CISL - FEDERAZIONE SCUOLA UNIVERSITÀ RICERCA
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febbraio 2020

In questa pagina:
Il Punto: Le promesse spese. La scuola italiana da Renzi a Lucia (Maddalena Gissi)
La pianta del mese: Heterodermia leucomelos (Eva Kaiser - Flavia Milone)
Il Cantico: “Perfetta letizia” a scuola: l’enigma del riconoscimento (Lorenzo Gobbi)
Le Fonti: San Francesco e la gioia (Mario Bertin)
Ecologica: L’aria di Milano rende liberi ma è ancora irrespirabile (Elena Granata)
Il filo dei mesi: Febbraio: neve e altro (Gianni Gasparini)
Aforismi: Impariamo per la vita non per la scuola (Leonarda Tola)
Hombre vertical: Memoria piena e speranza (Emidio Pichelan)
Ricorrenze: Donne e STEM, una storia possibile (F. Scarabelli)
Note musicali: Manuel de Falla, Danza del fuoco fatuo (Francesco Ottonello)
Rilanci e anticipazioni: La strada (Cormac McCarthy)
Recensioni: Pinocchio. Il film di Matteo Garrone (Gianni Gasparini)

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IL PUNTO

di Maddalena Gissi

Le promesse spese

La scuola italiana da Renzi a Lucia

Quattro governi (Renzi, Gentiloni, Conte 1, Conte 2), cinque ministri dell’istruzione (Giannini, Fedeli, Bussetti, Fioramonti e ora Lucia Azzolina), tanti impegni assunti e sempre solennemente dichiarati, ma quasi sempre rimasti inevasi. Segue questo filo di sostanziale continuità - fatta salva la chance che ancora va data alla neo ministra - una lunga stagione che potremmo definire “dell’alba attesa”, dopo la notte profonda, buia e tempestosa dei tagli che privarono la scuola di ingenti risorse negli anni 2008 e seguenti. Fino a quando, appunto, chiusa la parentesi emergenziale di Monti, e trascorsa quella brevissima di Enrico Letta, che non fece quasi nemmeno in tempo a farle, arrivarono le grandi promesse di Renzi (ridare prestigio a docenti e dirigenti, debellare la supplentite, restituire alla scuola risorse finanziarie e di organico), riaccendendo attese e speranze di riscatto dalla condizione di marginalità mortificante in cui la scuola e il suo personale erano stati – e si sentivano - relegati.

Promesse spese a piene mani, spese promesse a gran voce. Quest’ultime in effetti con Renzi sono anche arrivate, e di non trascurabile consistenza (circa tre miliardi), paradossalmente come effetto di una promessa non mantenuta, quella di evitare alla scuola “l’ennesima riforma” (dalla presentazione del suo Governo al Senato, 24 febbraio 2014 – “Si chiede di restituire valore sociale all’insegnante, e questo non ha bisogno di alcuna riforma, ma di un cambio di forma mentis”). È noto che i fatti sono andati ben diversamente, e che il non mantenimento della promessa fatta ne smentiva implicitamente anche una seconda, quella di “coinvolgere dal basso in ogni processo di riforma gli operatori della scuola” (ibidem).

Non spese molto, nonostante le promesse, il Governo Gentiloni, anche se può vantare il merito di aver concorso al rinnovo dei contratti di lavoro pubblici dopo dieci anni e, in modo particolare nel nostro comparto, ad una significativa ripresa – con la ministra Fedeli - delle relazioni sindacali.

Non ha fatto in tempo a mantenere le promesse il Governo Conte 1, sostenuto da forze che in campagna elettorale ne avevano spese tantissime (sconfiggere la povertà, garantire a tutti un lavoro, abolire il precariato), più quella – immancabile - di "incrementare la spesa pubblica per l’istruzione" (dai punti programmatici del M5S); e se quelle di Bussetti si sono arenate sugli scogli della crisi di governo, per colpa della quale andò in fumo il suo decreto scuola, approvato “salvo intese” e mai pubblicato in Gazzetta Ufficiale, restano tuttora in stand by, in gran parte, anche quelle che il premier Conte ha ereditato da se stesso nel passaggio alla “fase 2” della sua personale vicenda politica.

Di Fioramonti più ancora delle promesse si ricorderà la scommessa fatta accettando l’incarico di ministro (o mi danno tre miliardi, o me ne vado); una sorta di promessa “per interposto governo” che, non mantenuta da quest’ultimo, lo ha spinto a presentare sotto Natale le sue dimissioni, a dire il vero non aspettandosi – lo ha dichiarato lui stesso in un’intervista TV – che venissero così prontamente accolte. Nei pochi mesi trascorsi alla guida del Ministero, di promesse Fioramonti ne ha spese comunque parecchie, da ultimo assicurando, la sera del 19 dicembre nell’incontro di conciliazione con i sindacati, di aver trovato la quadra in Consiglio dei Ministri sulla controversa questione dei facenti funzioni di DSGA. Sarà poi Lucia Azzolina, nel frattempo subentratagli come ministra dell’istruzione, a definire insormontabili gli ostacoli di natura tecnico giuridica che impediscono di dare seguito alle assicurazioni del suo predecessore.

Le sue promesse la nuova ministra le ha riassunte in dieci punti nel messaggio postato sul suo profilo facebook dopo il giuramento al Quirinale. Con molta prudenza, non ha promesso spese, pur dichiarando la necessità di valorizzare tutto il personale del settore e considerando urgente il rinnovo del contratto, obiettivi la cui enunciazione si mantiene, forse non a caso, piuttosto sul generico. Ha speso altre promesse, come quella di bandire rapidamente i concorsi (ordinari e straordinari) e di aprire quanto prima il cantiere per la definizione di un sistema di reclutamento e abilitazioni che dia “certezza sul futuro”. Ha scritto di voler promuovere su tutto questo un ampio coinvolgimento (sindacati, forze sociali, personale della scuola) per un lavoro che “va fatto insieme”. Anche questa può considerarsi una promessa, importante e impegnativa: l’auspicio è di vederla da subito onorata. I bilanci si fanno alla fine di un percorso, mantenere quella promessa sarebbe un buon inizio.

*****

Ultimo minuto: mentre vengono pubblicate queste note, si conclude con una rottura il confronto fra sindacati e Amministrazione sui provvedimenti attuativi del dl 126/2019 (reclutamento e abilitazioni). Se il buon giorno si vede dal mattino, quella che si profila non sembra proprio essere una buona giornata. Non vorremmo essere costretti a mettere in conto alla ministra Azzolina la prima promessa non mantenuta...

LA PIANTA DI COPERTINA

Disegno di Eva Kaiser
Testo di Flavia Milone

Heterodermia leucomelos

L’ Heterodermia leucomelos è inclusa nella lista rossa italiana dei licheni epifiti come "in pericolo critico".

L’H.leucomelos cresce sia sugli alberi che sui muschi sulle rocce in situazioni sia umide che abbastanza secche, è una delle specie più diffuse e abbondanti nelle regioni tropicali e subtropicali.

In bibliografia sono presenti pochi studi scientifici, probabilmente ciò è dovuto alle caratteristiche intrinseche di questo lichene che ne rendono difficile l’identificazione, anche perché colonizza ambienti molto ostici per i ricercatori.

Nonostante le attività colturali abbiano prodotto notevoli danni, nei boschi dell'isola di Pantelleria sono presenti alcuni individui appartenenti alla specie Heterodermia leucomelos, indicatori dell’importanza che riveste questa specie per la sua valenza e continuità ecologica.

