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marzo 2019

In questa pagina:
l'immagine del mese; la parola del mese (Devianza positiva); invito alla lettura; suggestioni a proposito dell'illustrazione del mese; note musicali; "La scuola c'è. La scuola è", i film di marzo del calendario CISL Scuola; un brano di prosa e una filastrocca; giornate e ricorrenze particolari (anche per la didattica)
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L'ILLUSTRAZIONE

Eva Kaiser

Ottobre: termina la vendemmia, si prepara il vino e si raccolgono gli ultimi frutti.
Nel calendario romano, che iniziava con il mese di marzo, ottobre era l’ottavo mese; di qui il suo nome. Tanti i proverbi popolari che fanno riferimento al tempo e alla stagione agricola che ormai si chiude.

Ottobre è bello, ma tieni pronto l'ombrello
Ottobre piovoso, campo prosperoso
Ottobre gelato, ogni insetto è debellato
Se ottobre è birichino, addio mosto, addio vino
In Ottobre semi in pugno, se vuoi mietere di Giugno...

Il 4 ottobre si ricorda la figura di san Francesco d'Assisi, protettore dell'Italia. Un santo "ecologista" e "ambientalista"; basta andare al suo Cantico delle Creature, con frate Sole e sora Luna, sora Acqua e frate Focu e arrivare così a nostra matre Terra che produce diversi fructi con coloriti flori et herba.
Molti i film su san Francesco; Liliana Cavani ne ha fatto tre, da ricordare sicuramente i primi due: il primo, in bianco e nero, interpretato da Lou Castel prodotto nel 1966, il secondo del 1989, interpretato da Mickey Rourke e Helena Bonham Carter nel ruolo di Chiara.
Fino al 1976 l'avvio dell'anno scolastico era il 1° ottobre e già il 4 (san Francesco) era giorno di vacanza. Altri tempi!

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LA PAROLA DEL MESE

di Valerio Merlo

La devianza sociale positiva è un fenomeno troppo spesso ignorato dai sociologi e trascurato dai mass media. Solitamente, la devianza sociale viene identificata con i comportamenti che violano le regole sociali e che perciò sono sanzionati dalla società. Ma esiste anche un'altra faccia della devianza sociale, quella positiva, la quale consiste nei comportamenti che si discostano dal comportamento considerato normale perché virtuosi.

La devianza positiva può essere definita muovendo dalla distinzione tra modelli di condotta reali e modelli di condotta ideali. I primi sono obbligatori, conformarsi ad essi costituisce il comportamento normale, discostarsi da essi costituisce la devianza negativa. I modelli di condotta ideali sono invece facoltativi, essi rispecchiano i valori in cui la società crede pur non avendo la forza di imporli come obbligatori; conformarsi ad essi costituisce un comportamento virtuoso, una manifestazione di devianza positiva. Ad esempio: non esistendo di fatto l'obbligo di restituire un portafoglio trovato per strada, chi lo fa si comporta in modo virtuoso, il suo gesto rientra nella devianza positiva.

Definita come la conformità ai modelli di condotta ideali, la devianza sociale si presenta come un fenomeno sociale che può essere suddiviso in due grandi aree. C'è innanzitutto la devianza etica, quella degli uomini straordinari, i grandi geni creativi, gli eroi dell'altruismo, ecc. Poiché il loro comportamento è ispirato ai superiori valori morali e quindi si colloca eticamente al di sopra del comportamento ordinario, la società solitamente riconosce in essi dei devianti positivi. Nel prestigio di cui essi quasi sempre godono si manifesta la gratitudine della società per la loro condotta virtuosa. Ma esiste anche la devianza positiva della gente comune, meno visibile e spesso non riconosciuta dalla società.

La devianza positiva della gente comune è spesso una conseguenza del lassismo sociale. In una società contrassegnata da un alto grado di lassismo sociale, il rispetto delle leggi non è un comportamento doveroso, ma virtuoso, una manifestazione di devianza positiva.

