CISL - FEDERAZIONE SCUOLA UNIVERSITÀ RICERCA
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gennaio 2019

In questa pagina:
l'immagine del mese; la parola del mese (I care); invito alla lettura; note musicali; un brano di prosa e una filastrocca; rilanci e riprese da "Scuola e Formazione"; giornate e ricorrenze particolari (anche per la didattica).
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L'ILLUSTRAZIONE

Se e quanto le volpi siano furbe o siano sciocche io non lo so.

So che mi fanno simpatia; anche quella della favola che si auto-consola raccontandosi "la favola dell'uva acerba".

Così, la mia, l'ho pensata carina e divertente, anche perché (forse) si sta dicendo: "bella questa vite e questi grappoli ma chi è così sciocco da credere che io sia golosa di uva?".

In ogni caso, anche per le volpi, ormai, la vita è dura: ne ho incontrate un paio, di notte, per le strade di città.

Eva Kaiser

Il secondo mese

Ottobre: termina la vendemmia, si prepara il vino e si raccolgono gli ultimi frutti.
Nel calendario romano, che iniziava con il mese di marzo, ottobre era l’ottavo mese; di qui il suo nome. Tanti i proverbi popolari che fanno riferimento al tempo e alla stagione agricola che ormai si chiude.

Ottobre è bello, ma tieni pronto l'ombrello
Ottobre piovoso, campo prosperoso
Ottobre gelato, ogni insetto è debellato
Se ottobre è birichino, addio mosto, addio vino
In Ottobre semi in pugno, se vuoi mietere di Giugno...

Il 4 ottobre si ricorda la figura di san Francesco d'Assisi, protettore dell'Italia. Un santo "ecologista" e "ambientalista"; basta andare al suo Cantico delle Creature, con frate Sole e sora Luna, sora Acqua e frate Focu e arrivare così a nostra matre Terra che produce diversi fructi con coloriti flori et herba.
Molti i film su san Francesco; Liliana Cavani ne ha fatto tre, da ricordare sicuramente i primi due: il primo, in bianco e nero, interpretato da Lou Castel prodotto nel 1966, il secondo del 1989, interpretato da Mickey Rourke e Helena Bonham Carter nel ruolo di Chiara.
Fino al 1976 l'avvio dell'anno scolastico era il 1° ottobre e già il 4 (san Francesco) era giorno di vacanza. Altri tempi!

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LA PAROLA DEL MESE

I CARE

di Emidio Pichelan

Storia di un motto e di una esperienza
che conservano senso e significato,
e che hanno ancora molto da dire

I care è un verbo inglese, che vanta una sua (piccola) storia. Non banale.
Nella scaletta del concerto di Beyoncé (Mediolanum Forum di Assago, Milano, 18 maggio 2013), la canzone I care occupava il 14° posto. I told you how you hurt me, baby / but you don’t care, ti ho detto quanto mi hai ferito, mio caro, ma tu “te ne freghi” (così la traduzione internet; non sarebbe piaciuta a don Lorenzo). I care, a me importa, invece, sapere che a te non te ne importa più di tanto, io non posso fare a meno di preoccuparmene. Più che probabile che i (giovani) ascoltatori sapessero muoversi con disinvoltura tra I care, you don’t care di Beyoncé alle prese con un amore che infligge pene e tormenti; improbabile, invece, che avessero dimestichezza con il nome di don Milani, l’importatore del termine in Italia.

Undici anni prima, nel 2002, il cantautore Aleandro Baldi aveva pubblicato la sua I care, in esplicito omaggio al priore di Barbiana. I care, I care, / c’è bisogno che tu abbia cura di me. I care, I care / e solo un modo per dire che d’amore ce n’è / un bisogno più forte, il più forte che c’è. È un amore diverso da quello cantato da Beyoncé; qui si tratta del mondo relazionale, diventato “stonato” per mancanza di umani contatti.

Cultural-politicamente del tutto diverse le istanze con cui Walter Veltroni si presentava al 1° Congresso dei DS, Democratici di Sinistra, nel Lingotto di Torino, ai primi di gennaio dell’anno 2000. Nuovo secolo, nuovo millennio e nuova aggregazione politica riformista e progressista in cerca di identità e, quindi, di un nuovo pantheon, di nuovi riferimenti culturali. Negli anni Novanta del secolo scorso era cambiato tutto – la società, l’economia, la geopolitica –, mentre declinavano, irrimediabilmente, le “grandi narrazioni”. Sentiamo l’obbligo, diceva Veltroni in quel discorso di svolta, di individuare “il punto di vista di chi si batte perché la modernità assuma le caratteristiche di una società di persone egualmente libere”. Dalle masse alle persone, dalle classi alle comunità:
“È per dire questo che abbiamo scelto come slogan del nostro Congresso la scritta che si trovava nella piccola stanza in cui il Priore di Barbiana insegnava a leggere e a scrivere i figli dei poveri: I care. Quello che don Lorenzo definì ‘il motto intraducibile dei giovani americani migliori, il contrario del motto fascista ‘me ne frego’. I care: me ne importa, mi sta a cuore, mi riguarda, me ne occupo’. Perché so che posso e so che devo. Perché so che questo è il senso dell’esistenza”.