IL CANTICO

“Perfetta letizia” a scuola: l’enigma del riconoscimento

di Lorenzo Gobbi

Può stupire, a pensarci, che Francesco d’Assisi abbia avuto fin da subito un numero così alto di discepoli: ciò che proponeva era una scelta radicale, austera, sospesa sulle profondità di un abisso che lui solo, forse, intravedeva senza temerlo. Chiamare sorella la morte non era proprio da tutti, ai suoi tempi; ritenere che il male morale fosse ben peggiore di quello fisico che così facilmente e dolorosamente tormentava e uccideva, neanche; liberarsi, già al tramonto del sole, di tutto ciò che avrebbe potuto servire per l’indomani distribuendolo ai poveri significava affidarsi totalmente all’arbitrio degli altri ed essere i più poveri tra i poveri, e volontariamente; dormire con una pietra come cuscino e camminare scalzi nella neve senza proclamare la propria superiorità su chi dormiva sotto una coperta e calzava scarpe comode era un’impresa al limite dell’impossibilità. Eppure, i giovani accorrevano a condividere la sua vita: la sua “letizia”, quella che le Fonti Francescane ci dicono che trasparisse dal suo volto e da ogni suo gesto, era dotata di un fascino invincibile. A illuminarci, il capitolo 8 dei Fioretti: Francesco cammina con Frate Leone nell’inverno umbro, scalzo e affamato, infreddolito, stanco - l’episodio è noto. Al povero Frate leone, che probabilmente non vede l’ora di arrivare al convento dove li attende un pasto caldo tra visi amici, il fuoco e la compagnia degli umani - la natura è bella, certo, e forse anche lui ne lodava la bellezza come il Padre Francesco, ma in quel momento, possiamo immaginare, gli doveva apparire del tutto estranea: sapeva che essa poteva ucciderlo in pochi istanti. Francesco gli chiede più volte di fermarsi, di ascoltarlo, di estrarre pergamena, inchiostro e bacchetta per scrivere, lì dove si trovano, senza esitare (o forse, “scrivi” vuol dire semplicemente “ricorda bene, tieni a mente e non dimenticare mai”): Francesco fiuta un pericolo nell’aria e lo giudica peggiore del gelo, dei lupi, degli orsi, del vento ghiacciato, della notte invernale che avanza con la sua tenebra assassina, alla quale nessun uomo può sopravvivere. In realtà, il pericolo è nell’intimo del cuore umano: qualunque successo, anche il più santo (convertire gli infedeli, resuscitare i morti, guarire gli infermi, profetizzare, parlare le lingue per dono dello Spirito…) non è “perfetta letizia” e non va confuso con essa. Una dopo l’altra, Francesco demolisce ogni certezza, anche la più nobile: lo fa con decisione, a gesti rapidi e precisi, con la concentrazione assoluta del chirurgo che sa dove incidere, dove separare - l’anima è un organo delicato, ed è per questo che il chirurgo dell’anima dev’essere così spietato: l’anima è preziosa, ma è facile ingannarla ed è ancora più facile che si inganni da sé.

Francesco elenca una serie di situazioni che potremmo interpretare utilizzando una categoria filosofica che è quasi assente dalla letteratura psicologica: il riconoscimento. Gli studi recentissimi di Jessica Benjamin (Il riconoscimento reciproco. L’intersoggettività e il Terzo, Raffaello Cortina, Milano 2019), ad esempio, ci portano a leggere ciò che Francesco rifiuta in termini propri della psicologia analitica: la tensione al riconoscimento che ci anima tutti, il desiderio di essere riconosciuti che tutti nutriamo sfocerebbe, se quella fosse davvero “perfetta letizia”, nella soddisfazione di un desiderio ambiguo di onnipotenza. Colui che resuscita i morti, che fa parlare i muti, che converte gli infedeli, che parla le lingue degli angeli, che profetizza e che stupisce il mondo con la propria sapienza si crederà facilmente onnipotente grazie al plauso degli altri, e vivrà della loro stupefatta ammirazione; egli controllerebbe, inoltre, le forze della natura, le anime degli uomini e i loro sentimenti, e ciò al punto da diventarne il centro, da saperli suscitare, manipolare e dirigere al fine che riterrebbe opportuno - poco importa, per esplicitare quello che forse Francesco suggerisce nella condensa bianca che avvolge le sue parole mentre la neve morde i suoi piedi scalzi, che tutto ciò possa accadere a gloria di Dio: l’uomo ne sarebbe glorificato per primo, e ciò non sarebbe bene perché “le lodi, la gloria l’onore et onne benedictione” “si konfàno” a Dio soltanto, come leggiamo nel cosiddetto Cantico delle creature. Inoltre, chi operasse simili miracoli in virtù della propria santità vincolerebbe tutti gli altri a sé in una dipendenza del tutto asimmetrica, senza alcuna reciprocità: tutti dipenderebbero da lui e a lui si sottometterebbero per desiderio di miracolo, di vantaggi materiali o di bene spirituale; egli, però, non sarebbe dipendente da nessuno - nemmeno da Dio, forse: diventerebbe superbo e solo, o almeno potrebbe diventarlo, dimenticando di essere un mezzo, un tramite senza valore proprio del bene che viene da Dio solo per l’intera comunità degli esseri creati. Francesco mette in guardia Frate Leone dal rischio di una simile lacerazione relazionale, che coinvolgerebbe tanto l’uomo quanto Dio stesso. “Perfetta letizia” è dunque la rinuncia al riconoscimento da parte degli uomini? Sì, per Francesco, ma ancora non basta: è necessario un riconoscimento negativo, o meglio, serve un perfetto, radicale e totale disconoscimento e misconoscimento (su questo tema, sono ottimi gli studi di Axel Honnet, Riconoscimento e disprezzo, Rubettino, Cosenza 1993 e di Paul Ricouer, Percorsi del riconoscimento, Raffaello Cortina, Milano 2005). Giungere stanchi, infreddoliti ed affamati al convento francescano che li sta aspettando ed essere scambiati per malfattori, per impostori, e dunque ritrovarsi esclusi, malmenati, insultati e scacciati dal portinaio adirato - e pensare “umilmente e caritativamente che quel portinaio veracemente ci cognosca, e che Iddio il faccia parlare contra noi: o Frate Leone, scrivi che qui è perfetta letizia” (Fioretti, 8). Piuttosto di un riconoscimento che si rovesci in superbia, è meglio il disconoscimento radicale, il disprezzo, l’esclusione, ma non fini a se stessi: si tratta di riconoscere Dio e di essere riconosciuti da lui grazie al riconoscimento che gli uomini ci hanno negato, così da abbandonarci senza ostacoli alla presenza di Dio, alla sua provvidenza, al suo giudizio di salvezza - alla grazia gratuita e immotivata, per usare un lessico religioso adatto al “poverello”, che in modo altrettanto radicale si offre a Dio nella nudità e nell’impotenza di un uomo misconosciuto, scacciato, abbandonato al gelo, consapevole tanto di essere nulla quanto di essere amato. Tutto ciò rientrava nella francescana imitatio Christi, ma non è chiuso ad altre interpretazioni. Colpisce l’accettazione: siamo impostori, come dice il portinaio, cioè colui che avrebbe dovuto accoglierci: avevamo di noi un’idea eccessiva ed egli, nel nome di Dio, ce ne ha liberati; ci ha riportati a noi stessi, ci ha restituiti liberi e nudi alla nostra povertà ineliminabile.

Cosa possiamo ricavarne, noi docenti di oggi, che non siamo tenuti ad essere né mistici né religiosi (e che spesso non lo siamo), ma siamo semplicemente al servizio della comunità civile nell’istituzione formativa di uno Stato laico? Anche noi abbiamo sete di riconoscimento: di questo ci lamentiamo quando ci sentiamo fraintesi, rifiutati, vilipesi - un po’ come Francesco nella neve: scacciati e magari davvero insultati da chi avrebbe dovuto invece accoglierci con ogni riguardo, accusati di bassezze che non ci appartengono, privati di ciò che siamo certi ci debba spettare. Il riconoscimento negato (o apertamente negativo, diffuso magari nelle narrazioni quotidiane che ci riguardano da parte di studenti, genitori, politici e dirigenti) ci priva di un sentimento collettivo di appartenenza a un mondo comune, di dignità condivisa e condivisibile, compresa e accolta, insindacabile. Così, ci sentiamo soli, delusi, amareggiati; ne soffriamo sinceramente e spesso senza speranza. Nella nostra esperienza non riconosciamo più un significato, perché sentiamo che noi stessi siamo privi di riconoscimento, misconosciuti e traditi da chi avrebbe dovuto riconoscerci e accoglierci, e dunque qualsiasi via al significato ci sembra sbarrata - non c’è via al significato che non attraversi il guado del riconoscimento, quale che sia (o non sia: in ogni caso, lo dobbiamo attraversare). Ci sembra che nulla di noi sia riconosciuto, né il nostro impegno né il valore del nostro tempo e meno che mai la dignità di ciò che portiamo in dono alla società. Socialmente, ma anche personalmente, ci sentiamo prigionieri di un misconoscimento - chi più chi meno, ciascuno nelle modulazioni uniche della propria sensibilità e nella peculiarità di ciò che lo riguarda.