Non vi è dubbio che quella italiana è una società di questo tipo. Nel nostro Paese si impara già in età scolare che non è conveniente e neppure indispensabile rispettare le regole. Come ha dimostrato Marcello Dei con la sua ricerca, il copiare a scuola è una pratica non solo assai diffusa, ma anche tollerata e perfino giustificata dagli insegnanti. Poiché, a causa del lassismo pedagogico vigente nel sistema scolastico, il non copiare è diventato un modello di condotta ideale e non reale, gli studenti che non copiano sono devianti positivi.

Ma se la società italiana riesce a sopravvivere e a funzionare, il merito è dei tanti italiani devianti positivi, cittadini virtuosi, che, conformandosi ai modelli di condotta ideali, rispettano le leggi e compiono il proprio dovere, pur vivendo in un ambiente culturale e sociale altamente lassista.

La devianza sociale positiva è anche in buona parte un fenomeno legato alla “guerra dei valori” che si svolge in seno alle nostre società. Nelle odierne società democratiche e pluraliste, contrassegnate d grandi differenze e forti contrasti culturali, è venuta meno l'unanimità intorni ai valori tradizionali che costituiscono l'eredità morale comune. Questi ultimi, contestati e ripudiati dalle élite che detengono il potere culturale e che usano spregiudicatamente i mass-media per diffondere la loro filosofia di vita, non sono più in grado di originare modelli di condotta reali, ma solo modelli di condotta ideali, facoltativi. Conformarsi ad essi richiede la capacità e a volte anche il coraggio di opporsi al clima culturale dominante. Ma sia pure sotto forma di modelli ideali e non reali, i valori tradizionali continuano ancora oggi ad ispirare il comportamento della maggioranza delle persone. E infatti la devianza sociale positiva si manifesta soprattutto nell'anticonformismo morale della gente comune, la quale, indifferente nei confronti delle nuove mode culturali e indipendente dal pensiero mainstream, continua ad ispirarsi ai valori che costituiscono il patrimonio morale ereditato dal passato.

Se si esaminano gli odierni comportamenti sessuali, matrimoniali, familiari si scopre che la devianza positiva coincide in buona parte con i comportamenti che ieri erano considerati normali e che oggi sono diventati virtuosi. Questo perché molti modelli di comportamento si sono degradati: da modelli reali, obbligatori, sono diventati modelli ideali, facoltativi. Fino a poco tempo fa, il matrimonio riproduttivo era l'unico modello socialmente ammesso di transizione dalla giovinezza all'età adulta. Il giovane che, raggiunta l'età adulta, tardava o rinunciava a sposarsi, era sanzionato pesantemente dalla società. Oggi il giovane ha davanti a sé molteplici opzioni, tutte socialmente approvate: sposarsi, convivere, fare vita da single, prolungare la propria permanenza in seno alla famiglia di origine, ecc. Ma, se è vero che il modello della famiglia tradizionale fondata sul matrimonio non ha più la forza che aveva in passato – non è più un modello reale –, essa rimane comunque un modello ideale al quale si conforma ancora oggi la maggioranza dei giovani. I quali, quando – senza troppa fretta e dopo un periodo più o meno lungo di convivenza – decidono di sposarsi, preferiscono la cerimonia religiosa a quella civile. E infatti, il tanto declamato sorpasso del rito civile su quello religioso è dovuto al peso crescente delle nozze tra e con stranieri, delle seconde nozze di divorziati e dei matrimoni tardivi, che vengono quasi sempre celebrati in municipio e non in chiesa. La maggioranza dei matrimoni di sposi entrambi italiani e soprattutto di sposi giovani sono celebrati di fronte ad un sacerdote. E si capisce quindi perché papa Francesco ha invitato i parroci a non condannare i giovani che convivono ma di restare loro vicini: prima o poi verranno a chiedervi di sposarli.

