CISL - FEDERAZIONE SCUOLA UNIVERSITÀ RICERCA
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gennaio 2020

In questa pagina:
Il Punto: Governo che va, governo che viene (Maddalena Gissi)
La pianta del mese: Fagonia cretica (Eva Kaiser - Flavia Milone)
Il Cantico: Ecologia integrale. Un concetto "ad ampio spettro" (Giannino Piana)
Le fonti: La bellezza del creato - Frate foco (Mario Bertin)
Il filo dei mesi: Gennaio bifronte, tra vecchio e nuovo anno (Gianni Gasparini)
Aforismi: Sul dire in breve - Magnus gubernator (Leonarda Tola)
Il dibattito: Sul filo dell'equilibrista. L'educazione a scuola (Vincenzo Alessandro)
Hombre vertical: Un cartoncino e due cartelli (Emidio Pichelan)
Ricorrenze: Democrazia è dar valore alla relazione (L. Gobbi)
Note musicali: Maurice Ravel, Jeux d'Eau (Francesco Ottonello)
Il film del mese: Tutta la mia vita (Giovanni Panozzo)
Rilanci e anticipazioni da "Scuola e Formazione": Antonio Papisca: defensor pacis (Luciano Corradini)
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IL PUNTO

di Maddalena Gissi

Governo che va, governo che viene

Un’istruzione di qualità e aperta a tutti: tra le prime battute pronunciate da Giuseppe Conte subito dopo aver ricevuto per una seconda volta l’incarico di formare un nuovo governo c’è anche questa, e vogliamo accoglierla come segnale positivo, fermo restando che non sono pochi i nodi da sciogliere, per il presidente incaricato, nelle prossime ore.
La fase politica inaugurata dal voto del 5 marzo 2018 vede ridisegnato ampiamente non solo il quadro della rappresentanza parlamentare, ma anche le regole e gli stili cui per decenni si sono informati i riti che solitamente si seguono nei passaggi preliminari alla formazione di un esecutivo: è stata certamente “innovativa” ( aggettivo che utilizziamo senza alcuna accezione di valore) la formula del “contratto di governo” su cui si è retto il primo esecutivo a guida Conte, e ha pochi precedenti anche la disinvoltura con cui oggi si formano e si sciolgono rapporti tra i diversi soggetti politici, tanto da rendere ormai privo di reale significato il termine “incompatibilità”. Tutti possono stare assieme a tutti, il che rende quasi surreale l’impeto di chi grida allo scandalo per un connubio definito inconcepibile (come se lo fosse stato, un anno fa, quello tra partner che avevano vissuto da dichiarati antagonisti almeno un paio di campagne elettorali), denunciando l’attaccamento altrui alle poltrone senza peraltro nessuna apparente voglia di cedere la propria.
Ma torniamo al punto di partenza, e a quella dichiarazione del presidente incaricato che non può non farci piacere, ma rispetto alla quale, in attesa che un nuovo governo prenda effettivamente corpo, alcune brevi considerazioni e un auspicio vogliamo comunque concederceli.
L’attenzione di cui la scuola ha bisogno non può essere quella che troppo spesso le è stata riservata, con espressioni verbali di apprezzamento non accompagnate da fatti concreti realmente conseguenti. Meno ancora può essere quella che ha spinto governi e maggioranze di colore diverso alla ricerca ossessiva di innovazioni più o meno epocali, mai sufficientemente meditate, mosse prevalentemente dall’aspirazione a lasciare un segno di sé, quasi che la scuola potesse considerarsi un bene a disposizione delle maggioranze pro tempore, in balia di ogni possibile alternanza, e non quel bene comune che appartiene all’intero Paese. Evitare che i cambi di maggioranza si traducano in una insostenibile successione di alterne e contrapposte fisionomie di sistema è il primo obiettivo cui dovrebbe tendere chi crede che condizioni di stabilità (che non significano certo immobilismo) siano uno dei presupposti indispensabili per una scuola di qualità.
Il premier Conte ha presieduto un governo col quale, per quanto riguarda il nostro settore, è stato possibile mantenere e sviluppare un positivo clima di confronto e proficue relazioni sindacali, pur in un contesto generale di scarsa considerazione del dialogo sociale. Una situazione che per noi della scuola - è giusto e doveroso sottolinearlo – già si era determinata nella fase finale della precedente Legislatura, consentendo di affrontare e risolvere fin da allora alcune delle più rilevanti criticità determinate da infelici scelte legislative, e soprattutto di rinnovare finalmente un contratto di lavoro fermo da dieci anni.
Venendo all’oggi, porta la firma di Giuseppe Conte l’intesa di Palazzo Chigi del 24 aprile, da cui scaturisce quella definita l’11 giugno col MIUR per dare risposta alla vera e propria emergenza in atto sul fronte del precariato e del reclutamento. A lui ci siamo rivolti nel momento in cui, delineandosi una possibile crisi di governo, vedevamo messo a rischio il frutto di un buon lavoro condotto per settimane in un costruttivo confronto con l’Amministrazione. Gli abbiamo chiesto di farsi garante dell’applicazione di quelle intese, trasfuse in provvedimenti legislativi bloccati dal sopraggiungere della crisi. Un invito che torniamo a rivolgergli, ora che si profila per lui la possibilità di ricoprire, in un contesto diverso, lo stesso ruolo.
Più in generale, l’auspicio è che il riconoscimento del valore del dialogo sociale sia assunto come scelta di metodo cui informare l’azione del nuovo governo, nel momento in cui si insedierà, vincendo eventuali resistenze e colmando le lacune che su questo tema la precedente compagine ha molto spesso evidenziato.
Non è atteso da compiti facili il governo che verrà, non lo sarebbe nessun governo espresso da questa legislatura, o da quella che potrebbe ipoteticamente scaturire da nuove elezioni. Il dialogo sociale, fattore importante di coesione e di unità del Paese, può rappresentare oggi più che mai per tutti una risorsa preziosa.

LA PIANTA DI COPERTINA

Disegno di Eva Kaiser
Testo di Flavia Milone

Fagonia cretica

L’Utricularia Bremii è una pianta carnivora acquatica lunga tra i 6 e i 60 cm, diffusa in Europa e inserita nelle Liste Rosse della IUCN del 2011.
Jakob Bremi (1791-1857), suo primo scopritore, appassionato entomologo, naturalista e intagliatore, individuò l’Utricularia Bremii durante uno dei suoi tanti esperimenti sulle specie animale.
Bremi notò che la popolazione di crostacei presente in un piccolo stagno diminuiva sistematicamente; le sue osservazioni su tutta la pianta, presente nello stesso ambiente, misero in evidenza la presenza di numerose vescicole, dal latino utriculus (piccolo otre). Le caratteristiche vescichette della Utricularia agiscono sia da galleggianti che da minuscole trappole: hanno una serie di piccole setole all'estremità e contengono aria; quando le setole vengono toccate, ad esempio da un piccolo crostaceo, la trappola si apre e l'animale viene risucchiato dentro la vescichetta anche a seguito dell'afflusso di acqua, fornendo alla pianta i composti azotati che scarseggiano nell'habitat in cui vive.
È una specie abbastanza tollerante anche se l’elevato impatto antropico, come l’eutrofizzazione delle acque, le intense attività di bonifica, il prosciugamento delle paludi sta fortemente influenzando il suo areale di distribuzione.
Nel 2006 alcuni studi, realizzati in pozze d’acqua poco profonde in Slovacchia, hanno dimostrato la ricomparsa della pianta; la scoperta è risultata molto interessante visto che ne era stata certificata l’avvenuta estinzione da più di 60 anni. Gli studiosi hanno dimostrato che la ricolonizzazione dell’Utricularia Bremii necessita di elementi quali la modifica del substrato, la variazione del pH e l’alleanza con diverse specie come il Caricion Davallianae, associato al Campylio stellati-Caricetum lasiocarpae.
La presenza della pianta in alcune regioni europee dimostra che la Natura, anche se alterata dai diversi fattori ambientali, riesce ad invertire le sorti ed è ancora in grado di resistere all'impatto antropico.

