2001).

C’è insomma in questo mese un risveglio della natura che si rende visibile sia in montagna che in città e che manifesta l’inarrestabile ciclicità del tempo naturale. Esso ci parla del ricominciamento della vita e del sentimento di meraviglia gioiosa che di fronte ad esso possiamo provare, a condizione di avere i sensori adatti e i sensi pronti per coglierlo.

Se ci spostiamo sul piano socioculturale, il mese di marzo presenta poi diversi eventi e appuntamenti. È durante questo mese che si svolge la maggior parte della quaresima, il periodo che nel mondo cristiano prelude alla celebrazione della Pasqua, festa mobile corrispondente al primo plenilunio di primavera che cade normalmente nel corso del mese di aprile. C’è poi da ricordare l’8 marzo, la Giornata internazionale della donna, che in quasi tutto il mondo si celebra da un secolo; in Italia la cosa risale all’immediato dopoguerra, quando a Roma un gruppo di donne decise di associare questa giornata al dono di un piccolo fiore giallo che cresce proprio in questo periodo, la mimosa, creando le basi floreali di una tradizione che si è mantenuta fino ad oggi. E, per finire, il 19 marzo ricorre la celebrazione di San Giuseppe, la festa che da anni è stata associata (in modo più o meno autentico e sentito) a un omaggio da rendere alla figura del papà o babbo che dir si voglia.

AFORISMI

 a cura di Leonarda Tola

La forza indomabile dell'abitudine

Abitudine è il modo di essere e di fare che si ha ripetendo le cose, che viene dall’assuefazione, che si consolida con l’uso ripetuto, che diventa consuetudine radicata nei pensieri e nei comportamenti assumendo una forza superiore ad ogni altra (Nil adsuetudine maius). Fino a dire che la maggior parte delle cose che si fanno discendono più dall’abitudine che dalla ragione: “Plura faciunt homines e consuetudine quam e ratione”. Non si vuole con questo affermare che le consuetudini siano prive di raziocinio ma che, nell’adottarle, si obbedisca al bisogno di confermare ciò che si conosce e si è già praticato piuttosto che ardire di incontrare ragionevolmente la novità. Da qui l’ambivalenza del termine abitudine a volte denigrata, altre volte raccomandata nella tradizione di detti e sentenze. Negativo è il ricorso all’abitudine di cui si diventa schiavi, rinunciando a risvegliare le nostre facoltà sopite che vengono trascurate, al punto che se ne fa a meno restando sdraiati sulle morbide coltri del già visto e conosciuto: “Con il nostro essere ridotto al minimo… Se l’abitudine è una seconda natura, ci impedisce di conoscere la prima della quale non ha né la crudeltà né gli incanti” (Marcel Proust). Il veleno dell’abitudine sta nel suo lento insinuarsi nelle nostre fibre che se ne nutrono fino ad adeguare e condizionare ogni nostro gesto: “non esiste più medicina che possa guarirci” (Oriana Fallaci). Il potere accecante dell’abitudine consiste nel nasconderci “il vero aspetto delle cose” (Michel de Montaigne) e nell’oscurare “il divino che è ovunque” (Giovanni Allegri).

Nell’accezione positiva, l’abitudine è considerata quasi una seconda natura con la forza e l’ineluttabilità della natura stessa. “L’abitudine rende le nostre prove più forti e più credute…. Bisogna acquistare una credenza più facile, che è quella dell’abitudine la quale, senza violenza, senza artificio, senza argomentazione, ci fa credere le cose e inclina le nostre facoltà a questa credenza in modo che la nostra anima ci cada naturalmente” (Pascal). L’abitudine agisce in noi come il più autorevole ed efficace dei maestri, indirizza e guida la vita e il mondo tanto che una consuetudine, per effetto dell’uso ripetuto, diventa anche legge. Inoltre essa induce alla capacità di controllo e di dominio nelle esperienze al limite della sopportazione umana: freddo, arsura, malattie. Tuttavia, per questa sua intrinseca potenza, l’abitudine, pure necessaria, deve essere sottoposta al vaglio della ragione nel discernimento tra buone e cattive abitudini: perché non diventi piega irreversibile dell’anima, mentalità inveterata che respinge come innaturale e irricevibile tutto ciò, idee e persone, che non sia nel solco e nel prontuario delle nostre care abitudini. Il gioco e l’equilibrio tra abitudini, memoria e automatismi da una parte, e creatività, invenzione, scoperta e innovazione dall’altra, sono elemento centrale dell’arte di insegnare.

RICORRENZE

Fra le date su cui porre l'attenzione in questo mese, oltre a quella dell’equinozio (21 marzo) che segna a livello astronomico il passaggio dall’inverno alla primavera, la più celebrata è senz’altro quella dell’8 marzo, in tutto il mondo festa della donna.

Altre ricorrenze riguardano il tema dei diritti umani; per ciascuna di esse si fa rinvio con un link a pagine web da cui partire per ulteriori approfondimenti.

8 marzo, festa della donna

Un breve cenno alle ragioni che hanno pportato a scegliere l'8 marzo come data per la celebrazione della festa della donna è reperibile sulle pagine web della rivista Focus.
Sempre sul web può essere interessante e utile una pagina che offre una rassegna delle iniziative in programma per l’8 marzo in tutte le regioni d’Italia.

21 marzo, giornata mondiale della poesia

Con un testo di Gianni Gasparini ci soffermiamo in modo particolare su una ricorrenza, la Giornata mondiale della poesia, istituita dalla XXX Sessione della Conferenza Generale Unesco nel 1999 e quanto mai appropriata per celebrare l’inizio della primavera, con l’augurio che valga anche a darci sollievo, in un clima pervaso di preoccupazioni, suscitando pensieri di serenità e bellezza o anche solo aiutandoci a sublimare quelli meno lieti, come non di rado la grande poesia sa fare.