Negli anni Sessanta il sociologo americano di origini russe, Pitirim A. Sorokin, scrisse un libro “contro le mode e le manie” delle scienze sociali novecentesche. Una delle manie denunciate da Sorokin è il “negativismo metodologico”, cioè la scelta di occuparsi esclusivamente dei fenomeni sociali negativi, patologici, ignorando del tutto quelli positivi e virtuosi. Egli invitava i sociologi ad occuparsi, oltre che dell'uomo criminale ovvero dell'uomo medio, anche dell'uomo virtuoso. Le previsioni dei sociologi circa il futuro della società sarebbero meno “apocalittiche” (come direbbe R. Boudon), se si prendessero nella dovuta considerazione i comportamenti virtuosi dei tanti anticonformisti morali – più o meno consapevoli – che si incontrano nella vita tutti i giorni tra la gente comune.

In effetti, ad una lettura non negativista delle statistiche matrimoniali e familiari si scopre che molti luoghi comuni intorno alla crisi dell'istituzione familiare non sono giustificati.

Le statistiche segnalano che la libera unione non sta diventando una alternativa all'unione coniugale, la sua crescita essendo dovuta principalmente alla diffusione delle convivenze prematrimoniali (giovanili e non).

La vita di coppia non ha perso la propria attrattiva e la società dei single pronosticata dai sociologi non è dietro l'angolo; dietro l'angolo la maggior parte delle persone trova ancora oggi l'anima gemella.

Più che ad un aumento delle nascite fuori del matrimonio, si assiste ad un aumento delle nascite prima del matrimonio. L'unione coniugale rimane l'ambiente privilegiato dove allevare ed educare i figli.

L'instabilità coniugale è in aumento, ma il tasso di sopravvivenza di matrimoni, a 25-30 anni dalle nozze, non è ancora sceso al di sotto dell'80%. Se è vero che, più recente è il matrimonio maggiore è la propensione a separarsi/divorziare, ciò vale solo per i matrimoni civili e non per quelli religiosi. Il tasso di sopravvivenza di questi ultimi rimane costante nel tempo.

L'allungamento della vita sta provocando, con o senza la complicità del viagra, un aumento dei divorzi di coppie anziane, ma la conseguenza principale è l'aumento del numero delle coppie longeve che raggiungono il traguardo di 50 e anche 70 anni di vita coniugale. Si può calcolare che, per effetto dell'aumento della anzianità coniugale, nella storia umana non c'è mai stata tanta vita di coppia come in questi ultimi tempi.

Anche il pessimismo di molte analisi sociologiche e giornalistiche della condizione giovanile odierna è spesso il risultato di uno sguardo negativista, che non riconosce la presenza in seno al mondo giovanile di tanti devianti positivi: giovani che si sottraggono alla tirannia delle mode giovanili, che non si fanno incantare dal giovanilismo degli adulti, accettano il rischio di essere diversi da molti loro coetanei. I dati statistici smentiscono l'allarmismo di certe inchieste riguardo alla precocità sessuale degli adolescenti e, in primo luogo, delle ragazze. Se si è abbassata la soglia della precocità – a causa di fattori biologici e sociali –, la percentuale delle ragazze sessualmente precoci non pare aumentata nel tempo.

Viviamo in una società che tende a normalizzare la trasgressione giovanile, derubricandola a pseudo-devianza, anche al fine di poterla sfruttare commercialmente. Ma, se quella negativa è spesso falsa devianza, quando è positiva la devianza giovanile è sempre vera. “Il genio – ha scritto Giovanni Papini – è la fedeltà agli ideali della giovinezza”. Veri devianti positivi sono i giovani che non temono i sacrifici che una tale fedeltà comporta. Come dimostrano le biografie di molti uomini di successo, importante è scoprire per tempo la propria vocazione (magari fin dall'infanzia o dall'adolescenza), ma altrettanto importante è avere la volontà e la costanza di assecondarla anche al prezzo di rinunce e sofferenze.