IL CANTICO

Ecologia integrale
Un concetto "ad ampio spettro"

di Giannino Piana

Il concetto di “ecologia integrale” costituisce l’idea portante attorno a cui ruota l’intero contenuto della Laudato si’ di papa Francesco. La “cura della casa comune” – è questo il sottotitolo dell’enciclica – implica infatti attenzione ai vari aspetti sotto i quali la questione ecologica si presenta – da quello scientifico-tecnico a quello antropologico, da quello culturale a quello etico – e comporta l’adesione a una visione “integrale” dell’ambiente come habitat nel quale si dispiega l’esistenza umana.
Alla definizione di tale concetto (1) e delle ragioni della sua crisi (2), ma soprattutto delle radici antropologiche e teologiche da cui trae origine (3) sono dedicate queste note, le quali approdano, infine, alla delineazione dei connotati che l’impegno etico deve assumere se intende porsi al servizio del bene comune (4).

1. I vari significati dell’ambiente e le cause della crisi

La considerazione da cui papa Francesco prende avvio nell’affrontare la questione ecologica è la constatazione della stretta correlazione esistente tra “questione ambientale” e “questione sociale”. Ripetutamente egli infatti afferma che “ambiente umano e ambiente naturale si degradano insieme” e che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri (n. 49).

Queste importanti affermazioni conferiscono alla questione ecologica il carattere di una particolare prospettiva attraverso la quale è possibile osservare la realtà sociale nella sua globalità e progettarne il cambiamento. È allora evidente – e il papa non manca di rilevarlo – che tanto l’analisi delle cause della crisi attuale quanto la ricerca delle soluzioni non possano prescindere dall’attenzione alle interazioni esistenti tra sistemi naturali e sistemi sociali (n. 139). Con l’idea di “ecologia integrale” si designa dunque un processo che si estende ai vari ambiti dell’esperienza umana, e che si caratterizza per una concezione dell’ambiente riconducibile a tre valenze diverse e complementari:
a) l’ambiente come intreccio tra patrimonio naturale e patrimonio storico-culturale, dovuto all’intervento trasformatore dell’uomo (n. 143).
b) l’ambiente come “mondo vitale” entro il quale ha luogo lo sviluppo delle relazioni umane e il perseguimento della qualità della vita (n. 147).
c) l’ambiente come ambito di edificazione del “bene comune” mediante l’attuazione della giustizia sociale (156-159).
L’adesione a questa visione globale dell’ambiente implica la messa sotto processo del “paradigma tecnocratico” – così lo definisce papa Francesco – che guarda alla tecnica in chiave del tutto ottimistica, e considera pertanto la “natura” come realtà totalmente disponibile all’intervento manipolativo dell’uomo volto ad ottenere un quantitativo sempre maggiore di beni, in vista della soddisfazione di bisogni spesso indotti dalla pressione sociale dei media (nn. 106-108).
Profitto e mercato divengono, in questa ottica, il criterio valutativo dell’agire, riducendo di conseguenza l’ambiente a mero contenitore di risorse da sfruttare e dando vita a uno stato di alienazione, con prospettive allarmanti soprattutto per le generazioni future (n. 109).

2. Le radici antropologiche e teologiche

Ciò che da tutto questo emerge è l’incapacità “a riconoscere il messaggio che la natura porta inscritto nelle sue stesse strutture” (n. 117) e il cui contenuto è rintracciabile attraverso il ricorso a un’antropologia, che ha in alcune categorie della rivelazione biblica le proprie radici (n. 76).
Tra queste categorie un ruolo eminente riveste il concetto di creazione, il quale risulta dai racconti di Gen 1-3 come un concetto dinamico, in cui l’atto originario di Dio rinvia immediatamente alla responsabilità dell’uomo chiamato a portare a compimento il progetto da Lui inaugurato. In questo contesto acquista pieno significato il rapporto che deve instaurarsi tra uomo e natura; un rapporto che ha nei verbi “coltivare” e “custodire” il giardino il criterio del proprio esercizio (Gen 2, 15).

Mentre “coltivare” – osserva la “Laudato si’” – significa arare o lavorare un terreno, “custodire” vuol dire proteggere, curare, preservare, conservare, vigilare. Ciò implica una relazione di reciprocità responsabile tra essere umano e natura (n. 67).

L’esercizio della “responsabilità” qui richiamato presuppone si facciano i conti con il riconoscimento “che gli altri esseri viventi hanno un valore proprio di fronte a Dio” e che è necessario si rispettino “le leggi della natura e i delicati equilibri tra gli esseri di questo mondo” (n. 68). Questione ecologica e questione sociale, custodia del creato e impegno per la giustizia risultano pertanto, anche da questo punto di vista, due istanze essenziali che conferiscono al concetto di “ecologia integrale” pienezza di significato.
L’ingresso di Gesù nella storia umana e l’instaurarsi in essa del regno conferma la prospettiva fin qui delineata e sollecita ulteriormente l’impegno responsabile dell’uomo. Il “farsi carne” (sarx) del Figlio di Dio implica infatti il suo farsi “storia” e “natura”, assumendo pienamente la condizione umana e assegnando alla missione redentiva, che ha il suo compimento nel mistero pasquale, una dimensione universalistica. L’invito che il Maestro rivolge ai discepoli a “riconoscere la relazione paterna che Dio ha con tutte le creature”, ricordando “come ciascuna di esse è importante ai suoi occhi” (Lc 12, 6; Mt 6, 26)” (n. 96), sancisce il rifiuto di ogni forma di manicheismo come di ogni forma di strumentalizzazione. Nel Figlio di Dio la creazione è assunta e trasformata, con l’assegnazione ad essa di un destino eterno al di sotto della universale signoria del Creatore (nn. 98-100).

3. Nel segno della bellezza

L’“ecologia integrale” implica, in conseguenza di quanto si è detto, l’adozione di un’ottica contemplativa capace di penetrare nelle profondità del reale (nn. 216-220). Il creato non ci è dato infatti soltanto come una realtà da cui ricavare beni che sostentano la vita materiale, ma anche (e soprattutto) come realtà da contemplare per il nostro arricchimento interiore. La percezione di questo alto significato è resa possibile anzitutto dalla disponibilità a fare spazio alla dimensione del “mistero”. Si tratta di riconoscere – come ci ricorda la “Laudato si’” – che il mondo è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode (n. 12).
L’etica ecologica trae da questo modo di fare l’approccio alla natura il suo senso più profondo (n. 210).

Se noi ci accostiamo alla natura e all’ambiente senza questa apertura allo stupore e alla meraviglia – osserva papa Francesco – se non parliamo il linguaggio della fraternità e della bellezza della nostra relazione con il mondo, i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore o del mero sfruttatore delle risorse naturali, incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati. Viceversa, se noi ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrietà e la cura scaturiranno in maniera spontanea (n. 11).