Dalle barbe di Marx e del Che alla fronte spaziosa del priore di Barbiana: un salto mortale senza rete. “I care”, commentava con il solito arguto, acuto savoir faire Michele Serra, “non è, obbiettivamente, tra le soluzioni peggiori. Diciamo che sta a mezzo tra ‘proletari di tutto il mondo, unitevi’ di Marx-Engels e ‘yabadabadoo’ dei Flintstones”, tra il pugno alzato dei proletari in marcia verso il riscatto (1848) e il grido di battaglia di Fred Flintstone, il personaggio dei cartoni animati The Flintstones (Gli Antenati, anni Sessanta).

Erano passati più di trent’anni dalla morte di don Milani, e dalle sue battaglie di rottura. Era un personaggio noto, ma non un’icona, tanto meno a sinistra. Sostanzialmente scomodo, perché evangelico: il vostro linguaggio sia sì sì, no no. Era colto il priore esiliato a Barbiana, conosceva le lingue, ignorava volutamente la diplomazia. Spesso anche il buon senso, quando questo suonasse come furbizia, ambiguità, tradimento della verità. Arrivato a Barbiana, praticamente un non luogo, si reinventava una vita anziché deprimersi o protestare. Avviava una sperimentazione scolastica a tempo pieno. “Sì, va bene”, gli chiedevano con un’insistenza di troppo amici e curiosi, “ma quale metodo segui?”.

È un paradosso curioso: la seconda guerra mondiale, una carneficina di livello industriale mai raggiunto da una umanità capace di generare disumanità ineguagliate (e, si spera, ineguagliabili) come i campi di sterminio, un mondo concentrazionario da incubo, non aveva prosciugato il coraggio e la voglia di riscatto. Don Lorenzo era la testimonianza vivente che un altro mondo era possibile: quello dell’eguaglianza, della libertà, dei diritti umani, della giustizia, dell’emancipazione dei diseredati e degli ultimi, del dovere di tenere dritta la schiena soprattutto con i grandi (o pseudo tali) di questo povero mondo. In quel mondo da ricostruire, su principi e presupposti in grado di scongiurare un terzo conflitto mondiale, la scuola era al centro di un dibattito intenso, rumoroso.

Democristiani, comunisti, socialisti, repubblicani, liberali, conservatori, rivoluzionari, riformisti, anarchici, accademici, esperti, cani sciolti, liberi pensatori pubblicavano riviste, fiorivano sperimentazioni, la legge n. 1859 del 1963 modificava il quadro normativo. Vista da lassù, da Barbiana, la nuova scuola media unica era un fallimento: bocciava e selezionava. Era un ospedale rovesciato: curava i sani, dimetteva gli ammalati. Bisognava cambiare; don Lorenzo disponeva della libertà – e chi mai, comunque, avrebbe osato negargliela? – e della capacità di rovesciare la narrazione diffusa, il racconto, la tradizione ricevuta, l’omertà palpabile.

Non mancavano a don Milani motti, modelli, punti di riferimento. Dal motto evangelico “lasciate che i piccoli vengano a me” agli esempi di San Filippo Neri e San Giovanni Bosco, padre e maestro della gioventù. Senza trascurare la dottrina sociale della Chiesa, l’insegnamento di Jacques Maritain. “Non ho modello”, ripeteva, non sempre con garbata pazienza, il priore di Barbiana alle domande – non sempre disinteressate – su quel modo strampalato di far scuola. Nella canonica, sommamente disadorna, trasformata in aula a tempo pieno di una scuola rivoluzionaria, il visitatore si trovava di fronte a un cartello appeso, nudo, senza fronzoli, che diceva (e dice, è ancora lì): I CARE. Un’espressione misteriosa, anzi letteralmente intraducibile (e, prima ancora, non facilmente pronunciabile).

“Scandaloso” don Milani anche nella scelta di un motto riassuntivo del suo essere maestro. Per non lasciare adito a dubbi, si affrettava a spiegarne personalmente significato e origine.

Era successo che un gruppo di cappellani militari in congedo votasse un ordine del giorno che condannava l’obiezione di coscienza come “estranea al comandamento cristiano dell’amore” (sic!) ed “espressione di viltà”. Il priore di Barbiana scriveva di getto una lettera di risposta, preparata – secondo il suo metodo innovativo di scrittura collettiva, come collettivo era l’apprendimento – con i suoi ragazzi. Il maestro, era la tesi della risposta, deve insegnare l’obbedienza: ma alla propria coscienza (ricordate?, i forni crematori erano stati costruiti e funzionavano in esecuzione di ordini dall’alto. Hannah Arendt l’aveva chiamata “la banalità del male”). E si affrettava ad aggiungere la spiegazione del motto: ognuno deve rispondere alla propria coscienza.

“Come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto. Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande: I CARE. È il motto intraducibile dei giovani americani migliori. ‘Me ne importa, mi sta a cuore’. È il contrario esatto del motto fascista Me ne frego”.

Il motto marca una duplice, secca discontinuità. Con il fascismo, anzitutto. Chi sale a Barbiana s’imbatte in un cartello che ricorda come la zona, Monte Giovi, 457 metri sul livello del mare, sia la culla della Resistenza toscana, e da lì si diparte il sentiero con i 45 cartelloni illustrativi della Costituzione repubblicana, il frutto più alto e più tangibile della Resistenza. La dittatura fascista, tutt’altro che un incidente storico, voleva essere una rivoluzione totale, mirava a forgiare il nuovo italiano, inteso come lingua e come popolo. D’Annunzio, come noto, mago della lingua, contribuiva grandemente alla costruzione di un linguaggio macho (allora si preferiva dire “virile”), aggressivo, di sicura presa emotiva popolare. Sostituendo, ad esempio, Eia! Eia! Eia! Alalà al “barbaro”Hip! Hip! Hip! Hurrà!", e contribuendo a una diffusione del “crudo” Me ne frego, uno dei motti più caratteristici del ventennio.