Infine, la devianza sociale positiva si presenta anche come una reazione all'impoverimento morale di molti ruoli sociali. Le prescrizioni e le aspettative di ruolo sono di due tipi: tecnico-professionali e morali. Le prime sono sempre vincolanti. Le prescrizioni morali possono essere sia vincolanti sia facoltative. In passato, molti ruoli sociali contemplavano parecchie prescrizioni morali obbligatorie. Nel passaggio dalla società tradizionale alla società moderna, molte prescrizioni di ruolo morali sono scomparse per lasciare spazio unicamente a quelle tecnico-professionali.

Un tempo, a molte posizioni sociali elevate (medico, insegnante, sacerdote, ecc.) erano associate prescrizioni di ruolo morali che spingevano le persone a vivere la propria professione non come una semplice attività impiegatizia-burocratica ma come una missione che contemplava atti di generosità e altruismo. Oggi questo altruismo personale è stato sostituito dall'altruismo involontario e impersonale, delle politiche sociali messe in atto dal sistema del Welfare State.

Nell'epoca del buro-professionismo e della beneficenza istituzionale-burocratica la devianza sociale positiva si manifesta nei comportamenti volti a riscoprire la natura vocazionale propria di certe professioni e a riportare l'altruismo personale volontario dentro lo Stato sociale. Ciò nella convinzione che certe istituzioni, da quelle sanitarie-assistenziali a quelle scolastiche, funzionerebbero meglio se potessero ancora contare su quegli eroi dell'altruismo che in passato furono certe figure professionali, a cominciare proprio dai medici e dagli insegnanti. È soprattutto attraverso la pratica del volontariato che l'altruismo personale ritrova il suo spazio nella nostra società. Grazie ai devianti positivi che compongono il generoso mondo del volontariato – le statistiche ci dicono che esso è composto in buona parte da pensionati –, l'antica figura del benefattore, che la società moderna avrebbe voluto ripudiare, si riaffaccia sotto una nuova veste, contribuendo a rimediare alle carenze dello Stato sociale.

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INVITO ALLA LETTURA

a cura di Mario Bertin

La vita che guadagna punti sulla morte

(27 marzo) Timidissimo sole. A poco a poco anche il mio cuore si disgela, e io lo guardo teneramente sciogliersi.
Un tempo non amavo la dolcezza, forse perché non abbiam predicato che dolcezza, pazienza, umiltà, sottomissione, trascurando le virtù forti: responsabilità, coraggio, intraprendenza. Mi lamentavo che la nostra ascesi non fosse abbastanza maschia e volitiva, contestavo la preferenza data alle “virtù da donna”, dicevo, con una punta di disprezzo. Poi ho incontrato te, e la donna, col suo universo, mi ha impregnato. Ora comprendo che avevano ragione quei maestri che c’insegnavano a piegarci. Non certo per servilismo ma per docilità sommessa e dolce. Ora comprendo che le “virtù da donna” sono tanto più forti del vigore che amavamo a vent’anni. Sono una forza più segreta, sono un coraggio più profondo. E oggi vorrei essere soprattutto umile e dolce, senza pretese né diritti, pieno di gratitudine per tutti; come il mio vagabondo che domandava scusa di morire.

(28 marzo) Eppure non posso nascondermi il perfido uso strumentale che han fatto di quelle altissime virtù, spesso predicate in funzione del potere. Perché un suddito mite e remissivo si governa meglio, si opprime più facilmente. Ma se egli se n’avvede, la sua remissione non è più una virtù ma un servilismo e un calcolo. Penso però a tanta umile gente che non ha avuto sospetti ed è rimasta vittima innocente della rapina calcolata di libertà, di responsabilità, di dignità umana.

(30 marzo) A Roma certo è scoppiata primavera. Qui avanza lenta tra le nubi; però anche qui guadagna minuti sulla notte. È un’erosione luminosa che fa franare l’inverno. E mi sembra che sia quasi la vita che guadagna dei punti sulla morte.