Quale tipo di riconoscimento cerchiamo? Facciamo bene a cercarlo? Davvero la nostra “perfetta letizia” risiede in un riconoscimento che ci rende onnipotenti, che crea attorno a noi una rete di dipendenze mentre affranca noi da ogni dipendenza? Perché, ad esempio, facciamo così fatica a lavorare assieme? Perché sentiamo a volte come un’intrusione persino la presenza discreta e collaborativa dell’insegnante di sostegno durante “la nostra ora”? Perché ci sembrano irricevibili la richiesta di verifiche comuni e le indicazioni didattiche del Dipartimento, quand’anche ragionevoli? Dov’è la ferita? Perché la tristezza? Dove possiamo cercare la “perfetta letizia”?

Non credo che la rinuncia francescana all’essere riconosciuti e onorati possa essere la nostra strada: i valori della Costituzione non contemplano l’immolazione volontaria e incondizionata, l’umiltà senza pretesa di dignità alcuna, la dedizione senza contraccambio né gratitudine che qualche ambiente religioso chiede a chi ci vive (o ci lavora...). I lunghi anni di anni di precariato (pur con tutti i titoli a posto...) mi hanno insegnato a soffrire acutamente per la mancanza del riconoscimento che desideravo (il sogno di poter restare nella stessa scuola per più di 8 mesi, di avere la dignità del ruolo che mi è arrivato a 50 anni, di vedere la fine dell’incertezza e dell’esposizione ai continui mutamenti della normativa sul reclutamento, di sentirmi parte di qualcosa e non un semplice “tappabuchi”, superfluo e privo di qualsiasi valore tangibile...), ma anche a cercare una pace che ne potesse prescindere, che non ne dipendesse interamente. Mi è andata bene, tutto sommato, anche se le cicatrici sono profonde e non smetteranno mai di farmi male: 25 anni senza un riconoscimento maggiore di quello che si darebbe a un ponteggio provvisorio o all’incarto di un etto e mezzo di prosciutto non passano senza lasciare segni. Ho scritto, tradotto, studiato, riflettuto: è ciò che vedo fare anche oggi ad alcuni colleghi giovani, che so intenti al conseguimento di una seconda laurea o di una nuova specializzazione, o magari coinvolti in associazioni culturali, in attività artistiche, in competizioni sportive o impegnati nel volontariato. Ho cercato la “letizia” altrove, e così anche dalla scuola ho potuto riceverne. Difficile spiegare: ho rinunciato alla pretesa, ma non ho concesso alla scuola il monopolio del riconoscimento, l’arbitrio sulla mia dignità (ridottissima, certo, ma per cause indipendenti dalla mia volontà e dal mio operato); non ho preteso di essere riconosciuto, pur avendolo desiderato e avendone sofferto atrocemente, e ho accettato, a un certo punto, di non esserlo pur di vivere libero - dal rancore più che dall’orgoglio; dall’ossessione di ciò che mi era negato. Ho ricevuto spazio e forze; ho ritrovato energie; ho incontrato e apprezzato. Conosco altri e altre a cui è andata così, e qualcun altro, invece, che senza colpa è stato schiacciato oltre il limite dell’immaginabile: crisi di panico, disturbi del sonno, tragedie affettive, delusioni irreparabili, derive tristissime. Anche qui, il riconoscimento mancava alla radice: tutto questo non si poteva (e neanche oggi, forse, si può) raccontare; il racconto era improponibile, inaudibile; nessuno credeva che io davvero avessi fatto tutto ciò che dovevo fare, al tempo esatto in cui la legge l’aveva prescritto (altrimenti, non sarebbe andata così); il disagio che comunicavo veniva zittito, frainteso, interrotto, deriso, mal interpretato o sminuito anche da persone sinceramente affezionate, che me ne ritenevano se non l’unico colpevole almeno il complice involontario. Non c’è nulla da raccontare, comunque, a chi non vuol sentire: ciò che ci sta a cuore, a volte, non esiste abbastanza per essere riconosciuto e capito, anzi, non basta nemmeno per essere ascoltato.

Il mancato riconoscimento ha per effetto immediato una dissipazione: energie, vite, relazioni, potenzialità fluiscono via, escono dalla vita a cui si sono timidamente affacciate per riversarsi nel vuoto e nel buio, dove nessuno potrà scendere a ritrovarle; là muoiono senza essere mai nemmeno nate - il solo desiderio di vita e di bene è stato per loro la più grave delle colpe, e la loro morte, la loro dissipazione nel nulla dell’inutilizzo è la punizione dura e spietata che hanno ottenuto per essersi offerte. Io stesso, nella scuola, avrei avuto tanto altro da dare se qualcuno ne avesse voluto anche solo una minima parte, se appena mi fosse stato permesso donare qualcosa - conosco colleghe e colleghi che potrebbero dire la stessa cosa con le stesse identiche parole.

E ora, che sono di ruolo da 4 anni e mezzo (lavoro dal 1991)? È altro il riconoscimento che vorrei, e altro il misconoscimento di cui soffro: meglio non approfondire. Ogni stagione ha il suo frutto, anche nell’anima. Altra, di conseguenza, sarà anche la “letizia” che devo cercare.

Paul Ricouer, nei suoi Percorsi del riconoscimento, viene a consolarci, pur con formule un po’ astratte e tutt’altro che immediate: non può esserci riconoscimento, ci dice, se non c’è stato misconoscimento; nella dialettica tra l’io e l’altro da sé dobbiamo arrivare a riconoscere e a integrare il polo negativo, in una dialettica inesausta tra alterità e identità, tra alterità e familiarità - ciò che ci è ignoto può divenire familiare; ciò che ci ci è vicino può allontanarsi fino a farsi irriconoscibile, ed è in questo precario equilibrio che costruiamo noi stessi nella comunione imperfetta che viviamo nel mondo.

Chissà, forse qualcosa di buono e di vero è in serbo per noi, e ci chiede questa difficile e diffusa pazienza che, se guardo alla mia esperienza quotidiana, spesso mi sembra una resa senza neanche l’onore delle armi, uno sfinimento che vorrebbe farsi torpore una volta per sempre; forse, però, si aprirà da sé la via che saprà portarci a una “letizia” nuova e imprevista, per me e per tutti. Scrisse Umberto Bellintani, poeta mantovano scomparso nel 1999: “Tutto è così difficile, impossibile. Ma chissà. / È nel mistero il clamore bianco della gioia”.

LE FONTI

a cura di Mario Bertin

San Francesco e la gioia

Storicamente, Francesco, oltre ad essere stato visto come il «Poverello», è stato riconosciuto anche come testimone di una gioia di vita basata sulla solidarietà e sulla condivisione. Egli ha saputo cantare e testimoniare con gioia la strada evangelica della «minorità» che aveva intrapreso. Francesco «giullare di Dio», cantore del creato, capace di stupirsi davanti alla bellezza e di lasciarsi entusiasmare dall'avventura della vita. Diverse fonti – tra cui l'inizio della Leggenda dei Tre Compagni – ci ricordano che egli era di indole gioviale, che non si lasciò deprimere neppure dalla lunga e dura prigionia a Perugia. Un giovane amante delle feste, che sapeva vivere con protagonismo la cultura cortese sulle strade e sulle piazze di Assisi. Tuttavia, i brani antologici di questa sezione non vogliono presentare un lato caratteriale di Francesco, ma invitare alla lettura di pagine profonde in cui si coglie il «mistero» di una gioia che non corrisponde soltanto all'intensità di un'emozione. Essa risulta essere, infatti, quella dimensione che nei suoi scritti egli chiama «letizia» e che considera sorella della povertà: «Dov'è povertà con letizia non c'è cupidigia e avarizia».
La gioia che ci testimonia Francesco, la cosiddetta letizia francescana, non dipende da alcuni vissuti particolari, né deriva dalla soddisfazione di aver compiuto o ottenuto qualcosa di importante. Non la si trova alla fine di un percorso, come ricompensa di un traguardo o risultato raggiunto. La letizia vera, invece, è ciò che «anticipa il cammino», il motore che lo rende possibile. La letizia è ciò che permette di iniziare a spogliarsi di tutto e assumere il rischio di vivere qualcosa di inedito. Non viene prima la povertà e poi la gioia, quasi come una ricompensa per chi è stato coraggioso nel «vivere senza nulla di proprio». Viene, invece, prima la scoperta gioiosa di un «incontro», di una ricchezza che libera il cuore e la mente dall'avidità del possedere e dall'inganno che la felicità sia qualcosa da conquistare, un'emozione da ricercare sempre e ripetutamente nella vita. L'autentica felicità – ci sussurra Francesco nelle pagine che seguono – è una dimensione di vita da accogliere pazientemente. E la letizia a donare, il coraggio di essere poveri! Essa non ha i tratti forti e intensi dell'euforia e del godimento che si sperimenta dopo una fatica, ma quelli delicati e intimi della consolazione e della commozione che nasce dal luogo profondo del cuore da dove, a volte, sgorgano lacrime di gioia per aver sperimentato nell'intimo il senso e il gusto autentico della vita.
La gioia evangelica, la «perfetta letizia», secondo Francesco, sgorga dentro di sé nell'incontro con l'altro riconosciuto come fratello. È quella letizia che sboccia dentro di noi e ci dà la forza umile di continuare a bussare alla porta del cuore del fratello perché ti accolga, e che induce anche lui, nell'incontro con «chi sa mostrarsi piccolo», ad accogliere l'invito a tornare sul cammino di apertura e di condivisione della vita.
Perfetta letizia, infine, è quella gioia che sa coniugarsi anche al dolore e al rifiuto.