Calliope, musa della poesia elegiaca*

Un dono di parola

La sessione generale dell’Unesco del 1999 stabilì di dedicare ogni anno il 21 di marzo alla Giornata mondiale della poesia, che da allora viene appunto celebrata in questo giorno, anche in Italia.L’arte poetica viene ricordata come luogo fondante della memoria e base di tutte le altre forme della creatività letteraria e artistica.

Ci sono oramai molte “giornate mondiali” dedicate a qualche aspetto della vita collettiva, della cultura e della storia: ci si potrebbe chiedere se è opportuno ricordare in un giorno dell’anno, il primo della primavera per noi, qualcosa che è segnato dalla leggerezza, dalla spontaneità, dalla gratuità. Giustamente i latini dicevano Carmina non dant panem.

La Giornata della poesia ha comunque, mi sembra, l’utilità di ribadire che la poesia esiste anche come istituzione, in un certo senso: come qualcosa cioè di presente in modo stabile e visibile nel sistema sociale, in tutte le società in cui esista la letteratura e si esprima l’esperienza artistica. La poesia racconta essenzialmente il Sogno degli umani e la Bellezza del mondo, accanto al dolore e alla sofferenza: chi potrebbe svolgere questo compito se non ci fosse l’espressione poetica?

La narrazione e la comunicazione poetica si svolgono con una essenzialità di mezzi e una fluidità esemplare, senza bisogno di supporti materiali come quelli che occorrono ad esempio al pittore o allo scultore. La sua presenza la ritroviamo in tutte le culture del passato e di oggi, attraverso modulazioni e stili diversi. La sua forma può essere definita in molti modi, ma in ogni caso essa si avvale di un linguaggio denso, alto e “altro”, allusivo e spesso ritmico, diverso da quello usato dalla prosa.

Insomma, la poesia può eventualmente giovarsi di istituzioni come quelle di una Giornata mondiale Unesco una volta all’anno, ma senza dimenticare che la sua vocazione è alla libertà e alla spontaneità, in tutti i giorni del calendario. In questo senso, credo che la poesia possa rappresentare la speranza che vi sia al mondo qualcosa da annunciare a tutti, da sussurrare anche ai dormenti, ai distratti e ai sofferenti. Qualcosa che valga la pena di comunicare perché è cosa nuova, mai detta prima, e può rendere la vita degna di essere vissuta al di là dei bisogni essenziali di mangiare e bere e ripararsi, oltre ciò che serve unicamente a qualche utilità pratica. Ed è, nello stesso tempo, qualcosa che possiamo ascoltare e accogliere con un senso di stupore e di meraviglia: come quando una sola strofa, un solo verso di una poesia vera ci fa capire, poniamo, la profondità e il mistero di una notte di luna. Penso all’incipit della Sera del di’ di festa di Giacomo Leopardi - “Dolce e chiara è la notte e senza vento/ E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti / Posa la luna, e di lontan rivela / Serena ogni montagna.” - e lo ringrazio nell’intimo di questi suoi versi che dopo due secoli mi giungono intatti, come un dono di parola più grande e più duraturo di una eredità materiale.

Gianni Gasparini

* Simon Vouet (1590–1649), Le muse Urania e Calliope (part.), National Gallery of Art, Washington (USA)

NOTE MUSICALI

a cura di Francesco Ottonello

Igor Stravinskji (1882 – 1971): Danza della terra (da La Sagra della Primavera)

La Sagra della Primavera, insieme con il Pierrot lunaire di Arnold Schönberg (1874 – 1951), è considerato il capolavoro che, nella storia della musica, sigla la nascita del Novecento. La prima esecuzione di questo straordinario balletto (La Sagra nacque come un balletto, anche se oggi la si esegue soprattutto in forma solo strumentale) avvenne a Parigi il 29 maggio del 1913 e fu accompagnata da una clamorosa e violenta polemica, che ebbe grande risalto e mantenne notorietà anche in seguito; il pezzo suscitò infatti un vero e proprio scandalo, per la forza e la radicalità della scrittura musicale.
Perché questa forza? Perché questo impeto? Perché il brano esprime la volontà - e la necessità - di un ritorno ancestrale alle origini dell’uomo, di riscoprire il rapporto filiale dell’essere umano con la Madre Terra. In tutta la musica della Sagra le componenti strutturali, il ritmo, le melodie, concorrono ad esplicitare questo ritorno ab origine. Lo stesso Stravinskji, nelle Cronache della mia vita, ci racconta come concepì questo lavoro: «Un giorno concepii nella mia immaginazione un grande rito sacro pagano: i vecchi saggi, seduti in cerchio, che osservano la danza, fino alla morte, di una giovinetta che essi sacrificano per rendersi propizio il dio della primavera».
La Danza della Terra rappresenta un po’ il punto culminante di questo processo: è la pittura sonora della raffigurazione del bacio dato alla terra, dall’anziano di una comunità primitiva. Un gesto simbolico e propiziatorio, celebrato mentre il resto della comunità danza in maniera exagitata, selvaggia, quasi a richiamare a un rapporto sessuale e a simboleggiare l’essere un tutt’uno con la terra.
A conferma della grande importanza storica di questo capolavoro musicale si può citare una considerazione illuminante del musicologo Sandro Cappelletto, che scrive: «La gran Madre Terra di Stravinsky, il fauno di Debussy, l'amore che strega di Falla: all'alba del Novecento, la ragione vacilla, il mito, arcaico e classico, ritorna protagonista».