Adriana Zarri, Dodici lune, Castelvecchi, Roma 2015, pp. 99-100

Silvio D’Arzo (pseudonimo di Ezio Compagnoni) è figura anomala e misteriosa della letteratura italiana moderna. Viene periodicamente scoperto e dimenticato. C’è chi dice che deve ancora trovare i suoi lettori. Nacque e visse a Reggio Emilia, dove morì a trentadue anni. Nacque nel 1920; morì nel 1952. In vita pubblicò saggi e testi narrativi in riviste, alcune raccolte di poesie e di racconti. Casa d’altri (con All’insegna del Buon Corsiero) è riconosciuto come il suo capolavoro. Anche se rimasto incompleto, questo “lungo racconto” ci è pervenuto in tre varianti. Realizzato in una scrittura essenziale, frutto di un ininterrotto lavoro di perfezionamento tecnico, si presenta come una interrogazione essenziale sulla vita e sulla morte. È stato un libro amato da Montale, Pasolini, Bertolucci.

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NOTE MUSICALI

a cura di Francesco Ottonello

Ludwig van Beethoven (1770-1827): Sonata in Fa magg. Op. 24, Primavera

Al primo ventennio del 1800 si può circoscrivere il periodo durante il quale Beethoven si dedicò alla composizione di opere per violino e pianoforte e in coincidenza di questo lasso temporale si ebbe un forte e significativo incremento delle risorse espressive del violino. Questo potenziamento - e ampliamento - delle possibilità tecnico-espressive del violino si deve essenzialmente alle modifiche strutturali e organologiche cui fu sottoposto, in primo luogo un ingrandimento delle sue dimensioni e un aumento della tensione delle corde. Queste prerogative offrirono ai compositori la possibilità di meglio esplorare le risorse dello strumento e Beethoven fu uno che fra i primi vi si cimentò. Ne è testimonianza il ricco apparato di segni agogici e dinamici previsti, per esempio, nella famosa Sonata a Kreutzer e soprattutto la tecnica di scrittura per lo strumento ad arco che viene spinto a svolgere un ruolo di sempre maggior autonomia rispetto alla parte pianistica, assumendo di fatto un ruolo alternativo e indipendente.
È anche grazie a queste arricchite possibilità tecniche che Beethoven enfatizza la natura del proprio linguaggio delle sonate per violino e pianoforte, nelle quali i due strumenti entrano fra loro in competizione se non addirittura in antagonismo. Questo spirito rivaleggiante non manca di presenziare anche nella sonata cosiddetta Primavera, il cui titolo e le cui tinte soavi e idilliache non impediscono la competizione fra i due strumenti.
La Sonata in Fa magg. Op. 24, detta appunto Primavera, è opera di squisita bellezza e la denominazione deve probabilmente collegarsi allo spirito del tema iniziale, così dolce e luminoso soprattutto alternativo allo spirito cupo della Sonata a Kreutzer, con la quale la Primavera è spesso associata proprio a causa della loro natura contrastante.
La Primavera si compone insolitamente di quattro movimenti, il cui numero è determinato dall’inserimento del breve Scherzo. I movimenti sono:
I - Allegro
II - Adagio molto espressivo
III - Scherzo: Allegro molto
IV - Rondo: Allegro ma non troppo

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SUGGESTIONI A PROPOSITO DELL'ILLUSTRAZIONE DEL MESE

La volpe e l'uva

La volpe e l'uva è una delle più celebri favole attribuite a Esopo, ripresa in latino da Fedro e citata poi innumerevoli volte in molti testi, riproposta in rima anche da Jean de La Fontaine. È una metafora del vizio tutto umano di giustificare uno scacco passandolo come scelta di volontaria e razionale, atteggiamento che in psicologia sociale viene classificato come dissonanza cognitiva.