La gioia lungo la strada

Tutti i frati cerchino di seguire l'umiltà e la povertà del Signore nostro Gesù Cristo, e si ricordino che nient'altro ci è consentito di avere, di tutto il mondo, come dice l'apostolo, se non il cibo e le vesti e di questi ci dobbiamo accontentare.
E devono essere lieti quando vivono tra persone di poco conto e disprezzate, tra poveri e deboli, tra infermi e lebbrosi e tra i mendicanti lungo la strada.
(Rnb, IX, 1-3)

La gioia nelle relazioni

Si guardino i frati, ovunque saranno, negli eremi o in altri luoghi, di non appropriarsi di alcun luogo né lo contendano ad alcuno.
E chiunque verrà da essi, amico o nemico, ladro o brigante, sia ricevuto con bontà. E ovunque sono i frati e in qualunque luogo si troveranno, spiritualmente e con amore si debbano rispettare e onorare scambievolmente senza mormorazione.
E si guardino i frati dal mostrarsi tristi all'esterno e oscuri in faccia come gli ipocriti, ma si mostrino lieti nel Signore e giocondi e garbatamente allegri.
(Rnb, VII, 14-17)

Della vera e perfetta letizia

Venendo una volta santo Francesco da Perugia a santa Maria degli Angioli con frate Lione a tempo di verno, e 'l freddo grandissimo fortemente il crucciava, chiamò frate Lione il quale andava innanzi, e disse così: «Frate Lione, avvegnadioché li frati Minori in ogni terra dieno grande esempio di santità e di buona edificazione; nientedimeno scrivi e nota diligentemente che non è quivi perfetta letizia». E andando più oltre santo Francesco, il chiamò la seconda voltar: «O frate Lione, benché il frate Minore allumini li ciechi e distenda gli attratti, iscacci le dimonia, renda l'udire alli sordi e l'andare alli zoppi, il parlare alli mutoli e, ch'è maggiore cosa, risusciti li morti di quattro dì; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia». E andando un poco, santo Francesco grida forte: «O frate Lione, se 'l frate Minore sapesse tutte le lingue e tutte le scienze e tutte le scritture, sì che sapesse profetare e rivelare, non solamente le cose future, ma eziandio li segreti delle coscienze e delli uomini; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia». Andando un poco più oltre, santo Francesco chiamava ancora forte: «O frate Lione, pecorella di Dio, benché il frate Minore parli con lingua d'Agnolo e sappia i corsi delle istelle e le virtù delle erbe, e fussongli rivelati tutti li tesori della terra, e conoscesse le virtù degli uccelli e de' pesci e di tutti gli animali e delle pietre e delle acque; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia». E andando ancora un pezzo, santo Francesco chiamò forte: «O frate Lione, benché 'l frate Minore sapesse sì bene predicare, che convertisse tutti gl'infedeli alla fede di Cristo; iscrivi che non è ivi perfetta letizia».
E durando questo modo di parlare bene di due miglia, frate Lione con grande ammirazione il domandò e disse: «Padre, io ti priego dalla parte di Dio che tu mi dica dove è perfetta letizia». E santo Francesco sì gli rispuose: «Quando noi saremo a santa Maria degli Agnoli, così bagnati per la piova e agghiacciati per lo freddo e infangati di loto e afflitti di fame, e picchieremo la porta dello luogo, e 'l portinaio verrà adirato e dirà: Chi siete voi? e noi diremo: Noi siamo due de' vostri frati; e colui dirà: Voi non dite vero, anzi siete due ribaldi ch'andate ingannando il mondo e rubando le limosine de' poveri; andate via; e non ci aprirà, e faracci stare di fuori alla neve e all'acqua, col freddo e colla fame infimo alla notte; allora se noi tanta ingiuria e tanta crudeltà e tanti commiati sosterremo pazientemente sanza turbarcene e sanza mormorare di lui, e penseremo umilemente che quello portinaio veramente ci conosca, che Iddio il fa parlare contra a noi; o frate Lione, iscrivi che qui è perfetta letizia. E se anzi perseverassimo picchiando, ed egli uscirà fuori turbato, e come gaglioffi importuni ci caccerà con villanie e con gotate dicendo: Partitevi quinci, ladroncelli vilissimi, andate allo spedale, ché qui non mangerete voi, né albergherete; se noi questo sosterremo pazientemente e con allegrezza e con buono amore; o frate Lione, iscrivi che quivi è perfetta letizia. E se noi pur costretti dalla fame e dal freddo e dalla notte più picchieremo e chiameremo e pregheremo per l'amore di Dio con grande pianto che ci apra e mettaci pure dentro, e quelli più scandolezzato dirà: Costoro sono gaglioffi importuni, io li pagherò bene come son degni; e uscirà fuori con uno bastone nocchieruto, e piglieracci per lo cappuccio e gitteracci in terra e involgeracci nella neve e batteracci nodo a nodo con quello bastone: se noi tutte queste cose sosterremo pazientemente e con allegrezza, pensando le pene di Cristo benedetto, le quali dobbiamo sostenere per suo amore; o frate Lione, iscrivi che qui e in questo è perfetta letizia. E però odi la conclusione, frate Lione. Sopra tutte le grazie e doni dello Spirito Santo, le quali Cristo concede agli amici suoi, si è di vincere se medesimo: e volentieri per lo amore di Cristo sostenere pene, ingiurie e obbrobri e disagi; imperò che in tutti gli altri doni di Dio noi non ci possiamo gloriare, però che non sono nostri, ma di Dio, onde dice l'Apostolo: "Che hai tu, che tu non abbi da Dio? e se tu l'hai avuto, da lui, perché te ne glorii, come se tu l'avessi da te?". Ma nella croce della tribolazione e dell'afflizione ci possiamo gloriare, però che dice l'Apostolo: "Io non mi voglio gloriare se non nella croce del nostro Signore Gesù Cristo"» [...].
(Fior., VIII)

Da: M. Bertin e A. Ciamei, Frate Francesco. Le fonti, Castelvecchi 2014

ECOLOGICA

L’aria di Milano rende liberi ma è ancora irrespirabile

La città che cresce deve però puntare a una nuova vivibilità
di Elena Granata*

Ha superato il milione e quattrocentomila iscritti all’anagrafe, Milano cresce, sale, attira imprese e capitali, confermando un trend iniziato con gli anni Duemila. E soprattutto non smette di far parlare di sé. Lasciatasi alle spalle quella naturale introversione di città fredda e brutta, da anni ha ricominciato a ripensare il suo spazio pubblico. Un densità di nuove architetture, piazze, progetti, strade che incuriosisce e attira. Ma come sempre, non sono (solo) i grandi numeri a dare la misura del cambiamento.