Nella visione cristiana dell’esistenza questo comporta la capacità di scoprire l’azione di Dio in tutte le cose, sperimentando lo stretto legame che le unisce tra loro e che rinvia alla loro sorgente. La spiritualità cristiana culmina infatti nel rendimento di grazie, che ha nell’Eucaristia il suo suggello: in essa il creato, assunto nella sua radicale materialità, diventa oggetto di un processo di autentica divinizzazione (n. 236).
La dimensione contemplativa si nutre dell’apertura alla bellezza come forma di accostamento alla realtà la quale trascende i livelli, pur importanti, della ricerca della verità e dell’impegno per il bene. Il bello trasfigura la conoscenza e l’azione, impedendo che ci si chiuda entro schemi predefiniti, con la presunzione di poter tutto spiegare attraverso il ricorso a paradigmi razionali o esperienziali. La bellezza spinge ad accostarsi alla realtà con gli occhi stupefatti di chi sa cogliere in essa le orme di una Presenza non circoscrivibile né raffigurabile.

4. Le diverse forme di impegno

Ma questo non basta. L’“ecologia integrale” deve anche tradursi nell’assunzione di una serie di impegni, nei quali “questione ambientale” e “questione sociale” vengano tra loro integrate, dando vita un processo di liberazione universalistica, che ha le proprie radici in un modo di “concepire il pianeta come patria e l’umanità come popolo che abita una casa comune” (n. 164).
In questo quadro, a dover essere, anzitutto, ripensato e ridefinito è il modello economico. Si tratta di andare oltre la logica quantitativa, che ha come propri i criteri del mercato, della rendita e del profitto, mettendo al centro delle proprie preoccupazioni il rispetto dell’ambiente e l’uso parsimonioso delle risorse, con l’impegno a procedere ad una loro equa ripartizione, privilegiando i bisogni dei più poveri.
Tutto questo chiama in causa la politica, il cui principio ispiratore, il “bene comune”, esige il rispetto di quattro condizioni, che meritano di essere segnalate:
a) l’attenzione al bene delle generazioni future. La solidarietà tra le generazioni esige che a coloro che verranno sia consegnato un mondo abitabile (n. 159).
b) il rispetto delle altre specie. L’osservanza del principio dell’integralità comporta l’esercizio di una responsabilità allargata, con la preoccupazione di non violare equilibri vitali, di proteggere la biodiversità e di rifiutare ogni forma di maltrattamento degli animali.
c) la difesa delle diversità culturali e il riconoscimento dei diritti delle culture. Il principio universalistico esige la creazione di spazi pubblici che consentano la piena espressione delle diverse tradizioni culturali e religiose (n. 144).
d) Infine, il rispetto del paesaggio e, in senso più specifico, del rapporto tra ambiente naturale e ambiente umano. La natura in quanto habitat esige la definizione di un rapporto armonico tra risorse originarie e l’opera trasformatrice dell’uomo.
Si dà qui la saldatura tra rispetto della natura (e della sua bellezza) e promozione della qualità della vita; saldatura che rende evidente la responsabilità umana verso l’ambiente da salvaguardare nella propria integrità e verso l’umanità da promuovere nella propria inalterabile dignità.

5. Il cambiamento degli stili di vita

All’impegno per il cambiamento del sistema economico e politico deve affiancarsi, infine, lo sforzo di ogni persona a modificare il proprio stile di vita, nella consapevolezza che da tale modifica viene la capacità di “esercitare una sana pressione su coloro che detengono il potere politico, economico e sociale” (n. 206).

L’educazione alla responsabilità ambientale – osserva la “Laudato si’” – può incoraggiare vari comportamenti che hanno un’incidenza diretta e importante nella cura per l’ambiente, come evitare l’uso di materiale plastico o di carta, ridurre il consumo di acqua, differenziare i rifiuti, cucinare solo quanto ragionevolmente si potrà mangiare, trattare con cura gli altri esseri viventi, utilizzare il trasporto pubblico o condividere un medesimo veicolo tra varie persone, piantare alberi, spegnere luci inutili, e così via (n. 211).

La virtù da praticare è in questo caso la sobrietà, la quale ci consente di reagire ad alcuni bisogni indotti dalla pressione sociale per renderci disponibili alle cose che contano, in primis ai beni relazionali, che favoriscono la possibilità di migliorare la qualità della vita e di perseguire la felicità. Ma anche di vivere – è questa l’attitudine del credente – in un perenne “rendimento di grazie”. La bellezza del creato ci rende infatti consapevoli della grandezza del Creatore, e anticipa, grazie all’azione dello Spirito, la gioia della piena comunione celeste, sollecitandoci ad invocare a gran voce: “Vieni, Signore Gesù!”.

LE FONTI

a cura di Mario Bertin

La bellezza del creato

80.
Sarebbe troppo lungo, o addirittura impossibile narrare tutto quello che il glorioso padre Francesco compì e insegnò mentre era in vita. Come descrivere il suo ineffabile amore per le creature di Dio e con quanta dolcezza contemplava in esse la sapienza, la potenza e la bontà del Creatore? Proprio per questo motivo, quando mirava il sole, la luna, le stelle del firmamento, il suo animo si inondava di gaudio. O pietà semplice e semplicità pia! Perfino per i vermi sentiva grandissimo affetto perché la Scrittura ha detto del Signore: lo sono verme e non uomo (Sal 21,6); perciò si preoccupava di toglierli dalla strada, perché non fossero schiacciati dai passanti. E che dire delle altre creature inferiori, quando sappiamo che, durante l'inverno, si preoccupava addirittura di far preparare per le api miele e vino perché non morissero di freddo? Magnificava con splendida lode la laboriosità e la finezza d'istinto che Dio aveva loro elargito, gli accadeva di trascorrere un giorno intero a lodarle, quelle e tutte le altre creature. (…)

81.
E quale estasi gli procurava la bellezza dei fiori quando ammirava le loro forme o ne aspirava la delicata fragranza! (…) Se vedeva distese di fiori, si fermava a predicare loro e li invitava a lodare e amare Iddio, come esseri dotati di ragione, allo stesso modo le messi e le vigne, le pietre e le selve e le belle campagne, le acque correnti e i giardini verdeggianti, la terra e il fuoco, l'aria e il vento con semplicità e purità di cuore invitava ad amare e a lodare il Signore.

461.
E finalmente chiamava tutte le creature col nome di fratello e sorella, intuendone i segreti in modo mirabile e noto a nessun altro, perché aveva conquistato la libertà della gloria riservata ai figli di Dio.

Da: Tommaso da Celano, Vita prima di San Francesco d’Assisi

Frate foco

1816.
Come non volle spegnere né permettere fosse spento il fuoco che gli bruciava le brache

Fra tutte le creature inferiori all'uomo e non dotate di sentimento, Francesco aveva una simpatia particolare per il fuoco, di cui ammirava la bellezza e l'utilità. E per questo non volle mai impedire la sua azione. Una volta che sedeva presso al fuoco, questo, senza che egli se ne accorgesse, si appiccò ai suoi panni di lino, le brache, all'altezza del ginocchio. Pur sentendo il bruciore del fuoco, non voleva però spegnerlo. Il compagno, vedendo che i panni del Santo bruciavano, corse verso di lui con l'intenzione di estinguere il fuoco, ma Francesco glielo proibì: «No, fratello carissimo, non fare male al fuoco!». E non ci fu modo di indurlo a spegnerlo. Allora quel compagno si precipitò dal frate guardiano del Santo, lo condusse da Francesco e immediatamente estinse il fuoco, contro il volere di lui. Da allora, per urgente che fosse la necessità, il Santo non volle mai spegnere il fuoco, nemmeno una lampada o una candela, tanto era l'affetto che nutriva per questa creatura. Non voleva neppure che un fratello gettasse del fuoco o un tizzone fumante da un luogo a un altro, come suol farsi, ma voleva lo si ponesse delicatamente per terra, per reverenza a Colui di cui il fuoco è creatura.