Il Vate viene qui citato per una duplice ragione: per aver resto popolare il motto appena citato, facendolo ricamare in oro al centro del gagliardetto azzurro dei legionari fiumani (settembre 1919), e per ricordare che recentemente un autore di origine indiana ma che scrive sul The New York Times Book ha individuato in D’Annunzio e nella “impresa di Fiume” il punto di partenza dei tratti salienti del presente: la rabbia, la violenza, la ribellione contro i potenti e l’establishment (1).

I care è, dunque, anzitutto una sconfessione linguistica (e non solo) di una stagione politica e, contemporaneamente, la ricerca di un nuovo ubi consistam. Che don Lorenzo non trova, o crede di non trovare, nel vecchio continente. Chi sono mai “i giovani americani migliori”? In quegli anni entrava nella Casa Bianca il carismatico JFK, sventolando la bandiera della “nuova frontiera”; nel Paese, dove le ideologie novecentesche pesavano (assai) di meno che nel vecchio continente, fervevano movimenti, sbocciavano spinte nuove in tutti i campi: dalla letteratura all’economia, dal cinema ai campus universitari.

Furio Colombo, grande conoscitore e acuto lettore-interprete della realtà statunitense, si incaricava, anni dopo, di rispondere alla domanda (2). I care era proprio di tre movimenti specifici: del grande movimento sindacale ebreo (un nome su tutti: Emma Goldman, 1869-1940) e cattolico (Dorothy Day, 1897-1980), e di M. L. King (1898-1969), che l’I care l’aveva appeso dietro la sua scrivania dell’ufficio parrocchiale di via Aubun Avenue di Atlanta, da dove partivano il movimento dei diritti civili, la “marcia su Washington” e il dream passato alla storia. F. Colombo aggiunge il nome del fotografo-disegnatore Ben Shahn (1898-1969), la cui striscia Identity, conservata al Thyssen-Bornemisza di Madrid, esplicita come meglio non si potrebbe: le braccia lunghissime, sottili come fuscelli, terminano nelle mani intrecciate di cinque persone. Sulle quali campeggia un testo talmudico:

If I do not care for myself, who wil care for me?
And if I care only for myself, what am I?
And if not now, when?

(Se non mi prendo cura di me stesso, chi si prenderà cura di me?
E se io mi prendo cura solo di me stesso, che cosa sono?
E se non ora, quando?)

Per don Lorenzo la vita è relazione, è impegno. La cultura è impegno sociale, civile, un servizio per l’altro e per la comunità. Tanto che in “Lettera a una professoressa” suggeriva (sognava) un duplice canale formativo: una Scuola di Servizi Sociali, per il prete, il sindacalista, il politico; per tutti gli altri, le Scuole di Servizio dell’Io (pagg. 112-113).

Era colto il priore di Barbiana, molto colto, e aveva obiettivi, progetti e idee chiarissime. Bastava andare a vedere. La classe era uno spazio unico, aperto, senza cattedra. I care, io mi prendo cura di te, non rovesciandoti addosso tonnellate di parole e di storie, magari desuete (quindi, sconosciute) le prime e vecchissime le seconde, ma prendendoti per mano, siglando un’alleanza nuovo. Un Nuovo Testamento. Al cartello occorre affiancare la foto del priore, solenne nella sua veste talare, che stringe la mano di un ragazzino, alla testa di una sfilata di occhi aperti e luminosi e di facce sorridenti in marcia verso la vita. Ci prendiamo per mano, dice la foto, perché il cammino è comune, siamo tutto coprotagonisti dell’avventura formativa, tu insegni a me e io insegno a te in un movimento perpetuo di andata e di ritorno, in interazione, ci fidiamo e ci giudichiamo a vicenda in quanto ognuno si assume le proprie responsabilità. Il maestro si colloca all’altezza dell’alunno, non scarica la responsabilità sugli altri – i genitori, le istituzioni, il governo, il fato, la male sorte, il dirigente scolastico. I care coniuga responsabilità con partecipazione. “Non domandatevi cosa il vostro Paese può fare per voi, chiedetevi cosa voi potete fare per il vostro Paese” è una delle frasi simbolo di quell’epoca. Un altro modo per dire I care.

Furio Colombo non trascura il contesto storico: I care è una bandiera di minoranza, commenta, un territorio al di fuori dello scambio, un terreno non mercantile. “È un impegno quotidiano che ha come riscontro lo stare bene, condividere onere e onori”. Quel modo di fare scuola era una rivoluzione che richiedeva una metànoia radicale, esplicitata nella denuncia senza peli di “Lettera a una professoressa”. Rivolta agli insegnanti – ma don Lorenzo preferiva chiamarli “maestri” – perché magna pars del processo formativo-educativo.

Il legislatore dell’immediato secondo dopoguerra l’aveva capito, aveva impiegato un po’ di tempo (troppo) per individuare i cambiamenti da apportare all’istituzione ricevuta e per disegnare un nuovo quadro: al netto, comunque, di incertezze e di contraddizioni e delle scorie proprie di ogni transizione, i risultati erano più che deludenti. Ci voleva una nuova consapevolezza di tutti, a partire proprio dalla presa di coscienza da parte dei maestri della “missione” loro affidata.