Milano, come tante altre grandi metropoli del mondo, possiede qualcosa che gli economisti faticano a nominare: una sconfinata possibilità di scelta e una febbrile eccitazione. Quella sensazione che stia sempre cominciando qualcosa, una nuova rassegna, una settimana dedicata, che ci sia sempre qualcosa che accade e che ci stiamo perdendo. Gli investitori economici e le imprese, gli studenti e i turisti di passaggio, i cittadini e gli attori del Terzo Settore sentono che si può osare, si possono mescolare i codici, si possono inventare nuovi stili di vita (economia dello scambio, nascita di imprese sociali, vitalità di start up e imprese giovanili).

Mondi prima fortemente segmentati hanno cominciato ad ibridarsi, con una contaminazione crescente di stili. Anche il Terzo Settore ha ampliato il proprio campo d’azione, occupandosi di verde urbano e spazi pubblici, di abitabilità dei quartieri, di mobilità lenta, attività culturali, consumi alternativi, imprese creative. È un’eccedenza di capitale sociale e di reti di fiducia, che consente (al netto delle peripezie imposte dal doppio decreto Salvini) che anche temi delicati come l’accoglienza dei migranti sia gestita e assorbita dalla società civile in maniera accorta e serena.

Questa stagione di particolare effervescenza, di piattaforme digitali, di festival, week e convention, ha tolto un po’ di dialettica al dibattito pubblico; rare sono le occasioni di advocacy, ci si affeziona in fretta a ricette e parole d’ordine suggestive. Quel diffuso entusiasmo ha distratto dal vedere le lunghe fila per il pane e di sentire la vuota solitudine dei vecchi, di capire che la questione ambientale oggi richiede misure serie e straordinarie. L’equilibrio raggiunto non è affatto perfetto. E qualche numero ce lo conferma. I bambini in età da nido, tra 0 e 3 anni (4,1%) sono la metà degli ultraottantenni (8,1%), i teenager (17,1%) poco più della metà dei cittadini sopra i 60 anni (28,2%), dati riferiti alla fine del 2019. Il milanese-tipo è un uomo o una donna adulto tra i 30-54 anni (37%), single, con una buona posizione lavorativa. E questa composizione fatta di soggetti capaci e autonomi spiega perché a Milano si ponga minor attenzione alla dimensiona pubblica collettiva: casa, scuola, anziani, ambiente. Milano non sarebbe cambiata senza il protagonismo femminile che l’ha connotata. Tre quarti delle donne di questa città sono attive nel lavoro, un dato che solo di un soffio sfiora la metà di quelli che lavorano (48% del totale degli occupati) e quasi la metà delle lavoratrici svolge professioni altamente qualificate. Se donne lavorano, a Milano pagano più che altrove il prezzo della loro carriera, spesso rinunciando ai figli. Anche su questo abbiamo perso tempo, lasciato correre. Ma la mano invisibile non provvede a tutto. Chi riesce a dare voce e sostanza alla questione ambientale in maniera incisiva, senza accontentarsi di soluzioni semplici? È innegabile l’impegno per un migliore trasporto pubblico, l’introduzione di vincoli per l’accesso alle auto in alcune aree (Area B e Area C), la qualità diffusa del verde, e perfino il progetto di piantumazione intensiva (suggestivo e visionario, forse non così praticabile). Il dato di realtà ci mette con i piedi per terra e ci dice che Milano è tra le prime sei città della Pianura Padana per giornate fuorilegge per Pm10 e ozono (dati Legambiente, 2019, tanto che per domenica è previsto un blocco totale delle auto) e l’attenzione per il suolo, per lo spazio aperto, per un sistema connesso di ciclabili sicure, è ancora limitata. Né si può sperare di intervenire efficacemente senza interventi a scala metropolitana e regionale. Lo smog non conosce confini amministrativi. Più in generale manca la capacità di connettere in misure decise e coerenti, quella galassia di azioni e buone pratiche che riguardano casa-fragilità-lavoro-salute-ambiente. Siamo a un punto di svolta, da cogliere se si vuole capitalizzare in modo serio la fiducia di questi anni; ci sono i primi segnali importanti che su alcuni temi, come l’ambiente, non si può più vivere di rendita o di annunci.

Milano dovrà immaginare chi sono gli abitanti dei prossimi anni, dovrà avviare l’annunciata e poi dimenticata transizione ecologica, porre con forza il tema dell’invecchiamento e della qualità di vita della quarta età, e infine, ultimo, ma non questo meno importante, dovrà capire se davvero il prezzo chiesto alle donne per realizzare i loro talenti sia la rinuncia a legami e figli.

da Avvenire di mercoledì 29 gennaio 2020

* Elena Granata è docente di urbanistica al Politecnico di Milano. Collabora con la Scuola di Economia Civile (SEC), dal 2019 ha una Rubrica sulla nostra rivista Scuola e Formazione.

IL FILO DEI MESI

Febbraio: neve e altro

di Gianni Gasparini

L’inverno continua il suo cammino metaforico attraverso il mese di febbraio. E febbraio, nonostante i cambiamenti climatici in atto, è pur sempre il mese centrale dell’inverno e fa pensare al freddo: quello di oggi e quello di ieri. Quest’ultimo, come ci racconta in un libro originale Alessandro Vanoli, storico e scrittore, era la realtà dominante e di base a cui per secoli e millenni non si poteva sfuggire. I nostri avi non avevano alternative alla basse temperature, il loro era “un inverno privo di rifugi e di luoghi caldi dove trascorrere il tempo. Quel freddo lungo e inarrestabile era forse parte di una relazione con il mondo e con la natura che abbiamo perso per sempre” (A. Vanoli, Inverno, Il Mulino 2018, p. 43).

Febbraio ci richiama la neve. E la neve infatti continua a cadere durante l’inverno in vaste aree del nostro paese e di altri paesi europei. La neve che cade, e che si accumula copiosa soprattutto in montagna, evoca a sua volta la letteratura. Ho in mente in particolare alcune mirabili poesie di Pasternak, che ci riporta alla visione delle sterminate pianure russe:

La neve cade, la neve cade.
Alle bianche stelline in tempesta
si protendono i fiori del geranio
dallo stipite della finestra.

La neve cade e ogni cosa è in subbuglio,
ogni cosa si lancia in un volo,
i gradini della nera scala,
la svolta del crocicchio.

La neve cade, la neve cade,
come se non cadessero i fiocchi,
ma in un mantello rattoppato
scendesse a terra la volta celeste.

(B.L. Pasternak, Poesie, Einaudi 2001, p.269)

In un’altra poesia di Pasternak, tratta dal Dottor Zivago, la neve sembra partecipare della vita che si svolge all’interno di una izba, dove una candela brucia sul tavolo ed emergono misteriosi incroci di mani e di gambe:

La tormenta infuriava per tutta la terra,
in ogni contrada.
Una candela bruciava sul tavolo,
una candela bruciava. […]

Sul soffitto illuminato
si posavano le ombre:
incroci di mani, di gambe,
incroci del destino.

E due scarpette cadevano
con un tonfo sul pavimento,
e dal lumino a lacrime
la cera sgocciolava sull’abito. (…)

Infuriò la tormenta per tutto febbraio,
e senza tregua, senza tregua
una candela bruciava sul tavolo,
una candela bruciava.

(Ibid., pp.241-242)

Come mai la neve, oltre a manifestare una bellezza propria, riesce ancora a comunicare un senso di raccoglimento e di concentrazione? Forse perché ogni fiocco porta in sé tutto l’universo e ne è una stupefacente sintesi. Lo dice in pochi versi un altro poeta, Ryo-kan, monaco zen vissuto in Giappone due secoli fa, quando scrive:

In un fiocco di neve,
che presto si scioglie,
c’è tutto l’universo;
da tutto l’universo
scende un fiocco di neve.

(Ryo-kan, Poesie di Ryo-kan, La vita felice, 2003)

Non si può fare a meno di osservare che senza la neve non sarebbero nati nel Novecento gli sport invernali, dallo sci di discesa a quello di fondo e alle specialità che sono espresse nelle Olimpiadi invernali e in tante altre competizioni; non sarebbe nato il turismo invernale che interessa intere regioni alpine e altre zone di montagna, con i pro e i contro che questo ha comportato in termini economici, ambientali e sociali in genere; non si sarebbe sviluppato un modo caratteristico di trascorrere le vacanze e il tempo libero che consente a molte persone di gustare, d’inverno, la meraviglia di una montagna che è la stessa dell’estate ma è profondamente diversa.