Da: Specchio di perfezione

IL FILO DEI MESI

Gennaio bifronte, tra vecchio e nuovo anno

di Gianni Gasparini

Il mese di gennaio, primo dell’anno, trae riferimento da Giano, divinità romana che veniva venerata in relazione al passaggio (ianua, porta) ed era rappresentata come un’erma bifronte, con una faccia rivolta all’interno e l’altra all’esterno, che si poteva intendere come nascita, inizio o ricominciamento. Celebre e mirabile è il Gennaio che si trova nel Battistero di Parma tra le sculture dei mesi, opera romanica di Benedetto Antelami che alla fine del XII secolo lo rappresenta seduto e assorto nella desolazione dell’inverno.
Gennaio allude a un mondo che è finito, l’anno vecchio terminato con dicembre, e ci parla della ripartenza del tempo umano con il mese che inaugura il nuovo anno e il suo carico di speranze. A gennaio si usano nuovi calendari e almanacchi: ne parlava tanto tempo fa Giacomo Leopardi, che nel Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere tratteggia in modo amaro l’eterno tema del rapporto tra un passato doloroso o insoddisfacente e un futuro che si spera o ci si augura radioso. Una prova di questa realtà secondo il poeta è che nessuno vorrebbe tornare indietro nel tempo, come appare dal Dialogo:

Venditore: Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.
Passeggere: Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?
Venditore: Appunto.
Passeggere: Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Venditore: Speriamo.

      (G. Leopardi, Operette morali, 1834, ediz. varie)

Ancora oggi nella notte che segna il passaggio tra l’ultimo giorno di dicembre e il primo di gennaio in tutto il mondo si formulano e vengono scambiati gli auguri, in modi vivaci e improntati all’allegria. Ci sarebbe da chiedersi quale sia il contenuto e la portata veritiera di ciò che ci si augura, in una società planetaria tanto dilaniata da conflitti e tensioni, nella quale è sempre più difficile esprimere speranza; ma va dato atto che questi auguri, scambiati anche a livello internazionale, sono una forma minima di consapevolezza dell’esistenza di una realtà mondiale, con le sue esigenze basilari di pace e di giustizia.

Per quanto riguarda gli aspetti naturalistici di gennaio, è inevitabile che nella parte del pianeta in cui noi ci troviamo a vivere, l’emisfero nord, si pensi al freddo che solitamente accompagna l’inverno. In montagna più che altrove si assiste al fenomeno della caduta della neve e della sua persistenza sul terreno, sulla vegetazione e sulle abitazioni. La neve, che ha una sua caratteristica e originale bellezza, è un elemento naturale che non a tutti i paesi e luoghi è stato dato di sperimentare; anche in Italia non tutte le città lo conoscono.
A causa del cambiamento climatico in atto, non sono molto frequenti neppure alle alte quote gli inverni con neve abbondante: uno di questi fu quello del 2008-2009, quando nelle Alpi occidentali caddero durante la stagione molti metri di neve. Lo ricordo personalmente per alcuni trekking fatti in Valle d’Aosta con le ciaspole o racchette da neve, strumenti semplici e sostenibili che da alcuni anni permettono di vivere da vicino l’esperienza della montagna durante l’inverno, cogliendo spesso visioni straordinarie e assai diverse da quelle dell’estate.
Mi congedo allora riprendendo di seguito un brano che parla di una di queste esplorazioni invernali:

Nel bosco gli abeti mostrano grandiose coperture bianche: richiamano dita e mani gigantesche che si siano adagiate compatte sui rami. Qualche albero tra i più alti sembra aver creato al suo interno uno spazio di accoglienza tra il tronco e i rami, quasi una capanna conica che inviti i passanti a entrare e a soffermarvisi. Anche i larici, poco propensi a lasciarsi ricoprire di bianco per la struttura dei rami spogli, oggi sono ricchi di neve: strati sottili che stanno in equilibrio lungo i rami ricurvi, ma anche blocchi consistenti che hanno trovato modo di fermarsi alla confluenza tra il fusto e le ramificazioni o in certi isolati, bianchi nidi di forma irregolare.
Gli esili ontani, presenti nelle zone prossime ai torrenti, si sono piegati al peso della neve e hanno dato origine a elaborazioni effimere e creative che variano da un albero all’altro. Sembra che arte e natura si rincorrano: certi alberi fanno pensare alla
land art, come a quella di Arte Sella che si può vedere in Valsugana ai margini di un bosco, ma l’armonia fantasiosa e fantastica del loro incontro con la neve mi pare dia risultati superiori a quella delle opere concepite da artisti che lavorano sulla natura. Sta di fatto che la varietà di espressioni possibili all’elemento neve nel suo aderire alla vegetazione consente una gamma di creazioni e di esiti amplissima, anche su un medesimo tipo di albero o arbusto.

      (da G. Gasparini, Il passo delle stagioni, Ediciclo, Portogruaro VE)

AFORISMI

 a cura di Leonarda Tola

Sul dire in breve

Oggi, si sa, amiamo la comunicazione veloce e concisa per manifestare le opinioni, talvolta anche le scelte della politica, affidandola alla stringatezza di un twitt. Non è cosa facile quanto potrebbe sembrare. Spesso i risultati sono deludenti e i fraintendimenti inevitabili apparendo la moderna concisione più un espediente sbrigativo che una forma consapevole di scrittura essenziale e persuasiva. Difficile infatti che sappiano condensare il pensiero in un dire compiutamente succinto coloro che non sarebbero capaci, se costretti, di argomentarlo con logica sintattica nella costruzione estesa delle proposizioni. Ci sono invece, ma soprattutto ci sono stati, i maestri dell’aforisma e del detto breve, i soli che possono distillare dall’abbondanza del loro sapere il succo denso di una riflessione a lungo meditata. Per stare ai classici, esperto di questo stile è Lucio Anneo Seneca il filosofo nato a Cordova e vissuto nel primo secolo dell’era cristiana, suicida per ordine di Nerone. Memorabili i modi nei quali lo scrittore aderente allo stoicismo e attratto da Epicuro ha saputo dire della vita: della sua beatitudine e brevità messe alla prova dell’esperienza-arte del vivere che richiede coraggio ed equità, serenità e forza d’animo, imperturbabilità e spirito ilare.