***

Nella nostra scuola sperimentale a tempo pieno di Pontelongo (3) abbiamo cercato di applicare il “sogno” di don Milani: 1) non bocciare, 2) a quelli che sembrano cretini dargli una scuola a pieno tempo, 3) agli svogliati basta dargli uno scopo (pag. 80 di “Lettera a una professoressa”). A trentacinque anni di distanza, ce ne sono voluti cinque per raccontare quell’esperienza che, per quanto breve per la maggior parte dei 17 impegnati nella riflessione e nella scrittura, è rimasta unica, indelebile. Stavamo bene a scuola, docenti e discenti, una comunità in sinergia (dialettica) con il piccolo paese (sui 4.000 abitanti).

Anzitutto, i prof come i preti come i sindacalisti come i politici – ci scusi don Lorenzo, ma ci permettiamo di mettere nel gruppo anche i medici, gli operatori della Sanità – sono tali se credono in quello che fanno. Se hanno una fiamma, che scalda i loro cuori e fa brillare gli occhi e suggerisce le parole calientes, hot, calde prima ancora che giuste in grado di spalancare finestre su praterie e galassie, indurre epifanie, alimentare sogni. Fiamma come passione, energia che incrocia un’altra energia, le due si animano e fecondano, l’imparare e l’insegnare come un’avventura, una scoperta di sé e degli altri e della parola. Dotare di parole i diseredati, i ragazzi di Barbiana che, senza tentennamenti, sceglievano i libri e i giornali e le visite ai musei e le permanenze all’estero per studiare le lingue e ore e ore di studio piuttosto che passare la giornata spalando letame (ma quelli di Barbiana la chiamavano m…).

Arrivati a questo punto, non c’è bisogno del gong per individuare l’ombra incombente della nostalgia. A che serve ricordare la (piccola) storia di un motto e una (esaltante, ma ordinaria) esperienza di vita? Perché il passato è insegnamento. Elias Canetti, Nobel della Letteratura nel 1981, ha speso la vita da modernissimo cavaliere errante della memoria. Combattendo quell’imbuto ingordo che si chiama oblio. Non ha voluto dimenticare nulla: dagli scherzi del fidanzatino (clandestino) della tata al galoppo dei cavalli sul Danubio ghiacciato inseguiti dai lupi; dal rito degli zingari che, ogni settimana, sciamavano nel grande patio dei Canetti ai lunghi anni di studi a Vienna, Manchester, Zurigo; dall’incontro magico con gli eroi e i miti greci e con i grandi della letteratura all’esperienza con il giovanissimo prof di storia, neolaureato, che abbandonava la cattedra e “si metteva all’altezza” degli alunni (ci potete scommettere, naturalmente: alla fine dell’anno il giovane prof eterodosso veniva licenziato (4)).

Non abbiamo voluto dimenticare. Solo alla fine delle 300 pagine abbiamo il coraggio di dire che il libro è stato scritto (anche) per dire loro, i nostri alunni diventati mature e maturi madri e padri di famiglia, quanto avevamo voluto loro bene. Lo scriviamo alla fine, con molto pudore e ancor più prudenza, perché termine scivoloso, ambiguo, esposto ai troppi venti dei fraintendimenti. Chiamiamola empatia, sintonizzazione emotiva con l’altro: la passione c’entra, comunque. La passione che si ha e che si trasmette. Empatia è il contrario dell’indifferenza e vive di partecipazione.

Se ci siamo permessi di scrivere la (piccola) storia di un motto è perché lo riteniamo ancor vivo e fecondo. Anzi, più vivo e fecondo che mai. Dalla scuola, diceva Gramsci, si misura il livello di civiltà di una società. Anche viceversa, naturalmente. Non c’è bisogno di spendere torrenti di parole per constatare, amaramente, che la società non sta bene, che la scuola non sta bene, che noi (i maestri, gli insegnanti) non stiamo bene. Proprio in queste fasi è necessario che qualcuno prenda il coraggio a quattro mani e getti il cuore oltre l’ostacolo. Qualcuno propone il ripristino della cattedra, anzi di una cattedra ancora più alta. E dove sarebbe il progresso?

Tiriamo una riga, e cominciamo da capo: da I care. Da We care.
We care and we can.
Se non ora, quando per ri-definire una missione, un’alleanza, una (ri)motivazione?