Allora, nonostante tutto, credo che l’inverno – per chi lo sa osservare – continui a esprimere il raccoglimento della terra e della vegetazione che nel freddo e nel gelo attendono silenziosamente la nuova stagione per rinnovare il ciclo della vita. È in questo periodo che gli animali selvatici, quelli che non vanno in letargo, lottano per la sopravvivenza e si avvicinano talvolta alle abitazioni e ai villaggi per cercare nutrimento. Cito un particolare che mi sembra significativo: in Italia al nord il lupo è tornato, anche in quelle regioni delle Alpi occidentali dove era scomparso da secoli e il suo ricordo era stato completamente cancellato dalla memoria delle generazioni, pur restando nei toponimi locali. Così, in alcune aree molto frequentate turisticamente della valle d’Aosta il lupo è presente da pochissimi anni ed è attivo nel predare sia animali selvatici (come camosci e caprioli) che di allevamento (pecore, mucche): la sua è una presenza di cui tener conto realisticamente oggi, così come avviene per l’orso in altre regioni italiane. Ed è un segno che la montagna ha mantenuto wilderness e capacità di stupire e intimorire.

AFORISMI

 a cura di Leonarda Tola

Impariamo per la vita non per la scuola

Chi vuole avere conoscenza, al massimo dell’approfondimento, di proverbi aforismi apoftegmi sentenze non può prescindere dalla consultazione del Dizionario delle sentenze latine e greche (a cura di Renzo Tosi, Terza edizione BUR 2018): una miniera di 2286 citazioni che abbracciano in lungo (dall’antichità fino ad oggi) e in largo (in tutta Europa e oltre i suoi confini) la trasmissione di una tradizione popolare o colta che rappresenta parte grande della nostra identità culturale. Intendiamo scorrere il prezioso vocabolario nell’utilissima suddivisione per argomenti e sottotemi cominciando dalla sezione dedicata alla scuole e all’educazione: un repertorio di pensieri che formano la matrice originaria a cui ricondurre, per somiglianza o distanza, l’evoluzione delle idee pedagogiche; una mappa di confronto per riconoscersi debitori e utilizzatori finali di una tradizione sia nell’ ammaestramento familiare e nella correzione dei figli che nella formazione scolastica intenzionale e istituzionale.

Cogliamo qua e là nel giardino dei proverbi: “Et nos manum ferulae subduximus” (Abbiamo anche noi sottratto la mano alla bacchetta). Da Giovenale e Marziale, attraverso il Medioevo e fino almeno a parte del secolo scorso, era pratica diffusa di madri e padri padroni e di maestre/i far coincidere l’autorità che impersonavano con l’obbligo di esercitarla nella veste di inflessibili castigatori: per raddrizzare il legno storto che era il bambino o il giovane si richiedeva l’intervento correttivo mediante punizioni corporali della cui efficacia non si dubitava. “L’uomo non viene educato (ou paideutai) se non viene scuoiato”. Ferula e virga erano per altro sinonimo di scuola. Il rigore educativo si accompagnava tuttavia al convincimento che una vera istruzione doveva aver inizio in tenera età. “Quod in iuventute non discitur, in matura aetate nescitur” (Ciò che non si impara in gioventù, non lo si sa da adulti).

L’attitudine anche filosofica doveva essere stimolata nel giovane, se si voleva che la disciplina del pensare sfociasse in età matura nella conoscenza e scienza degli uomini, della natura e del mondo. L’addestramento educativo includeva l’attenzione sui comportamenti errati per evitare che nel giovane questi si consolidassero in male abitudini ineliminabili se acquisite in tenera età. A complemento dell’atto educativo grande efficacia era assegnata all’esempio: Exemplis discere (Imparare attraverso gli esempi).

Dobbiamo al mondo greco e latino l’elevazione dello studio e della cultura letteraria, che ha la sua radice nella parola, all’eccellenza che distingue gli uomini sotto il cielo: “Homo doctus in se semper divitias habet” (Fedro), (Il dotto ha in se stesso sempre ogni ricchezza). “Litterae thesaurum est” (Petronio).

Velleitario quindi e pericoloso pensare all’autoeducazione magari con la tecnologia madre dei moderni autodidatti.

I buoni maestri (dum docent discunt – mentre insegnano imparano) e sanno che l’istruzione non può essere fine a se stessa rischiando di inaridirsi entro i suoi limiti, come lamentava Seneca “Non vitae, sed scholae discimus” (Non per la vita ma per la scuola impariamo). Meglio ribaltare: “Vitae, non scholae discimus”.

HOMBRE VERTICAL

a cura di Emidio Pichelan

Memoria piena e speranza

La giovane infermiera, cappelli raccolti e occhi scuri, esce spiritata dalla stanza n. 10: la paziente del letto n. 25, una ottantacinquenne dai cappelli candidi e piglio sicuro, rifiuta la padella, pretende indossare una canottiera pulita e un pigiama profumato di lavanda. “Venga qua”, dice al marito che aspetta fuori con qualche impazienza di troppo; “le spiego qualcosa di importante”. E’ compos sui la giovane operatrice sanitaria, niente di esagitato: argomenta in modo stringente. “Vede, qui siamo in un’azienda sanitaria, e l’azienda ha un protocollo al quale, tutti, operatrici e operatori e pazienti debbono attenersi scrupolosamente. Non c’è spazio per i “capricci” individuali, i “desiderata” dei singoli non hanno né tempo né spazio. Glielo dica alla moglie: la colpa della situazione è tutta mia”.

I pazienti al servizio del sistema? Il ricorso alla rigidità dei protocolli da osservare è la classica foglia di fico per bypassare i problemi veri: il taglio del personale, le remunerazioni basse, il misconoscimento dei meriti individuali, le incomprensioni tra strutture e reparti, le amnesie e i braccini corti dei politici.

Questi sono i giorni della memoria.

Doveroso e salutare ricordare Auschwitz; indispensabile riportare alla memoria i frutti efferati del sonno della ragione. Perché non approfittare della ricorrenza per ricordare quanto costruito nei tempi del risveglio della ragione? La memoria è una muscolo da esercitare continuamente: si ricorda per non ripetere gli errori. Si ricorda per trarre una lezione.

Nel secondo dopoguerra, i superstiti e i loro figli hanno saputo costruire un mondo molto migliore di quello ereditato. Con il sudore della fronte, una voglia di fare capace di vincere dubbi, abbattere ostacoli, aprire strade nuove. E una speranza a prova di bomba atomica, di guerra fredda, di contrapposizioni ideologiche radicali. Hanno saputo costruire società e sistemi politici liberi, aperti, solidaristici, pacifici, costituzionali (divisione dei poteri, istituzioni riconosciute, dialettiche costruttive, valori condivisi). Welfare State vuol dire uno Stato al servizio di una comunità (di persone); l’istituzione dell’Unione Europea, per quanto imperfetta, lo strumento politico preventivo di nuovi conflitti distruttivi. Nel gergo politico si fanno strada espressioni inedite (e insostituibili): il servizio sanitario “prende in carico” il paziente; il sistema scolastico “si preoccupa, si prende cura” dell’alunno (l’I care milaniano, per intenderci).

A proposito di memoria, in occasione del sessantesimo anniversario dalla sua morte, tornano quanto mai utili le riflessioni di Camus sulla differenza tra rivoluzione (per il potere) e rivolta (per costruire qualcosa di inedito).

Per tornare alla storiellina iniziale, ricordiamo che i protocolli e i programmi non vanno assunti come il letto di Procuste; sono un semplice spartito affidato all’interpretazione del lavoratore. Il fattore umano marca la differenza tra un semplice esecutore e una persona che si prende cura di un suo simile.