Magnus gubernator

“L’abile nocchiero sa navigare anche con la vela spezzata”
Magnus gubernator et scisso navigat velo"

È una delle innumerevoli stille di saggezza che ci lascia Seneca scrivendo a Lucillo a cui dedica 120 Lettere morali. L’abilità di cui si parla è simile a quella richiesta al comandante che “tuttavia adatta alla rotta da seguire ciò che resta della nave” squarciata. Non si discute però di pratica di mare, ma della vita e delle tempeste che possono attraversarla e sconvolgerla. Siamo attesi alla fatica del veleggiare anche con una barca che perde pezzi, alla pazienza che resiste e sopperisce alla mancanza. Lo chiarisce l’autore portando l’esempio dell’amico Aufidio Basso che, gravemente debilitato nel fisico guarda in faccia la propria fine, anzi vi si rispecchia. Ammaestra così Lucillo, il discepolo, anche rispetto alla compostezza da avere quando l’ora suprema arriva, (cum adventat hora illa inevitabilis) e bisogna andare con animo pacificato. “Magna res”.

IL DIBATTITO

Su Scuola e Formazione, numero 1-4 del 2019 è apparso l'articolo di Lorenzo Gobbi dal titolo: Discorsi indebiti? Note sull’aria che tira.
Su quel tema di particolare e delicata rilevanza avevamo sollecitato un dibattito. Pubblichiamo un primo contributo invitando a intervenire con ulteriori analisi e riflessioni.

Sul filo dell'equilibrista
L'educazione a scuola

di Vincenzo Alessandro

Il bell'articolo di Gobbi fa il punto sulle relazioni scuola-famiglia, e sulle pretese di quest’ultima di avere non solo il controllo della valutazione dei propri figli, ma anche dei contenuti dell’attività didattica, almeno sotto il profilo dei valori e delle indicazioni di principio trasmessi dall’insegnante. Del resto, è comprensibile che sia relativamente più improbabile che le famiglie interloquiscano su definizioni e procedure di carattere tecnico, ma quando si tratta di temi quali, ad esempio, le migrazioni o la tolleranza sessuale, ci dice Gobbi, la situazione è diversa e assume, talvolta, venature di insofferenza estremistica, come accade quando la madre di un suo alunno a colloquio con il docente, definisce “schifezze” la trattazione scolastica dei temi stessi.

La questione è un po’ quella che Gramsci, che, certo, è difficile tacciare di atteggiamenti sprezzanti verso la cultura popolare, individua nei Quaderni dal Carcere (Passato e Presente, Quaderno 15, par. 21): "Se si domanda a Tizio, che non ha mai studiato il cinese e conosce bene solo il dialetto della sua provincia, di tradurre un brano di cinese, egli molto ragionevolmente si meraviglierà, prenderà la domanda in ischerzo e, se si insiste, crederà di essere canzonato, si offenderà e farà ai pugni. Eppure lo stesso Tizio, senza essere neanche sollecitato, si crederà autorizzato a parlare di una serie di questioni che conosce quanto il cinese, di cui ignora il linguaggio tecnico, la posizione storica, la connessione con altre questioni, talvolta gli stessi elementi distintivi. Del cinese almeno sa che è una lingua di un determinato popolo che abita in un determinato punto del globo: di queste quistioni ignora la topografia ideale e i confini che le limitano”. Senza voler assumere posizioni altezzose, questi, però, sono spesso i termini del problema quando si parla di argomenti complessi come la tendenza storica alle migrazioni, nonché l’orientamento sessuale delle persone. Problematiche nelle quali il senso comune tende a travolgere non solo e non tanto i termini scientifici, quanto lo stesso buon senso, come ci ammonisce un famoso brano dei Promessi Sposi (Cap. XXII: “Il buon senso c’era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune”).

D’altra parte, però, non si può e non si deve assolutamente negare il ruolo della famiglia come prima e fondamentale “agenzia educativa”, alla quale la Costituzione attribuisce (art. 29) la qualifica di “società naturale”, riconoscendone i diritti. Al contrario, occorre preservare il valore fondamentale e garantire il ruolo sociale di questo presidio di libertà rispetto alla sempre possibile invasività dello Stato-apparato, di quel Leviathan (secondo la definizione di Thomas Hobbes) di cui abbiamo conosciuto il lato mostruoso nel “secolo breve” che ci siamo non da molto lasciato alle spalle.

Come in tutte le questioni umane, siamo di fronte ad un problema di equilibrio tra esigenze contrapposte, tra diritti e pretese di natura diversa, tutti, però, dotati di un proprio innegabile fondamento. Da una parte il ruolo della famiglia, “avamposto” della libertà di coscienza contro ogni verità “ufficiale” (personificabile nella figura di Antigone che dà sepoltura al fratello, nonostante il divieto del nuovo sovrano di Tebe), dall’altra quello dello Stato e del suo sistema di istruzione, al quale spetta di trasmettere la cultura condivisa della nazione; soggetti entrambi tenuti, ognuno nel proprio ambito, a tramandare memoria e valori propri della collettività umana che li esprime.

Il miglior punto di partenza rimane, probabilmente, quello socratico: si fa il male per ignoranza del bene. Si nutrono sentimenti razzisti perché si ignora la caratteristica ricorsività dei fenomeni migratori nel corso della storia, o anche semplicemente perché non si conosce abbastanza la storia dell’emigrazione italiana e l’emarginazione di cui hanno sofferto i nostri bisnonni, i quali, peraltro, non hanno dato solo contributi positivi alle altre nazioni, come vuole certa retorica sovranista (gli italiani andavano all’estero per lavorare), ma hanno altresì esportato anche comportamenti non commendevoli (di cui è esempio la mafia italo-americana). Allo stesso modo, l’omofobia si fonda in larghissima parte sulla non conoscenza della complessità psicologica e biologica dell’essere umano e dei suoi comportamenti.

A fronte di ciò, la scuola è condannata a camminare sul filo dell’equilibrista. Deve promuovere la riflessione autonoma, lo sviluppo del senso critico, la conoscenza delle dimensioni storiche e scientifiche dei problemi, nella maieutica convinzione che il loro corretto inquadramento possa condurre di per sé a valutazioni di buon senso e non di mero senso comune, di umanità e non del suo contrario. E, per di più, occorre fare tutto ciò in modo asettico, quasi parlando d’altro, come fanno certi scrittori che, mentre fingono di raccontare storie di tempi e luoghi lontani, in realtà descrivono l’attualità più stretta. La dimensione storica e scientifica, in una parola, la prospettiva culturale dalla quale ognuno può trarre da sé gli strumenti di valutazione della realtà che vive, rimane, quindi, il contributo principale che la scuola può dare alla corretta esplicazione delle relazioni sociali, unitamente ad un rinnovato ruolo dell’educazione alla convivenza civile, che non deve essere né insegnata per mero adempimento della norma, né vissuta come un problema di gestione degli organici dei docenti, ma essere considerata come una grande opportunità educativa e politica.

HOMBRE VERTICAL

a cura di Emidio Pichelan

Un cartoncino e due cartelli

Di norma, gli eventi formativi finiscono in gloria. Come i salmi, come la messa domenicale. Questa volta, invece, al termine di una sessione formativa di quattro ore non stop, il responsabile della struttura organizzativa sindacale (un politico, dunque, non un formatore) terminava con una sfida: all’uscita, diceva, vi sarà dato un cartoncino, da una parte è riportata la storia di Ognuno, Qualcuno, Ciascuno, Nessuno, che vedete proiettata sullo schermo, e dall’altra … I presenti venivano invitati a “indovinare” il testo del cartello stampato nel retro del cartoncino.

