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20.03.2020 - Il gruppo watshapp

20.03.2020 19:52
Categoria: SEF PLUS 2020

Il pensiero e la postura di un insegnante hanno sempre una curvatura educativa. Così anche ora, nell’inquietudine di una situazione che preoccupa tutti e porta problemi e sofferenze in tante case, la preoccupazione va, prima che alla didattica, a immaginare lo smarrimento, la solitudine, le paure, le angosce di quegli allievi esposti, in famiglia a qualche dolorosa conseguenza della pandemia.

Dentro questa situazione ci porta, con un delicato racconto, Maddalena Cavalleri, insegnante di sostegno in un Liceo, scrittrice e traduttrice di molte opere di Christian Bobin.

 

«Hai visto? Hanno creato il gruppo di whatsapp per il nonno». Per un attimo il volto si illumina, la voce si rianima, i piedi puntano al pavimento e, con uno scatto felino, abbandona il divano per correre sul balcone di casa. La portafinestra è semiaperta. Vuole essere certa che la madre l’abbia sentita. Sì l’ha sentita. Lo sa perché ha appena scosso il capo come per inghiottire il dolore. Immobile, ha fatto solo un cenno per girarsi. La ragazzina ne asseconda il respiro e rallenta. Si avvicina, ne emula la postura: in piedi, davanti alla ringhiera. Lenta, allunga la mano per mostrare lo schermo alla madre. «Lo vedi? C’è la zia Marcella, lo zio Piero, Francesco, Giancarlo, la Stefi e poi ci sono anche gli zii di Milano…». «Cara la mia Elena». Non guarda il cellulare, osserva dritto davanti a sé quasi a raggiungere le cime lontane, appena innevate. Con il braccio sinistro circonda le spalle della sua unica figlia attirandola a sé. Elena si lascia abbracciare. «Davvero tesoro? Grazie per essere corsa a dirmelo». «Hai lasciato il cellulare sul tavolo, lo sai?». Un silenzio incombente, surreale, primaverile, inesperito. Un silenzio che rimbomba di se stesso: assenza di grida festose, o arrabbiate, nessun vociare le raggiunge dal cortile del condominio; in lontananza, solo alcune sirene squarciano l’aria di marzo. Ogni sirena è una persona. Ogni sirena è una famiglia. Un dolore. Medici e infermieri: un’équipe pronta a intervenire. Uno Stato che non ci sta più dietro. Il padre stava bene, era in buona salute. Così di colpo. I primi sintomi e poi, il ricovero in ospedale se l’è inghiottito. Nessuna possibilità di visita. Nulla. Nemmeno un telefono per una video chiamata a distanza. Un saluto. Niente. Sicuramente ad altri è andata meglio, o peggio. A loro è andata così. Domani con sua figlia si recherà direttamente al cimitero. Niente messa le hanno detto, solo la benedizione della salma al camposanto. L’annuncio sul giornale però l’hanno fatto. Anche il fratello e la sorella sono stati d’accordo. Loro l’hanno postato pure su facebook. Non ha reagito, cosa avrebbe potuto dire? No, non va bene, a me non piace mettere gli annunci funebri su facebook? Lo sa già, solo pochi potranno venire; nemmeno sua sorella e suo cognato residenti da anni a Milano non possono più muoversi. Il padre era conosciuto nel quartiere. Tra parenti amici e conoscenti, ci sarebbero state molte persone al funerale: sarebbero venuti in tanti, poi avrebbero organizzato qualcosa proprio a casa del padre, la casa di famiglia. Se ne sarebbe occupata lei, la sola rimasta a vivere vicino a casa, dopo il divorzio dal marito. Una batosta. Lui una vita se l’è rifatta, ha un’altra donna con cui ha avuto un figlio. E una telefonata gliel’ha fatta, ci mancherebbe. Nemmeno lui domani potrà venire. Abita in un’altra zona ormai irraggiungibile. «Allora, mamma, domani chi ci sarà?». «Non saremo in tanti tesoro mio. Non tutti possono venire e non tutti sono nelle condizioni di poterlo fare. Anche tuo padre, non te l’ha detto al telefono? Sai che sarebbe venuto. Gli assembramenti sono vietati e i funerali, alla fine, sono persone che si riuniscono e quindi non si possono fare». «Mi sembra ancora impossibile che il nonno non ci sia più». La madre non parla, non dice nulla. Solo stringe ancora più a sé la figlia. Niente occhi lucidi. La solitudine conscia di suo padre, là dentro, l'annienta. Le è rimasta dentro. «A casa da scuola, allora non mi serve neanche la giustificazione?». «Qui è saltato tutto. Ma tu sei stata brava perché hai continuato a fare i compiti in queste condizioni, perché alle medie non è semplice e non voglio pensare cosa sia per i bambini delle elementari, e per i più piccoli…». Si ferma. Socchiude gli occhi. Fa un respiro profondo. «Anche con tutta la buona volontà delle maestre e delle famiglie… e poi chi li tiene i bambini, i nonni? Lo vedi anche tu: io costretta al pc a correggere esercizi e a tentare di interagire con i miei studenti con la piattaforma che finalmente sta iniziando a funzionare». La bambina alza appena gli occhi, cerca la madre. «E per fortuna che hai voluto a tutti i costi mettere il wifi». «Già… non ci voglio nemmeno pensare come avremmo fatto altrimenti…». Poi tace. Tace ancora. Vorrebbe non parlare più. Muove le dita della mano per sentire la figlia. «Il nonno se n’è andato così, in questo modo surreale». Lo dice con voce smorzata, attutita. Le sembra di essere anestetizzata. Eppure, parlare del quotidiano, per quanto spazzato via, le fa bene. Ha l’impressione di vivere in un film che presto finirà. La morte di sua madre era stata tutta diversa. In tempi normali, si era potuto assisterla fino alla fine: organizzare il funerale, stare insieme ai parenti, accompagnare la salma al cimitero, scambiare due parole, raccontarsi le ultime. Ora tutto è diverso. Lei a casa da scuola ma a scuola. La figlia sempre a casa e non più dal nonno, come aveva l’abitudine di fare prima che accadesse tutto questo. Il padre che si ammala all’improvviso. Nessuna visita. Nessun saluto. Inghiottito così. E ora un gruppo su whatsapp creato apposta per salutarlo. La madre inizia ad avere freddo, fa cenno alla figlia di rientrare. No, non riesce a piangere. Le lacrime possono aspettare.

Verona, 15 marzo 2020