NOTE

1 P. Mishra, Age of anger. A History of the present, Picador, Farrar and Giroyux, New York, 2017

2 F. Colombo, I care, bello e rischioso, “la Repubblica”, 8 gennaio 2000

3 E. Pichelan, Scusate il disturbo, stiamo imparando, Overview editore, Padova, 2017

4 Cfr. E. Canetti, La lingua tagliata. Storia di una giovinezza, Milano, Adelphi, pagg. 292-294

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INVITO ALLA LETTURA

a cura di Mario Bertin

Continuai la mia strada

Fu una sera.
Sul finire d’ottobre. Me ne venivo giù dalle torbe di monte. Né contento né triste, così senza nemmeno un pensiero. Era tardi, era freddo, ero ancora per strada: dovevo scendere a casa: ecco tutto. L’ombra proprio non era ancora scesa: campanacci di pecore e capre si sentivano qua e là un po’ prima della prata di pascoli. Proprio l’ora, capite, che la tristezza di vivere sembra venir su assieme al buio e non sapete a chi darne la colpa. Brutt’ora.
Uno scoiattolo attraversò di corsa la strada sgusciandomi quasi fra i piedi.
Solo allora, giù in fondo al canale, che scorre un venti metri di sotto, china a lavare biancheria o stracci vecchi o budella o qualcosa di simile, vidi una donna un po’ più vecchia di me. Sulla sessantina, sapete.
In mezzo a tutto quel silenzio e a quel freddo e a quel livido e a quell’immobilità un poco tragica, l’unica cosa vera era lei. Si chinava, e mi parve anche a fatica, affondava gli stracci nell’acqua, li torceva e sbatteva su un sasso; poi li affondava, torceva e sbatteva, e via ancora così. Né lentamente né in fretta: e senza mai alzare la testa.
Mi fermai sopra l’argine a guardarla. Un sasso scivolò giù, fino in acqua, ma la vecchia nemmeno s’accorse. Solo una volta s’interruppe un momento. Diede un’occhiata alla sua carriola sull’argine e alla capra che frugava fra l’erba e poi ancora riprese.
- Beh – pensai – quando vuole mettersi proprio sul serio, il mondo sa ben essere triste, però. Ha perfino intelligenza per questo: e neanche un uomo ci arriverebbe mai e mai. Quel che importa però è non accorgersene. E poi gli occhi qualche volta sono fatti anche per chiuderli, no?
Ma era tardi: davvero tardi: si vedevano qua e là due o tre stelle. Continuai la mia strada.

Silvio D’Arzo, Casa d’altri. Il libro, Diabasis, Reggio Emilia 2002, p. 29

Silvio D’Arzo (pseudonimo di Ezio Compagnoni) è figura anomala e misteriosa della letteratura italiana moderna. Viene periodicamente scoperto e dimenticato. C’è chi dice che deve ancora trovare i suoi lettori. Nacque e visse a Reggio Emilia, dove morì a trentadue anni. Nacque nel 1920; morì nel 1952. In vita pubblicò saggi e testi narrativi in riviste, alcune raccolte di poesie e di racconti. Casa d’altri (con All’insegna del Buon Corsiero) è riconosciuto come il suo capolavoro. Anche se rimasto incompleto, questo “lungo racconto” ci è pervenuto in tre varianti. Realizzato in una scrittura essenziale, frutto di un ininterrotto lavoro di perfezionamento tecnico, si presenta come una interrogazione essenziale sulla vita e sulla morte. È stato un libro amato da Montale, Pasolini, Bertolucci.

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NOTE MUSICALI

a cura di Francesco Ottonello

Pyotr Ilyich Tchaikovskij (1840-1893): Le Stagioni Op.73a - Ottobre

Nell’ambito della propria produzione compositiva Tchaikovskij riservò una certa importanza al pianoforte e, nell’ambito delle opere per pianoforte solo, possiamo dire che egli si trovò a proprio agio con i brani di piccole dimensioni. Sono molte le raccolte di brevi pezzi pianistici che Tchaikovskij licenziò, sovente ispirate da un intento descrittivo o comunque legate a un titolo di riferimento e di ispirazione. In tale ambito rientra la raccolta de Le Stagioni Op.73a. Si tratta di una raccolta di 12 miniature pianistiche che il compositore scrisse fra il 1875 e il 1876 e che furono pubblicate in diverse riprese su una rivista mensile. Per quanto in genere i pezzi pianistici di forma semplice (di solito con struttura ABA) non aggiungano molto alla personalità artistica di Tchaikovskij, è indubbio che proprio Le Stagioni contribuirono a non poco far circolare il nome del compositore.
Il punto forte di queste piccole composizioni sta nel loro proporsi come concentrato di una forte componente descrittiva, espressiva e intimistica, una per ogni mese dell’anno. Le doti comunicative della musica delle Stagioni furono impreziosite dalla scelta editoriale di affiancare ad ogni composizione una breve citazione letteraria. Nel caso di Ottobre, che per molti è il brano più ispirato e comunicativo dell’intera raccolta, l’epigramma associato fu una citazione di Aleksey Nikolayevich Tolstoy, che recita:

«Autunno, il nostro povero giardino sta cadendo,
le foglie ingiallite volano nel vento».

La musica descrive egregiamente questo ciclo vitale che indica il passaggio da una condizione a un’altra, un ciclo che volge al termine per dare avvio a un nuovo decorso, nella circolarità perpetua della vita.

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Francesco Ottonello, percussionista e musicologo, si è formato a Milano e Torino, dove si è diplomato in strumenti a percussione, composizione e strumentazione per banda. Ha suonato in Italia (Teatro alla Scala, Teatro Carlo Felice, Orchestra Verdi di Milano, Europa Galante, Orchestra Sinfonica di Sanremo) e all’estero (Komorní Opera Praha). Ha studiato direzione d’orchestra nei Conservatori di Praga e Liegi. Ha suonato in diversi complessi orchestrali sotto la direzione di Riccardo Muti, Fabio Luisi, Daniel Baremboim, Gustavo Dudamel, Daniel Harding, Gianluigi Gelmetti, Shlomo Mintz. È laureato in Musicologia presso l’Università degli Studi di Milano (relatore Prof. Emilio Sala), con una tesi su Gioacchino Rossini.