La storiella è scritta in un italiano come si deve: soggetto, predicato verbale, complemento oggetto. Ci stava, comoda, in una slide. È il raccontino riportato dal card. Gianfranco Ravasi a premessa di una delle sue meditazioni. L’alto prelato di Santa Romana Chiesa è un uomo coltissimo, nessuna meraviglia se fosse farina del suo sacco. Espediente letterario o meno, il cardinale afferma d’averla vista scritta sulla porta d’ingresso del panificio di una località non meglio precisata della Valsassina, in quel di Lecco.

“Questa è la storia di quattro persone chiamate Ognuno, Qualcuno, Ciascuno, Nessuno. C’era un lavoro urgente da fare e Ognuno era sicuro che Qualcuno l’avrebbe fatto. Ciascuno avrebbe potuto farlo ma Nessuno lo fece. Finché Ciascuno incolpò Qualcuno perché Nessuno fece ciò che Ognuno avrebbe potuto fare”.

I quattro attori della storiellina sono anonimi, non costituiscono comunità, girano a vuoto, naufragano nel mare senza senso del fare (e del non essere). Non hanno un ideale, sono fatti di legno morto (senza linfa) come Pinocchio.

Come Aureliano Buendía di Cent’anni di solitudine, il generale dalle mille spedizioni militari, e un suo compagno di avventure di un’intera vita. Avevano consumato la vita in interminabili campagne militari e battaglie – nemmeno ricordavano quante: diciassette? venticinque? trentasette? – quel che è peggio, non sapevano soprattutto perché avessero combattuto: per dovere? per tradizione? per la gloria? per la patria? per orgoglio personale? per la pensione (mai arrivata comunque)? Una vita senza ideali, senza linfa, senza senso.

Siamo propensi a immaginare che tutti siano riusciti a indovinare il testo del risvolto del cartoncino, posto che per quattro ore si era parlato di don Milani. E tutti, che siano o no saliti a Barbiana, conoscono l’I Care tuttora appeso alla parete della canonica che fungeva da aula scolastica (senza predellino e senza cattedra).

Che questi tempi abbiano bisogno di lavori urgenti non c’è dubbio. Per la Cisl Scuola e la Cisl il lavoro urgente e primario coincide con il suo patrimonio narrativo trasmesso dai padri fondatori: emancipare le giovani e i giovani e la comunità del lavoro dalla prigione dell’ignoranza.

Di questi tempi – di vuoto di idee, ideali, utopia e slanci vitali – è fondamentale ripassare la matrice fondativa ogni santo giorno, ogni benedetta mattina. Altrimenti, è certo, “il cor si spaura”.

RICORRENZE

Due le ricorrenze con un possibile valore educativo da poter considerare questo mese: il 15 settembre (Giornata Internazionale della Democrazia) e il 26 settembre (Giornata mondiale per l’eliminazione delle armi nucleari).
Riportiamo due schede indicative e una riflessione originale di Lorenzo Gobbi.

15 Settembre - Giornata Internazionale della Democrazia

Giornata Mondiale istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite già nel 2007. La Giornata vuole per celebrare il valore e l’importanza della democrazia per gli stati membri, per il Sistema Nazioni Unite e per tutte le organizzazioni regionali, intergovernative e non governative. Il Segretario Generale dell’ONU Ban-Ki-moon, nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Democrazia del 2010, scrisse: “L’avanzamento democratico non è un processo né lineare né irreversibile. Recentemente, in molte parti del mondo, abbiamo potuto osservare serie minacce ai progressi ottenuti con fatica dai governi democratici. Le battute d’arresto nell’avanzamento democratico sono battute d’arresto per lo sviluppo. Lo sviluppo prenderà corpo più facilmente se i popoli potranno esprimere il proprio governo e condividere i frutti del progresso”.

26 settembre – Giornata mondiale per l’eliminazione delle armi nucleari

Giornata Internazionale istituita dall’ONU nel 2013 nel trentesimo anniversario della notte in cui il colonnello sovietico Stanislav Petrov, un vero eroe oggi sconosciuto ai più, decise di non lanciare una massiccia rappresaglia nucleare contro gli Stati Uniti. Ricorda Lisa Clark dei Beati i Costruttori di Pace – In quella notte del 26 settembre del 1983 Petrov decise correttamente, e soprattutto coraggiosamente, di ritenere gli allarmi missilistici che vedeva sui propri schermi un errore del computer, e non lanciare così i bombardieri atomici che avrebbero avuto tra i loro bersagli Washington e New York”.

Democrazia è dar valore alla relazione

di Lorenzo Gobbi

Quando si litiga tra colleghi, come è normale che accada se ci sono decisioni da prendere per realizzare nella concretezza un ideale condiviso, è facile che uno dei due finisca col dire, magari borbottando tra sé e sé: “Ma stai zitto…”. L’altro risponde: “Siamo ancora in democrazia, mio caro…”. È così: l’altro non si può zittire, non si deve! Siamo in democrazia: ciò significa non solo che l’altro non è un nemico, ma soprattutto che è bene che ci sia, perché niente vale di più della nostra reciproca vicinanza, anche se non è sempre facile da gestire – siamo diversi, e va bene così. Abbiamo un mondo comune nel quale tutti siamo cittadini in pari grado, del quale tutti siamo responsabili: mai, però, mai uno senza l’altro, mai a prescindere dall’altro. Vogliamo costruire insieme, perché così abbiamo scelto, nella certezza che solo così ciascuno darà il meglio di sé. Non è solo questione di voto né di semplici processi decisionali: democrazia significa percezione e condivisione del valore, dell’impegno, della relazione, del legame che ci unisce l’uno all’altro a servizio gli uni degli altri; è sentirsi davvero “in servizio”, credersi necessari al bene comune nella misura in cui esso è condiviso, partecipato, diffuso, allargato. Il bene esiste: ne siamo certi e noi siamo qui per costruirlo, giorno dopo giorno, come possiamo ma senza esitazioni. Il modo lo possiamo trovare solo se abbandoniamo la pretesa, l’egocentrismo, la lamentela sterile, il desiderio di rivalsa, l’ostilità, il rancore, la brama di potere, l’accusa infondata, il pettegolezzo, la menzogna – perché democrazia vuol dire trasparenza, sincerità, lealtà reciproca, collaborazione piena, stima per l’altro e rispetto ricambiato (tutto ciò che spesso pretendiamo dagli altri). Possiamo votare on-line o con la matita copiativa, non cambia molto: è quello il momento in cui ci sentiamo vivi in un organismo vivo – la nostra nazione fondata sulla Costituzione: sul dolore, cioè, sulla speranza e sul sacrificio di chi ce l’ha donata perché fossimo un popolo degno di questo nome. Una comunità di “reciproci” più che di uguali; un caleidoscopio di buone volontà.

NOTE MUSICALI

a cura di Francesco Ottonello

Maurice Ravel (1875 - 1937): Jeux d’eau

Il brano pianistico intitolato Jeux d’eau fu scritto nel 1901, ed è il primo vero lavoro con cui Ravel mostra la propria personalità di compositore. L’importanza del pezzo non si esaurisce solo nell’ambito della personale carriera compositiva del grande musicista: esso è significativo in senso più ampio, poiché viene considerato la prima opera pianistica, che inaugura la stagione novecentesca della musica francese. In questo ruolo “inaugurale” altri collocano, come primo effettivo esempio, la Sonata per pianoforte di Paul Dukas, ma è anche vero che in quest’ultima i legami col passato sono forse più marcati rispetto al nuovo originale pezzo pianistico di Ravel.