Trama
Il testo latino di Fedro:
«Fame coacta vulpes alta in vinea uvam adpetebat, summis saliens viribus. Quam tangere ut non potuit, discedens ait: "Nondum matura est; nolo acerbam sumere." Qui, facere quae non possunt, verbis elevant, adscribere hoc debebunt exemplum sibi
Trad. «Spinta dalla fame una volpe tentava di raggiungere un grappolo d'uva posto sin alto sulla vite, saltando con tutte le sue forze. Non potendo raggiungerla, esclamò: "Non è ancora matura; non voglio coglierla acerba!". Coloro che sminuiscono a parole ciò che non possono fare, debbono applicare a se stessi questo paradigma.»

La volpe e la cicogna

La volpe è protagonista anche di un’altra favola di Fedro, la numero 26 del primo libro.

Non si deve nuocere a nessuno: ma se qualcuno l’avrà fatto, la favoletta avverte che potrà essere punito allo stesso modo. Si racconta che la volpe, per prima, avesse invitato a pranzo la cicogna e le avesse preparato, in un piatto, un brodo liquido, che la cicogna, affamata, non poté neanche assaggiare.
Questa poi, ricambiando l’invito, le pose davanti una bottiglia piena di cibo sminuzzato: inserendovi il becco, essa stessa si sazia e tormenta la commensale con la fame. E mentre quella leccava invano il collo della bottiglia, sappiamo che così parlò l’uccello migratore: «Ciascuno deve sopportare di buon animo gli esempi che ha dato».

La volpe nei proverbi

Molti i detti e i proverbi che hanno come protagonista la volpe. Ne scegliamo due dialettali (anche i dialetti hanno un preciso valore formativo) in una lingua di radice ligure detta tabarchina usata a Carlo Forte e nell'isola di San Pietro in Sardegna.
A vurpe a perde u pài ma u vissiu mai (La volpe perde il pelo ma non il vizio; si può mutare d'aspetto, ma ciò che si è dentro rimane tale e quale).
Avai l'urpe sutta l'ascelle (Avere la volpe sotto l'ascella, cioè nascondere qualcosa, ma senza riuscirci del tutto; della volpe celata, traspare comunque quasi sempre la coda).

Il Principe - Niccolò Machiavelli

La scelta della volpe come raffigurazione dell’astuzia la troviamo, oltre che nei proverbi, anche in testi classici e importanti. Si veda per esempio come viene utilizzata da Machiavelli (in coppia con il leone) per definire il profilo e le caratteristiche del suo Principe.