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SUGGESTIONI A PROPOSITO DELL'ILLUSTRAZIONE DEL MESE

La volpe e l'uva

La volpe e l'uva è una delle più celebri favole attribuite a Esopo, ripresa in latino da Fedro e citata poi innumerevoli volte in molti testi, riproposta in rima anche da Jean de La Fontaine. È una metafora del vizio tutto umano di giustificare uno scacco passandolo come scelta di volontaria e razionale, atteggiamento che in psicologia sociale viene classificato come dissonanza cognitiva.

Trama
Il testo latino di Fedro:
«Fame coacta vulpes alta in vinea uvam adpetebat, summis saliens viribus. Quam tangere ut non potuit, discedens ait: "Nondum matura est; nolo acerbam sumere." Qui, facere quae non possunt, verbis elevant, adscribere hoc debebunt exemplum sibi
Trad. «Spinta dalla fame una volpe tentava di raggiungere un grappolo d'uva posto sin alto sulla vite, saltando con tutte le sue forze. Non potendo raggiungerla, esclamò: "Non è ancora matura; non voglio coglierla acerba!". Coloro che sminuiscono a parole ciò che non possono fare, debbono applicare a se stessi questo paradigma.»

La volpe e la cicogna

La volpe è protagonista anche di un’altra favola di Fedro, la numero 26 del primo libro.

Non si deve nuocere a nessuno: ma se qualcuno l’avrà fatto, la favoletta avverte che potrà essere punito allo stesso modo. Si racconta che la volpe, per prima, avesse invitato a pranzo la cicogna e le avesse preparato, in un piatto, un brodo liquido, che la cicogna, affamata, non poté neanche assaggiare.
Questa poi, ricambiando l’invito, le pose davanti una bottiglia piena di cibo sminuzzato: inserendovi il becco, essa stessa si sazia e tormenta la commensale con la fame. E mentre quella leccava invano il collo della bottiglia, sappiamo che così parlò l’uccello migratore: «Ciascuno deve sopportare di buon animo gli esempi che ha dato».

La volpe nei proverbi

Molti i detti e i proverbi che hanno come protagonista la volpe. Ne scegliamo due dialettali (anche i dialetti hanno un preciso valore formativo) in una lingua di radice ligure detta tabarchina usata a Carlo Forte e nell'isola di San Pietro in Sardegna.
A vurpe a perde u pài ma u vissiu mai (La volpe perde il pelo ma non il vizio; si può mutare d'aspetto, ma ciò che si è dentro rimane tale e quale).
Avai l'urpe sutta l'ascelle (Avere la volpe sotto l'ascella, cioè nascondere qualcosa, ma senza riuscirci del tutto; della volpe celata, traspare comunque quasi sempre la coda).

Il Principe - Niccolò Machiavelli

La scelta della volpe come raffigurazione dell’astuzia la troviamo, oltre che nei proverbi, anche in testi classici e importanti. Si veda per esempio come viene utilizzata da Machiavelli (in coppia con il leone) per definire il profilo e le caratteristiche del suo Principe.