La grande innovazione di Ravel sta nello sfruttare le risorse armoniche in modo molto innovativo, trasgredendo a quelle regole formali che tradizionalmente presiedevano all’armonia. Tutto diventa funzionale al descrittivismo della musica: la scelta della tonalità di impianto (più simbolico che effettivo), i gesti musicali, il timbro dello strumento.

Si vogliono rappresentare “uditivamente”, e simbolicamente, i giochi dell’acqua, gli zampilli, lo sgorgare rigoglioso, il procedere inarrestabile dei ruscelli; tutto è pervaso da una visione positiva del ruolo dell’acqua, elemento essenziale nella vita dell’essere umano, come tale individuato già nella filosofia dell’antica Grecia, in particolare da Talete, come principio cosmico primordiale.

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RILANCI E ANTICIPAZIONI DA "SCUOLA E FORMAZIONE"

Nel numero della nostra rivista Scuola e Formazione che sta arrivando in questi giorni a tutti gli iscritti c'è un contributo di Antonio Papisca su "Diritti umani e cittadinanza". Una questione di particolare interesse anche in ordine al primato della norma costituzionale-internazionale dei diritti umani rispetto ad altre norme nazionali.
Il testo di Papisca era seguito da un breve brano di Luciano Corradini che introduceva, in sintesi, un ritratto/ricordo dell'importante studioso padovano. Qui completiamo quell'incipit per commemorare più degnamente, come indicato nella rivista, la figura e il pensiero di quel giurista.

Antonio Papisca: defensor pacis

di Luciano Corradini

Un incontro di universitari europei negli anni '70
I miei primi incontri con Antonio Papisca avvennero in occasione di due convegni del MIUE (Movimento per l’integrazione universitaria europea) avvenuti a Firenze nel 1974 e a Camaldoli nel 1975. Nella relazione introduttiva degli atti che uscirono nel 1976, Luigi Lombardi Vallauri, filosofo del diritto nell’Università di Firenze, denunciò tra l'altro la frequente riduzione della scienza a strumento per la produzione e per le carriere. La domanda centrale cui si trattava di rispondere era: "Quali le caratteristiche di un sapere per me?".
A suo avviso questo sapere dovrebbe essere: 1) sintetico, 2) rilevante, 3) intuitivo, 4) assimilato, e cioè gustato, personalizzato, esistenziale, includente il soggetto e non solo l’oggetto d’indagine, 5) e infine trasformante, per lo studioso e per il suo rapporto con gli altri. Se avesse queste cinque caratteristiche, diceva Luigi parlando successivamente in quattro lingue, per convegnisti provenienti da tutta Europa, il sapere del docente universitario sarebbe sapienziale. Questo cenno mi sembra singolarmente adatto a indicare il germe del sapere e dell'attività scientifica, didattica e civile di Papisca.
Egli non ha solo studiato i diritti umani, ma li ha coltivati, ha lottato con tenace mitezza e talora come energico protagonista di iniziative, per riconoscerli, affermarli, fondarli, per farli conoscere, amare e rispettare. Ha costruito reti di relazioni che abbracciano, fin dalla sua prima giovinezza, la Chiesa e l'Umanità e, alla fine è diventato ciò che studiava. Scrive nelle ultime due righe del suo ultimo libro intitolato Il diritto della dignità umana Riflessioni sulla globalizzazione dei diritti umani, Marsilio, Padova 2011: "Dunque, noi stessi: noi diritti umani, ciascuno di noi diritto umano sussistente (Antonio Rosmini)".

La coltivazione del Diritto panumano, diritto internazionale dei diritti umani
Non è solo la trivella filosofica di Rosmini che l'ha condotto a questo traguardo. Il libro si apre con la citazione del primo articolo della Dichiarazione Universale dei diritti umani dell'ONU ("Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti"). Questo fondamentale Documento, con i successivi trattati internazionali, frutto della Carta delle Nazioni Unite, costituisce il Diritto internazionale dei diritti umani, che non è sogno, ma ius positum, corpus organico del vigente Diritto panumano.
Non si combatte dunque contro la violenza, l'ingiustizia e la guerra solo in nome di un'antica e nobile aspirazione, ma con gli strumenti efficaci, seppur bisognosi di manutenzione e di perfezionamento, di un corpus di leggi internazionali, di organismi, di procedure, di ONG che non fanno sconti agli Stati, e cioè di una complessa machinery (macchina organizzativa), capace di portare davanti ai tribunali i delinquenti, anche se titolari di legittimi poteri "sovrani". Se questa funziona poco e male, non si può dire che non ci sia, che non produca almeno qualche risultato, e che un diritto non ancora riconosciuto di fatto, diventi un non diritto, come ricordava Amartya Sen.
Il diritto internazionale, in tutte le sue forme e articolazioni, non si regge solo sulle sanzioni, ma soprattutto su una "plurisecolare lotta per il rispetto della dignità umana", che si alimenta con le intuizioni di antichi filosofi e profeti, ma anche col fondamentale apporto del Cristianesimo. "Le beatitudini proclamate nel toccante Discorso della Montagna, ha scritto Antonio nel libro citato, ci consegnano un identikit di operatore per la promozione umana e la pace nella giustizia, che non è lontano da quello degli human rights defenders cui fa riferimento la Dichiarazione delle Nazioni Unite del 9 dicembre 1998 sul diritto e la responsabilità degli individui, dei gruppi e degli organi della società, di promuovere e di proteggere i diritti umani e le libertà fondamentali universalmente riconosciuti".

Confidenze, pensando a beatitudini e tribolazioni
Le letture della messa di congedo, tra cui il testo delle Beatitudini del Vangelo di Matteo, davanti alla bara di Antonio, hanno reso ancora più chiaro l'itinerario di fede che ha alimentato il suo impegno professionale, la sua vita e la sua azione volontaria. Il Celebrante, che è stato uno degli allievi di Papisca, ha notato che i tratti delle beatitudini corrispondono singolarmente al profilo del suo professore. Mi è parso allora chiarissimo quanto avevo intuito in molte delle occasioni d'incontro e di collaborazione che abbiamo vissuto negli scorsi decenni.
Quando riuscivamo a ritagliarci un pur breve tempo, magari "a pezzi" per riflettere, per confrontare, per raccontarci momenti delle nostre "vite parallele", eravamo lieti di queste profonde ragioni di intesa. Vedevamo per così dire dall'interno le motivazioni, le sconfitte e le vittorie, i dubbi e le certezze che ci avevano portati a scegliere associazioni, temi, compiti, iniziative, ciascuno nel suo mondo e al suo livello, ma con singolari consonanze. Nella dedica fattami nel libro citato, mi ha scritto: "Con la stima e l'affetto di sempre".
Io avvertivo l'ampiezza del suo respiro e cercavo di assimilare l'ossigeno che mi veniva dalle sue conversazioni e dai suoi scritti. Ammiravo anche la sua ricchezza interiore, la vastità e la profondità della sua cultura e del suo impegno, tanto disinteressato sul piano personale, quanto interessato a far andare avanti le idee e a sollecitare le istituzioni, perché producano frutti di pace, di rispetto dei diritti umani, di educazione a uno sviluppo compatibile con questo rispetto. Avevo quasi un anno più di lui, ma mi sentivo un suo discepolo, e onorato per la sua partecipazione a gruppi di lavoro e a convegni a cui ho potuto invitarlo, in sede universitaria e ministeriale.
Appresi con gioia che anche lui mi onorava della sua stima, perché il 14 febbraio 2009 mi scrisse in una mail: "Carissimo Luciano, ho centellinato, la sera, il tuo diario sapienziale 'A noi è andata bene': boccate d’aria pura, al termine di giornate dense di impegni e di confusione cosmica! Grazie! Antonio".