RICORRENZE

10 febbraio - Giorno del ricordo per le vittime delle foibe

La celebrazione, il 10 febbraio di ogni anno, del Giorno del ricordo è stata istituita con la legge 30 marzo 2004 n. 92, al fine di «conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale».
Le foibe sono cavità presenti nel terreno carsico, nelle quali vennero ammassati i corpi delle persone uccise, ma talvolta anche solo ferite, ad opera delle milizie jugoslave nel periodo finale della seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra. Anche se un calcolo preciso del numero delle vittime non è mai stato possibile, si stima che possa essere compreso tra le 5.000 e le 15.000 unità.
La scelta della data di celebrazione della ricorrenza è legata a quella in cui furono firmati, nel 1947, i trattati di pace di Parigi, con cui venivano assegnati alla Jugoslavia territori che in precedenza appartenevano all'Italia.
La Legge, composta di un solo articolo, contiene anche disposizioni riguardanti il riconoscimento del Museo della civiltà istriano-fiumano-dalmata, con sede a Trieste, e dell'Archivio museo storico di Fiume, con sede a Roma. Previsto anche un riconoscimento simbolico ai familiari superstiti di persone soppresse e “infoibate”.

11 febbraio - Giornata delle donne e delle ragazze nella scienza

L'11 febbraio è la giornata delle donne e delle ragazze nella scienza, istituita nel 2015 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e patrocinata dall'Unesco al fine di promuovere ogni forma di incentivo a una maggior presenza delle donne nell’ambito delle scienze, con l’obiettivo di garantire pari opportunità nella carriera scientifica.
I dati più recenti attestano come sia ancora ben lontano il raggiungimento di un traguardo di effettiva parità di genere nel mondo della scienza: a livello mondiale fra i ricercatori le donne sono meno del 30%, e ancora inferiore al 30% è il numero delle ragazze che nell’affacciarsi all’istruzione superiore sceglie un indirizzo scientifico.
In Italia è attiva dal 2006 l'Associazione Donne e Scienza, di cui segnaliamo il sito internet, che si prefigge di "promuovere, attraverso la ricerca e la riflessione, la documentazione e le relative pubblicazioni, la trasmissione e la comunicazione, la partecipazione delle donne alla ricerca scientifica sia quantitativamente che qualitativamente" (Statuto, art. 2).
Altro link di interesse è quello alla pagina web delle Nazioni Unite dedicata alla ricorrenza, mentre è disponibile in diverse lingue, ma non in italiano, la risoluzione del 22 dicembre 2015 (versione in inglese).
Sul tema dell'accesso delle donne all'ambito delle discipline scientifiche proponiamo in coda a queste note un interessante intervento di Francesca Scarabelli sul portale MONDOLAVORO.

20 febbraio Giornata Mondiale per la Giustizia Sociale

Il 26 novembre 2007, con la Risoluzione A/RES/62/10, l’Assemblea Generale proclamò il 20 febbraio come Giornata Mondiale per la Giustizia Sociale ed invitò gli Stati Membri a dedicare questo giorno alla promozione di attività nazionali, coerenti con l’obiettivo di sostenere gli sforzi della comunità internazionale nell’eliminazione della povertà, nella promozione dell’impiego per tutti e del lavoro dignitoso, nell’uguaglianza di genere e nell’accesso al benessere sociale e alla giustizia per tutti.
Si tratta di questioni che non possono non essere centrali nel pensiero e nell'azione del sindacato, ma anche di una scuola che rispetto all'obiettivo indicato dall'art. 3 della Costituzione (rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese) svolge un ruolo decisivo e insostituibile.

 

 

Donne e STEM, una storia possibile

di Francesca Scarabelli

L’acronimo STEM (Sciences, Technology, Engineering and Mathematics) sta cominciando ad entrare nel dibattito sulla parità di genere. Eh sì, perché le donne scienziate o appassionate di tecnologia sono ancora viste come delle “intruse” in un mondo ancora fortemente maschile.

Uno dei pregiudizi più diffusi è che alle bambine non piacciano le materie scientifiche e che non vi siano portate. Nulla di più falso: nel corso del ciclo di istruzione primaria le bambine si dimostrano appassionate di STEM, interesse che diminuisce nel corso degli anni, probabilmente a causa anche della mancanza di incoraggiamento e degli stereotipi di genere, delle aspettative della società e dei genitori e dei modelli di comportamento che ancora siamo portati a seguire, più o meno consciamente. Basti pensare che le donne laureate in computer sciences al Politecnico di Milano sono solo il 18% del totale, mentre le iscritte alla facoltà di ingegneria della stessa università sono un misero 9%.

Donne e STEM: le iniziative

Eppure il contributo delle donne, in questo ambito come in molti altri, sarebbe sicuramente prezioso e proprio per questo motivo negli ultimi tempi sono sempre di più le iniziative che vedono protagoniste donne e STEM. Impossibile non citare, ad esempio, il progetto basato sul coding lanciato da Reshma Saujani, attivista e politica statunitense che nel 2012 ha ideato Girls Who Code, un’organizzazione non profit di rilevanza internazionale che ha l’ambizioso obiettivo di avvicinare le ragazze al mondo della programmazione.

Anche UN Woman, la divisione Onu che si occupa della parità di genere, collabora con diversi governi in tutto il mondo per colmare questo divario, impegnandosi tramite l’agenda Onu 2030 a “costruire infrastrutture resilienti, promuovere un’industrializzazione inclusiva e sostenibile e promuovere l’innovazione”. Questo sarà possibile grazie ad una strategia basata sui Women’s Empowerement Principles, che offrono alle aziende e alle istituzioni gli strumenti per potenziare la presenza femminile nei posti di lavoro.

Dal globale al locale: anche la Regione Piemonte ha in cantiere un progetto per promuovere e potenziare il binomio donne e STEM. Si tratta di un’iniziativa che durerà fino alla fine del 2020 e che ha l’obiettivo di avvicinare le giovani generazioni femminili ai percorsi formativi e alle carriere legate alle discipline scientifiche, tecnologiche e matematiche.

A maggio 2019, poi, si è svolta la maratona “Stem in the city”, l’evento annuale organizzato del Comune di Milano per avvicinare le studentesse alle materie scientifiche, che vede la collaborazione di partner come Microsoft, da sempre particolarmente sensibile a questa tematica. In particolare, il colosso ha contribuito organizzando workshop e corsi di formazione dedicati ai nuovi trend digitali per incoraggiare le studentesse ad intraprendere questo tipo di percorsi in ambiti che sono in costante crescita ma in cui vige ancora il monopolio maschile.

Donne e STEM, gli esempi a cui ispirarsi

I modelli a cui le bambine si possono ispirare non mancano di sicuro: il mondo della scienza, della tecnologia e della medicina conta molte donne eccellenti che possono essere di esempio alle nuove generazioni; il problema è che spesso le loro storie sono tenute nell’ombra o non hanno comunque avuto la risonanza che avrebbero meritato. Qualche esempio?

Ada Lovelace, la “mamma” dei computer. Questa matematica inglese ha ideato, tra le altre cose, un algoritmo pensato espressamente per ideare una macchina e, proprio per questo motivo, Ada è ricordata come la prima programmatrice di computer al mondo.

Samantha Cristoforetti e il record femminile di permanenza nello spazio. Samantha Cristoforetti non ha bisogno di presentazioni: ingegnere, aviatrice e astronauta italiana, è stata la prima donna italiana a far parte degli equipaggi dell’Agenzia Spaziale Europea e ha conseguito ufficialmente il record europeo e quello femminile di permanenza nello spazio in un singolo volo.

Margherita Hack, la “donna delle stelle”. Questa astrofisica è stata la prima donna italiana a dirigere l’Osservatorio Astronomico di Trieste: dal 1964 al 1987 lo ha portato ad avere fama internazionale. Non solo: Margherita Hack è stata anche membro di prestigiose società fisiche e astronomiche, ha collaborato con l’Esa e la Nasa e ha pubblicato numerosi libri e articoli su riviste internazionali.

Ogni donna può agire nel suo piccolo per contribuire a rendere il binomio donne-STEM sempre più forte. Cosa aspetti? Iniziamo a rompere ogni stereotipo di genere per costruire una società giusta ed equa, fondata sulle pari opportunità.

(da MONDOLAVORO - 4.7.2019)

NOTE MUSICALI

a cura di Francesco Ottonello

Manuel de Falla (1876 - 1946): Danza del fuoco fatuo (da El Amor brujo)

Manuel De Falla è considerato uno dei tre principali compositori spagnoli a cavallo fra Ottocento e Nocvecento, insieme a Isaac Albeniz e Enrique Granados. Ricevuta dalle mani del suo maestro Felipe Pedrell (come avvenne del resto anche per gli altri due citati compositori) una conoscenza accurata del repertorio di musica popolare spagnolo, fu suo grande merito trasfonderla in forma raffinata ed elaborata nella tradizione musicale colta e internazionale.