CAPITOLO XVIII
In che modo i Principi debbino osservare la fede

Quanto sia laudabile in un Principe mantenere la fede, e vivere con integrità, e non con astuzia, ciascuno lo intende. Nondimeno si vede per esperienzia, ne’ nostri tempi, quelli Principi aver fatto gran cose, che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con astuzia aggirare i cervelli degli uomini, ed alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in su la lealtà. Dovete adunque sapere come sono due generazioni di combattere: l’una con le leggi, l’altra con le forze. Quel primo è degli uomini; quel secondo è delle bestie; ma perchè il primo spesse volte non basta, bisogna ricorrere al secondo. Pertanto ad un Principe è necessario saper ben usare la bestia e l’uomo. Questa parte è stata insegnata a’ Principi copertamente dagli antichi scrittori, i quali scrivono come Achille e molti altri di quelli Principi antichi furono dati a nutrire a Chirone Centauro, che sotto la sua disciplina gli custodisse; il che non vuol dire altro l’avere per precettore un mezzo bestia e mezzo uomo, se non che bisogna a un Principe sapere usare l’una e l’altra natura, e l’una senza l’altra non è durabile. Essendo adunque un Principe necessitato sapere bene usare la bestia, debbe di quella pigliare la volpe e il lione; perchè il lione non si defende da’ lacci, la volpe non si defende da’ lupi. Bisogna adunque essere volpe a cognoscere i lacci, e lione a sbigottire i lupi. Coloro che stanno semplicemente in sul lione, non se ne intendono. Non può pertanto un Signore prudente, nè debbe osservare la fede, quando tale osservanzia gli torni contro, e che sono spente le cagioni che la feciono promettere. E se gli uomini fussero tutti buoni, questo precetto non saria buono; ma perchè sono tristi, e non l’osserverebbono a te, tu ancora non l’hai da osservare a loro. Nè mai a un Principe mancheranno cagioni legittime di colorare l’inosservanza.
Di questo se ne potriano dare infiniti esempi moderni, e mostrare quante paci, quante promesse siano state fatte irrite e vane per la infedeltà de’ Principi; e a quello che ha saputo meglio usare la volpe, è meglio successo. Ma è necessario questa natura saperla bene colorire, ed essere gran simulatore e dissimulatore; e sono tanto semplici gli uomini, e tanto ubbidiscono alle necessità presenti, che colui che inganna, troverà sempre chi si lascerà ingannare. Io non voglio degli esempi freschi tacerne uno. Alessandro VI non fece mai altro che ingannare uomini, nè mai pensò ad altro, e trovò soggetto di poterlo fare; e non fu mai uomo che avesse maggiore efficacia in asseverare, e che con maggiori giuramenti affermasse una cosa, e che l’osservasse meno; nondimanco gli succederono sempre gl’inganni, perchè cognosceva bene questa parte del mondo. Ad un Principe adunque non è necessario avere in fatto tutte le soprascritte qualità, ma è ben necessario parere d’averle. Anzi ardirò di dire questo, che avendole, ed osservandole sempre, sono dannose; e parendo d’averle, sono utili; come parere pietoso, fedele, umano, religioso, intero, ed essere; ma stare in modo edificato con l’animo, che bisognando, tu possa e sappi mutare il contrario. E hassi ad intendere questo, che un Principe, e massime un Principe nuovo, non può osservare tutte quelle cose, per le quali gli uomini sono tenuti buoni, essendo spesso necessitato, per mantenere lo Stato, operare contro alla umanità, contro alla carità, contro alla religione. E però bisogna che egli abbia un animo disposto a volgersi secondo che i venti e le variazioni della fortuna gli comandano; e, come di sopra dissi, non partirsi dal bene, potendo, ma sapere entrare nel male, necessitato.
Deve adunque avere un Principe gran cura, che non gli esca mai di bocca una cosa che non sia piena delle soprascritte cinque qualità, e paia, a vederlo e udirlo, tutto pietà, tutto integrità, tutto umanità, tutto religione. E non è cosa più necessaria a parere d’avere, che quest’ultima qualità; perchè gli uomini in universale giudicano più agli occhi che alle mani, perchè tocca a vedere a ciascuno, a sentire a’ pochi. Ognuno vede quel che tu pari; pochi sentono quel che tu sei, e quelli pochi non ardiscono opporsi alla opinione de’ molti, che abbiano la maesta dello stato che gli difende; e nelle azioni di tutti gli uomini, e massime de’ Principi, dove non è giudizio a chi reclamare, si guarda al fine. Facci adunque un Principe conto di vivere e mantenere lo Stato; i mezzi saranno sempre giudicati onorevoli, e da ciascuno lodati; perchè il vulgo ne va sempre preso con quello che pare, e con l’evento della cosa; e nel mondo non è se non vulgo; e gli pochi hanno luogo, quando gli assai non hanno dove appoggiarsi. Alcuno Principe di questi tempi, il quale non è bene nominare, non predica mai altro, che pace e fede; e l’una e l’altra, quando e’ l’avesse osservata, gli arebbe più volte tolto lo Stato, e la riputazione.

La caccia alla volpe

Parlando di questo animale non si può evitare di fare riferimento alla sua caccia, e agli scenari e ai riti con cui questa attività equestre si è sviluppata nei grandi spazi della campagna inglese. Ma se le sue origini possono essere trovate in tempi in cui i contadini, con l’aiuto dei cani le cacciavano per un loro aumento incontrollato e quindi pericoloso per l’economia rurale, da tempo ormai questo non ha più nessuna giustificazione. Nel 2005 in Inghilterra, Galles e Scozia la caccia alla volpe tradizionale con muta di cani e cavalli è stata definitivamente abolita. In ogni caso noi riteniamo più simpatico rimandare alla simpatica scena che si vede in Mary Poppins.

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GLI AQUILONI

Aquilone di ottobre

I frutti pendevano turgidi dagli alberi: l'aquilone li vedeva ingrossare e talora cadere, afflosciarsi a terra prima di poter essere colti.
Nel bosco i ricci si aprivano l'uno dopo l'altro come una batteria di petardi, liberando le castagne nuove che rimbalzavano sul sentiero ciottoloso.
Sui primi colli a ridosso della pianura si distinguevano vigneti rigogliosi e contadini intenti alla vendemmia. Si era verso sera, quando la foschia avvolge paesaggi e persone: un carro con due anziani e una bambina scendeva tra due ali di vigna verso la cascina, a fianco dell'antica abbazia.
Il carico traballante traboccava di grappoli d'uva: erano acini lucidi e brillanti di color viola intenso, rivestiti di una pruina che s'intonava alla caligine del crepuscolo. Ad una svolta il carro s'inoltrò in un tratto di bosco, scomparve. Ottobre — rifletté l'aquilone — è il mese più struggente dell'anno, per i colori della terra e la luce ovattata che dona il raccoglimento della mente.

Giovanni Gasparini

(da Cento aquiloni: un poemetto,
Libri Scheiwiller, 2005)

UNA FILASTROCCA

Ottobre

Cosa succede? Hai visto là fuori?
Là, dove un tempo ridevano i fiori
corrono rivoli d’acqua fangosa:
foglie, rametti, boccioli di rosa

scendono rapidi verso i tombini
tra i marciapiedi che fan da confini
senza un augurio, un cenno, un saluto…
no, non è giusto! Io mi rifiuto!

Dalla finestra li guardo passare,
uno per uno li sto a ringraziare,
dico: «Tornate, vi prego, tra un anno!
Come le rondini: tutte lo fanno!»