Alla Statale di Milano, in un convegno-concerto per la pace
Il 18 novembre del 1986, in collaborazione con l'Unicef, promossi alla Statale di Milano un convegno, che si tenne nell'Aula magna, sul tema La pace nella ricerca universitaria. Aderirono una dozzina di colleghi di diverse discipline. Antonio non solo accettò di affrontare il tema "La pace e lo sviluppo nel cantiere dei diritti umani", ma mi propose la partecipazione, che poi riuscimmo un po' rocambolescamente a organizzare, di ben centocinquanta artisti dei cori polifonici delle Università di Verona e di Venezia e del Coro delle voci bianche delle scuole medie statali di Vicenza. Al centro del semi-pomeriggio musicale si pose il Concentus musicus patavinus, fondato da Antonio, per eseguire, con orchestra e cori, la cantata Pro pace di Dalla Vecchia, su un testo di anonimo pacifista. Riuscii a pubblicare gli atti, con Guerini e Associati, purtroppo, dati i tempi e il budget, senza musica, che era uno degli amori di Antonio come musicista e non solo come fruitore di armonie.
Negli anni successivi ci vedemmo più volte in sede di Comitato UNICEF, con Aldo Farina, e tanti amici, fra cui Aldo Visalberghi, per dare pareri e contributi in vista della stesura della Convenzione internazionale dei diritti del minore, che poi fu approvata dall'ONU nel 1989. E più volte c'incontrammo per seminari sull'educazione alla pace, con Johan Galtung, Nanni Salio, Tonino Drago, Antonio Labate, Giuliana Martirani; e anche in occasione di qualcuna delle molte marce della pace Perugia-Assisi, organizzate dalla Tavola della pace, promossa dal 1988 da Flavio Lotti, formidabile organizzatore e animatore, che riconosce in Papisca un ispiratore e un maestro di un pacifismo serio, impegnato e dinamico.

Gruppi di lavoro al MIUR: dall'educazione civica e dalla cultura costituzionale a Cittadinanza e Costituzione
Nel 1995 Antonio accettò di far parte del Gruppo di lavoro ministeriale, da me presieduto per incarico del ministro Lombardi, che ebbe il compito di attuare quanto raccomandato dal CNPI, in una Pronuncia sul tema "Educazione civica, democrazia e diritti umani". Erano con noi Luciano Amatucci, Enzo Balboni, Piero Cattaneo, Agostino Giovagnoli, Maria Teresa Moscato, Antonio Nanni, Sandro Pajno, Giulia Rodano, Paola Tantucci, Stefano Zamagni. Ne uscì la direttiva 8.2.1996, n. 58, con l'allegato "Nuove dimensioni formative educazione civica e cultura costituzionale", oltre a un curricolo continuo che integrava e aggiornava il decreto sull'educazione civica di Aldo Moro (1958).
Non riuscimmo a far introdurre nell'ordinamento questi programmi, ma non per questo si rinunciò all'obiettivo.
Nel 2008 ci trovammo di nuovo in un gruppo di lavoro, istituito dal ministro Gelmini, che me ne affidò la presidenza. L'educazione civica prese il nome di Cittadinanza e Costituzione, nell'art. 1 della legge 30.10 2008 n.169. Nel gruppo continuammo a lavorare per stendere il Documento d'indirizzo per la sperimentazione dell'insegnamento di Cittadinanza e Costituzione, che fu firmato e presentato ufficialmente a Palazzo Chigi il 4 marzo, ma di nuovo non entrò a far parte delle discipline ufficiali. La presidenza del Gruppo passò a Giovanni Biondi, che fece continuare i lavori, convocandoci all'INDIRE di Firenze, senza dar loro uno sbocco istituzionale stabile. Cito la conclusione del lungo appunto che Antonio mi mandò nel 2009:
"In conclusione, Cittadinanza e Costituzione sono i parametri di riferimento di un’educazione che deve tenere conto dei principi costituzionali e degli obblighi internazionali assunti dall’Italia in materia di diritti umani, nonché degli orientamenti, sempre più convergenti in re, delle Nazioni Unite, dell’Unesco e del Consiglio d’Europa.
"Costituzione significa Legge e Istituzioni. Cittadinanza significa status e ruolo conformi alla Legge fondamentale e in costante interazione con le Istituzioni.
Un disegno educativo, perché sia tale, deve fare riferimento a un paradigma valoriale. Esiste oggi un paradigma che non è frutto dell’opinione di questo o quel filosofo, di questo o quel leader politico o religioso, di questo o quel governo. È il paradigma dei diritti umani - diritti della persona, diritti fondamentali - la cui intrinseca universalità ha il sigillo della precettività dello ius positum di portata mondiale.
Si ricorda che i diritti umani sono civili, politici, economici, sociali, culturali, da conoscere, promuovere e realizzare nel rispetto della loro interdipendenza e indivisibilità, cioè di un principio giuridico che assume la verità ontologica dell’integralità dell’essere umano, fatto di anima e di corpo, di spirito e di materia. Anche tenuto conto di questo dato, l’educazione a Cittadinanza e Costituzione non può che essere secondo l’Approccio integrato di Educazione Globale (Global Education) basata sui diritti della persona (human right)".
Il "pressing" al Ministero proseguì negli anni successivi, per evitare l'oblio sul nostro lavoro. Antonio mi scrisse il 17 6 2012: "Cari Luciano e Colleghi, mi associo naturalmente anch'io alla opportuna iniziativa. Vi informo che 'Cittadinanza e Costituzione' è oggetto di un progetto UE intitolato 'Citizenship and Constitution. Learning European Union at School', assegnato dalla Commissione Europea al Centro diritti umani dell'Università di Padova, in corso di concreta realizzazione con la collaborazione dell'INDIRE. Abbiamo trovato il modo di internazionalizzare l'"insegnamento" che ci interessa, nell'intento, non soltanto di non perderne memoria, ma di radicarlo grazie anche all'attenzione-supporto europeo. Sono coinvolti 40 insegnanti-tutor + 20 referenti degli Uffici scolastici regionali, i quali hanno partecipato a due Seminari nazionali: a Padova (2-4 aprile), a Sorrento (27-29 maggio) (http://unipd-centrodirittiumani.it).
Questi meravigliosi insegnanti sono tuttora al lavoro per elaborare il loro contributo da inserire nel sito web INDIRE di Cittadinanza e Costituzione.
Posso testimoniare del loro impegno e della loro determinazione nel portare avanti il fertile percorso. La realtà per così dire di base è significativamente mobilitata.
Voglio sinceramente sperare che il MIUR ne prenda atto.
Con un cordiale saluto. Antonio Papisca".

Il suo lavoro di attento studioso dotato di un efficiente radar internazionale, diventava così "cittadinanza agita", in uno dei tanti gruppi di lavoro di cui aveva fatto e faceva parte. In calce a un precedente appunto mi aveva scritto: "Colgo l'occasione per ringraziarti, dal profondo del cuore, per tutto quello che hai fatto e farai nel superiore interesse dell'autentica educazione civica nel nostro Paese".
Sentiamo che Antonio continua a lavorare con noi!