Uno dei lavori di De Falla che certamente meglio identificano questo processo è il balletto El Amor Brujo (L’amore stregone); scritto in una prima versione in forma di pantomima di canto e danza, fu rappresentato per la prima volta a Madrid, presso il Teatro Lara, il 15 aprile 1915. Il successo solo parziale dello spettacolo convinse De Falla a effettuarne una suite orchestrale in cui l’organico degli strumenti fu ampliato e reso più vario. In questa seconda versione il balletto fu dato a Parigi nel 1916. Infine De Falla tornò nuovamente a occuparsi di una revisione della sua prima stesura, quella del 1915, traendone un balletto vero e proprio.

In questa rassegna danzata di musica folklorica, ricca di citazioni del cante jondo e dello spirito musicale gitano, spicca senz’altro la celebre Danza del fuego fatuo che presenta spunti di notevole interesse per la facoltà di combinare insieme elementi melodico ritmici gitani con il tema dell’ancestrale ritualità della danza. In questo contesto De Falla attribuisce un ruolo importante al fuoco, che diventa elemento positivo: attraverso la luce che sprigiona, il fuoco è in grado di rischiarare l’oscurità delle tenebre e, metaforicamente, di offrire all’uomo l’opportunità di vedere e dunque conoscere.

In un ulteriore adattamento della musica scritta per El Amor brujo, De Falla decise di scriverne una versione per solo pianoforte. Il carattere particolarmente percussivo della Danza del fuoco fatuo ben si adattò alle caratteristiche espressive del pianoforte.

RILANCI E ANTICIPAZIONI DA "SCUOLA E FORMAZIONE"

La strada

di Cormac McCarthy

Nel prossimo numero di Scuola e Formazione Eraldo Affinati affronta il tema ecologico cui fa riferimento la copertina della rivista proponendo il romanzo La strada di Cormac McCarthy.
Per anticipare il tema riportiamo la quarta di copertina del romanzo edito da Einaudi.

 
«Ce la caveremo, vero, papà?
Si. Ce la caveremo.
E non succederà niente di male.
Esatto.
Perché noi portiamo il fuoco.
Si. Perché noi portiamo il fuoco».

Un uomo e un bambino viaggiano attraverso un mondo ridotto in cenere in direzione dell'oceano, dove forse i raggi di un sole ormai livido cederanno un po' di tepore e qualche barlume di vita. Trascinano con sé tutto ciò che nel nuovo equilibrio delle cose ha ancora valore: un carrello del supermercato con quel po' di cibo che riescono a rimediare, un telo di plastica per ripararsi dalla pioggia gelida, e una pistola con cui difendersi dalle bande di predoni che battono le strade, decisi a sopravvivere a ogni costo. Nell'insuperabile creazione di McCarthy, la post-apocalisse assume il volto realistico di un padre e un figlio in viaggio su un groviglio di strade senza origine, dentro una natura ridotta a involucro asciutto, fra le vestigia paurosamente riconoscibili di un mondo svuotato e inutile.

Traduzione di Martina Testa.

Di CORMAC McCARTHY, nato nel 1933, Einaudi ha pubblicato: Cavalli selvaggi, Oltre il confine, Città della pianura (raccolti anche nella Trilogia della frontiera), Meridiano di sangue, II buio fuori, Figlio di Dio, Il guardiano del frutteto, Non è un paese per vecchi, Sunset Limited, Suttree e The Counselor. Il procuratore (da cui è stato tratto l'omonimo film di Ridley Scott, con Michael Fassbender, Brad Pitt e Cameron Diaz). Da La strada, vincitore del Premio Pulitzer 2007, è stato tratto il film The Road di John Hillcoat, con Viggo Mortensen e Charlize Theron.

In copertina: foto Raymond Gehman / National Geographic / Getty Images. Progetto grafico: 46xy.

RECENSIONI

PINOCCHIO
Il film di Matteo Garrone (2019)

di Gianni Gasparini

Un film pretenzioso, annunciato ampiamente come evento importante della stagione, richiamato persino da libri in libreria. Indubbiamente si tratta di un film dalle molte risorse, dal trucco su Pinocchio (il bambino di 9 anni Federico Ielapi) che lo fa sembrare un essere bionico alla bellezza della fotografia e della scenografia (gli esterni, il villaggio di Geppetto ecc.), alla ricchezza dei costumi e alle invenzioni del digitale.

Ma, a mio parere, manca l’anima. Semplicemente. Carlo Calenda, ex-ministro e nipote di Comencini, l’autore dell’indimenticabile sceneggiato televisivo su Pinocchio (1983), parla di un Pinocchio “troppo perfetto” e tale da non far emozionare.

Faccio eccezione per Roberto Benigni, interprete creativo e plausibile di Geppetto anche se non fedele nella lettera alle Avventure di Pinocchio: Benigni riesce a trasmettere la realtà della povertà di Geppetto (come nella scena inventata all’osteria) e la fondamentale ansia di paternità del vecchio falegname, che comunica al vicinato la sua gioia che gli sia nato un figliolo (anche questo è inventato rispetto al testo collodiano). Benigni peraltro è meno credibile nella parte finale, quando dovrebbe apparire come un anziano malato e bisognoso di cure da parte del figliolo: in sintesi, l’attore era troppo vecchio per fare Pinocchio nel suo film del 2002, e qui troppo giovane per impersonare Geppetto.

Ad ogni modo Geppetto è uno dei pochissimi personaggi validi anche rispetto allo spirito del testo collodiano. Non lo è questo pinocchietto vestito di rosso da capo a piedi (perché il rosso? E dov’è finito il cappelluccio bianco di mollica di pane?), che non riesce con la sua voce atona a trasmettere qualcosa della personalità del burattino: non ci fa partecipi della natura profondamente allegra, autoironica e poetica di Pinocchio, non ci parla della sua bontà.

Tra l’altro, una serie di episodi importanti vengono tagliati o bypassati dal film: da quello iniziale con Mastro Ciliegia (che è fortemente ridotto) a quello finale dell’incontro di Pinocchio con la Lumaca, da cui origina nel testo collodiano il gesto che porterà alla metamorfosi del burattino in bambino. E la scena finale di un ragazzino che corre verso Geppetto è completamente inventata e fuorviante: ben diversa l’intuizione del film di Benigni (ingiustamente stroncato dalla critica a suo tempo), quando alla fine è lo spirito di Pinocchio, morto per sempre come una marionetta abbandonata sulla sedia, a volare via come una farfalla.

Manca l’incontro-agnizione del capitolo finale, con Pinocchio che riconosce nell’asino morente l’amico Lucignolo e lo consola, e mancano parecchi altri episodi: è vero che in meno di due ore non si può raccontare tutto, ma allungando brevemente il film si potevano inserire diversi altri episodi. Totalmente fuori luogo e non plausibile il personaggio della Fata, ridotta in un primo tempo a una bambina che vuol giocare con Pinocchio (mentre ascoltano a letto la Lumaca che racconta: semplicemente surreale!) e in un secondo tempo ad una algida e improbabile star. Ma soprattutto qui manca la spiegazione della metamorfosi di Pinocchio, che nell’ultimo capitolo fa seguito al dono che il burattino fa alla Lumaca dei quaranta soldi risparmiati per acquistarsi un vestitino e che vengono devoluti immediatamente alla Fata, creduta povera e “in fondo a un letto di spedale”, che non è il nostro luogo di cura ma un ospizio per i marginali.

Altri personaggi lasciano perplessi: Mangiafuoco, i burattini del circo, il Grillo parlante. Un po’ più credibili risultano il Gatto e la Volpe con la loro insaziabile fame e brama. In complesso, mi è venuto da pensare che Garrone ci propone un Pinocchio che vorrebbe essere una fiaba adattata ai nostri tempi ma in sostanza non è quella di Collodi, soprattutto perché non ne coglie l’anima.

Questo Pinocchio, per concludere, mi è parso un film che dice ben poco dell’allegria, della creatività poetica e dello spirito autentico del burattino-bambino di Collodi. Un film che a tratti fa persino sbadigliare.