Lorenzo Gobbi

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RIPRESE E RILANCI DA "SCUOLA e FORMAZIONE"

Nel numero precedente di Agenda mese (Settembre 2018) abbiamo riportato l’anticipazione di un brano di Davide Enia, tratto da Appunti per un Naufragio, che faceva riferimento al 3 ottobre 2013, giorno di tragedia nel mare di Lampedusa per l’annegamento di 368 migranti. Ricordando che sul prossimo numero di Scuola e Formazione pubblicheremo integralmente il brano di Enia, restiamo sul drammatico problema dei migranti presentando la recensione di un magnifico libro uscito in questi giorni.

Canto per il figlio

a cura di Leonarda Tola

Adagiato su una spiaggia della Turchia, nel 2015 fu trovato il corpo di Alan Kurdi, un bambino siriano di tre anni; quell’immagine sembrava dover cambiare il destino delle fughe e delle morti che invece continuano nell’esodo senza fine di un’umanità dolente. A distanza di tre anni e nell’anniversario lo scrittore Khaled Hosseini (Kabul 1967), fortunato autore di Il cacciatore di aquiloni e Mille splendidi soli torna su quella spiaggia con Preghiera del Mare, un nuovo, piccolo, prezioso libro. È la lettera che il padre di Alan non ha potuto scrivere al figlio perduto, è l’invocazione e la promessa di Hosseini, migrante a sua volta, che se Dio vuole, Inshallah, saprà custodire suo figlio: «Dammi la mano./ Non ti succederà niente di male». Parole nella notte «illuminata dalla luna», di terrore e «pianti di bambini e lamenti di donne», in attesa dell’alba e dopo il viaggio, con l’angoscia che non saranno «i benvenuti» perché non sono stati «invitati»: «mi hanno detto... che dovremmo/ portare altrove le nostre disgrazie». Il libro non è fatto di sole parole; le pagine sono scandite da illustrazioni dell’artista londinese Dan Williams. Tratteggi e figure che danno forma all’evocazione della casa perduta tra gli ulivi «mossi dal vento», al sogno ricorrente dei luoghi amati e lasciati per sempre, nel racconto del padre al bambino troppo piccolo per ricordare: i colori dei fiori selvatici e le mucche al pascolo, la Città Vecchia e il trambusto del suo mercato. Una lontananza di struggimento che pagina dopo pagina dilaga nella rovina nera di cieli offuscati di bombe e di case distrutte. È il viaggio antico di Enea, che si rinnova, nella medesima direzione, nella fuga dalla città in fiamme cercando la salvezza. Ma nel mito, tavole per conoscere le civiltà, i nuovi lidi sono stati ospitali con chi cerca «un’altra patria». Preghiera e poesia che attinge alla pietà come sentimento universale e all’amore di padre, i versi di Hosseini trovano la rappresentazione del dolore nella raffigurazione dell’esilio moderno di molte genti: parvenze di donne e uomini sospesi tra vita e morte, nella traversata dei deserti. A un’onda dal naufragio.

(Tutti i diritti d'autore e parte del ricavato dell'editore sono donati all'UNHCR, l'Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite dedicata alla protezione e al sostegno di rifugiati e sfollati in tutto il mondo)

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NEI GIORNI DI SCUOLA

Giornate e ricorrenze particolari
(anche per la didattica)

 
3 ottobre – Giornata dedicata alla memoria delle vittime dell’emigrazione

Decisione approvata in via definitiva dal Senato della Repubblica il 16 marzo 2016 con 143 voti favorevoli e 9 contrari; 69 gli astenuti. Nel provvedimento, all’articolo 2 si dice che il fine è anche quello “di sensibilizzare e formare i giovani sui temi dell’immigrazione e dell’accoglienza”. Per una riflessione su questa giornata rinviamo al pezzo precedente della rubrica Riprese e Rilanci e alla stessa rubrica del mese di settembre.

5 ottobre – Giornata mondiale degli insegnanti

Ricorrenza decisa dall’UNESCO nel 1994 per ricordare e tenere viva la sua Raccomandazione sullo status degli insegnanti promulgata il 5 ottobre 1966.
È un’occasione per parlare con gli studenti del nostro lavoro, per dirne il valore e la bellezza e aprire un dialogo sulla necessità di fondarlo su un rapporto di fiducia reciproca e di alleanza.

10 ottobre – Giornata mondiale contro la pena di morte

È giusto ricordare che il primo Stato che abolì la pena di morte fu il Granducato di Toscana nel 1786. Nel 1849 fu abolita dalla Repubblica Romana e nel 1889 dal Regno d'Italia, seppur mantenuta per reati militari e dunque applicata durante la prima guerra mondiale. Reintrodotta, nel 1926 per attentati contro il Duce e contro il Re, e poi nel 1931 anche per gravi reati comuni, fu finalmente e definitivamente abolita dalla Costituzione repubblicana nel 1948.

24 ottobre – Compleanno delle Nazioni Unite

Il 24 ottobre 1945 furono formalmente create le Nazioni Unite dopo che la maggioranza dei suoi membri fondatori aveva ratificato un trattato che istituiva l’organismo mondiale. Nel 1971, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione con la quale si chiedeva agli Stati Membri di celebrare la giornata come una festività pubblica. Per tradizione, essa viene celebrata in tutto il mondo con incontri, esibizioni e discussioni sugli obiettivi e i traguardi dell’Organizzazione (fonte www.onuitalia.it)

31 ottobre – Giornata mondiale del risparmio

Etica del risparmio e sviluppo, questo il titolo di questa 94a Giornata Mondiale organizzata a Roma da Acri Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio.

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