CAPITOLO XVIII
In che modo i Principi debbino osservare la fede

Quanto sia laudabile in un Principe mantenere la fede, e vivere con integrità, e non con astuzia, ciascuno lo intende. Nondimeno si vede per esperienzia, ne’ nostri tempi, quelli Principi aver fatto gran cose, che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con astuzia aggirare i cervelli degli uomini, ed alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in su la lealtà. Dovete adunque sapere come sono due generazioni di combattere: l’una con le leggi, l’altra con le forze. Quel primo è degli uomini; quel secondo è delle bestie; ma perchè il primo spesse volte non basta, bisogna ricorrere al secondo. Pertanto ad un Principe è necessario saper ben usare la bestia e l’uomo. Questa parte è stata insegnata a’ Principi copertamente dagli antichi scrittori, i quali scrivono come Achille e molti altri di quelli Principi antichi furono dati a nutrire a Chirone Centauro, che sotto la sua disciplina gli custodisse; il che non vuol dire altro l’avere per precettore un mezzo bestia e mezzo uomo, se non che bisogna a un Principe sapere usare l’una e l’altra natura, e l’una senza l’altra non è durabile. Essendo adunque un Principe necessitato sapere bene usare la bestia, debbe di quella pigliare la volpe e il lione; perchè il lione non si defende da’ lacci, la volpe non si defende da’ lupi. Bisogna adunque essere volpe a cognoscere i lacci, e lione a sbigottire i lupi. Coloro che stanno semplicemente in sul lione, non se ne intendono. Non può pertanto un Signore prudente, nè debbe osservare la fede, quando tale osservanzia gli torni contro, e che sono spente le cagioni che la feciono promettere. E se gli uomini fussero tutti buoni, questo precetto non saria buono; ma perchè sono tristi, e non l’osserverebbono a te, tu ancora non l’hai da osservare a loro. Nè mai a un Principe mancheranno cagioni legittime di colorare l’inosservanza.
Di questo se ne potriano dare infiniti esempi moderni, e mostrare quante paci, quante promesse siano state fatte irrite e vane per la infedeltà de’ Principi; e a quello che ha saputo meglio usare la volpe, è meglio successo. Ma è necessario questa natura saperla bene colorire, ed essere gran simulatore e dissimulatore; e sono tanto semplici gli uomini, e tanto ubbidiscono alle necessità presenti, che colui che inganna, troverà sempre chi si lascerà ingannare. Io non voglio degli esempi freschi tacerne uno. Alessandro VI non fece mai altro che ingannare uomini, nè mai pensò ad altro, e trovò soggetto di poterlo fare; e non fu mai uomo che avesse maggiore efficacia in asseverare, e che con maggiori giuramenti affermasse una cosa, e che l’osservasse meno; nondimanco gli succederono sempre gl’inganni, perchè cognosceva bene questa parte del mondo. Ad un Principe adunque non è necessario avere in fatto tutte le soprascritte qualità, ma è ben necessario parere d’averle. Anzi ardirò di dire questo, che avendole, ed osservandole sempre, sono dannose; e parendo d’averle, sono utili; come parere pietoso, fedele, umano, religioso, intero, ed essere; ma stare in modo edificato con l’animo, che bisognando, tu possa e sappi mutare il contrario. E hassi ad intendere questo, che un Principe, e massime un Principe nuovo, non può osservare tutte quelle cose, per le quali gli uomini sono tenuti buoni, essendo spesso necessitato, per mantenere lo Stato, operare contro alla umanità, contro alla carità, contro alla religione. E però bisogna che egli abbia un animo disposto a volgersi secondo che i venti e le variazioni della fortuna gli comandano; e, come di sopra dissi, non partirsi dal bene, potendo, ma sapere entrare nel male, necessitato.
Deve adunque avere un Principe gran cura, che non gli esca mai di bocca una cosa che non sia piena delle soprascritte cinque qualità, e paia, a vederlo e udirlo, tutto pietà, tutto integrità, tutto umanità, tutto religione. E non è cosa più necessaria a parere d’avere, che quest’ultima qualità; perchè gli uomini in universale giudicano più agli occhi che alle mani, perchè tocca a vedere a ciascuno, a sentire a’ pochi. Ognuno vede quel che tu pari; pochi sentono quel che tu sei, e quelli pochi non ardiscono opporsi alla opinione de’ molti, che abbiano la maesta dello stato che gli difende; e nelle azioni di tutti gli uomini, e massime de’ Principi, dove non è giudizio a chi reclamare, si guarda al fine. Facci adunque un Principe conto di vivere e mantenere lo Stato; i mezzi saranno sempre giudicati onorevoli, e da ciascuno lodati; perchè il vulgo ne va sempre preso con quello che pare, e con l’evento della cosa; e nel mondo non è se non vulgo; e gli pochi hanno luogo, quando gli assai non hanno dove appoggiarsi. Alcuno Principe di questi tempi, il quale non è bene nominare, non predica mai altro, che pace e fede; e l’una e l’altra, quando e’ l’avesse osservata, gli arebbe più volte tolto lo Stato, e la riputazione.

La caccia alla volpe

Parlando di questo animale non si può evitare di fare riferimento alla sua caccia, e agli scenari e ai riti con cui questa attività equestre si è sviluppata nei grandi spazi della campagna inglese. Ma se le sue origini possono essere trovate in tempi in cui i contadini, con l’aiuto dei cani le cacciavano per un loro aumento incontrollato e quindi pericoloso per l’economia rurale, da tempo ormai questo non ha più nessuna giustificazione. Nel 2005 in Inghilterra, Galles e Scozia la caccia alla volpe tradizionale con muta di cani e cavalli è stata definitivamente abolita. In ogni caso noi riteniamo più simpatico rimandare alla simpatica scena che si vede in Mary Poppins.

IN ITALIANO

IN INGLESE

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GLI AQUILONI

Aquilone di marzo

Marzo era il suo mese
il terzo dell'anno
quello più confacente
ad un aquilone che avesse
il debole per il tre
e i multipli di tre

Il suo carattere
era delicato e bizzoso
come certi venti che soffiano
impetuosi a primavera

Usciva in volo sulle colline
che rinserrano i laghi prealpini
per scoprire le distese di fiori
nati prima dell'erba nuova
fioriture liete e precoci
di scille e di pervinche
di primule e crochi
e potentille a cinque petali

Ogni giorno
tornava a visitare dall'alto
i piccoli appezzamenti
timidi e tenaci
che tingono di viola
di giallo e di bianco
i fianchi e le radure
le insellature e le roccaglie
disagevoli dei monti

Giovanni Gasparini

(da Cento aquiloni: un poemetto,
Libri Scheiwiller, 2005)

UNA FILASTROCCA

Marzo

Marzo, ma insomma, che cosa combini?
I campi, le vigne… così li rovini!
Basta col freddo, ci serve il tepore!
Guarda, mi metto una mano sul cuore,

dico: «Mio caro, sei molto importante!
Mentre tu parli con voce tonante
dentro la terra si svegliano i semi:
chiedono pioggia e poi giorni sereni,

chiedono luce che un po’ li rincuori
prima di dire: andiamo là fuori!»

Lorenzo Gobbi

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NEI GIORNI DI SCUOLA

Giornate e ricorrenze particolari
(anche per la didattica)

 
3 ottobre – Giornata dedicata alla memoria delle vittime dell’emigrazione

Decisione approvata in via definitiva dal Senato della Repubblica il 16 marzo 2016 con 143 voti favorevoli e 9 contrari; 69 gli astenuti. Nel provvedimento, all’articolo 2 si dice che il fine è anche quello “di sensibilizzare e formare i giovani sui temi dell’immigrazione e dell’accoglienza”. Per una riflessione su questa giornata rinviamo al pezzo precedente della rubrica Riprese e Rilanci e alla stessa rubrica del mese di settembre.

5 ottobre – Giornata mondiale degli insegnanti

Ricorrenza decisa dall’UNESCO nel 1994 per ricordare e tenere viva la sua Raccomandazione sullo status degli insegnanti promulgata il 5 ottobre 1966.
È un’occasione per parlare con gli studenti del nostro lavoro, per dirne il valore e la bellezza e aprire un dialogo sulla necessità di fondarlo su un rapporto di fiducia reciproca e di alleanza.

10 ottobre – Giornata mondiale contro la pena di morte

È giusto ricordare che il primo Stato che abolì la pena di morte fu il Granducato di Toscana nel 1786. Nel 1849 fu abolita dalla Repubblica Romana e nel 1889 dal Regno d'Italia, seppur mantenuta per reati militari e dunque applicata durante la prima guerra mondiale. Reintrodotta, nel 1926 per attentati contro il Duce e contro il Re, e poi nel 1931 anche per gravi reati comuni, fu finalmente e definitivamente abolita dalla Costituzione repubblicana nel 1948.

24 ottobre – Compleanno delle Nazioni Unite

Il 24 ottobre 1945 furono formalmente create le Nazioni Unite dopo che la maggioranza dei suoi membri fondatori aveva ratificato un trattato che istituiva l’organismo mondiale. Nel 1971, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione con la quale si chiedeva agli Stati Membri di celebrare la giornata come una festività pubblica. Per tradizione, essa viene celebrata in tutto il mondo con incontri, esibizioni e discussioni sugli obiettivi e i traguardi dell’Organizzazione (fonte www.onuitalia.it)

31 ottobre – Giornata mondiale del risparmio

Etica del risparmio e sviluppo, questo il titolo di questa 94a Giornata Mondiale organizzata a Roma da Acri Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio.

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