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11.03.2020 - Elena Granata, Quel tempo sospeso che la scuola dovrebbe riempire

11.03.2020 16:57
Categoria: SEF PLUS 2020

Forse così, a scuole innaturalmente chiuse, si può capire meglio l’articolata e vasta gamma di esigenze vitali a cui il servizio nazionale di istruzione e formazione risponde.

Ma deve emergere e trovare risposta, prima di tutto, la domanda radicale: quale è il senso profondo della scuola, di questo tanto privilegiato e insostituibile luogo dell’incontro fra generazioni?

È su questo che ci invita a lavorare, nel tempo sospeso che ora ci tocca, Elena Granata. Ma non si ferma a note generali, ci porta su sentieri concreti che non eludono la necessità di “ripensare daccapo lezioni, compiti, valutazione”. Molte allora le provocazioni, le sollecitazioni, le piste di lavoro per una didattica tutta centrata sulla relazione, l’ascolto, l’incontro, il prendersi cura e il prendere a cuore.

Così riflettendo ora su come stare in aula una volta che potremo tornarci si può ben sperare che questi non siano giorni vuoti di senso. Riscoprendo il valore altissimo e insostituibile di un insegnamento “in presenza” dove la presenza non si riduce a una specificazione di luogo ma prima e più appare una qualità dell’esserci.

 

L’improvvisa contrazione del mondo al privato

Scrivo in giorni particolari, nei giorni in cui non sappiamo ancora se l’emergenza coronavirus si protrarrà nei prossimi mesi, come alcuni dati e segnali sembrano indicare, o se il peggio è ormai scongiurato. Da qualche giorno le scuole, le università, i musei, i teatri e tutto quello che fa incontrare le persone nella normalità si è fermato. Le vite di migliaia di studenti e di docenti - dalla scuola elementare ai corsi di dottorato - hanno subito un improvviso cambiamento di stato. Giornate impegnate tra scuola, compiti, sport, lezioni private, corsi di ogni tipo, ritmi e orari scanditi si sono svuotate. Come dapprima è accaduto ai ragazzi cinesi, e in forme simili sta accadendo in altre nazioni del mondo, anche agli italiani più giovani, abituati a interagire con gli amici e i compagni, ad avere tanti contatti umani, viene oggi chiesto di trascorrere gran parte della loro giornata nel chiuso delle loro case, riducendo le loro relazioni sociali alle cerchie familiari e degli amici più vicini. In ogni caso, fuori dalle scuole.
Una riduzione imprevedibile del loro mondo al privato, che è stata di per sé galvanizzante inizialmente, come un’improvvisa vacanza nel cuore dell’anno; che ha costituito un sollievo (inutile nasconderlo) a metà del quadrimestre per gli studenti delle superiori. Con il passare dei giorni sia gli adulti sia i ragazzi hanno cominciato a rendersi conto che non si tratta proprio di una vacanza, che il clima intorno è teso, che c’è una grande incertezza tra gli adulti e che nervosismo e tensione possono prendere il sopravvento anche in famiglia.
Il tempo vissuto a casa dai più piccoli o nelle cerchie di amici più stretti dagli adolescenti, esposto anche alla noia e all’inevitabile dispersione di energie, è una questione di cui la scuola si sta facendo carico, in forme diverse, improvvisate, talvolta efficaci, altre volte meno.
Molti colleghi segnalano come le diseguaglianze sociali e familiari incidano fortemente sull’esperienza dell’isolamento. Non tutti hanno a disposizione un computer, reti wi-fi con buona accessibilità; in contesti più poveri e disgregati l’assenza della scuola può diventare occasione per perdere il lavoro fatto fino a qui.
Anche il mio corso al Politecnico non è cominciato nei tempi canonici e per giorni ho fatto scorrere la lista dei miei studenti ancora sconosciuti cercando di capire in quale modo iniziare qualcosa e come dargli seguito. E tanti insegnanti si trovano nella situazione di dover gestire più vite contemporaneamente: a casa i propri figli, a casa il proseguimento del lavoro didattico, con l’incalzante necessità di ripensare il proprio mestiere in forme mai sperimentate prima.

Insegnanti senza classi

C’è una domanda di senso che viene prima delle soluzioni pratiche e tecnologiche.
Che cosa resta della relazione educativa e formativa, del ruolo della scuola, quando vengono meno le aule, la prossimità, il contatto fisico, l’intervallo, gli occhi che vedono e le orecchie che ascoltano?
È da quelle aule vuote che nasce la domanda di senso alla scuola italiana oggi. Capiamo che c’è qualcosa che viene prima dello svolgimento del programma, del registro, dei voti, della disciplina, del rispetto delle regole, delle scadenze e dei quadrimestri o dei semestri, dei consigli di classe e perfino del numero dei giorni minimi perché un anno scolastico abbia consistenza.
È banale dirlo, ma la relazione educativa che lega un insegnante con la propria aula, con ciascun alunno è in questo momento l’unica cosa importante. Ed è una relazione, asimmetrica e fondante, che si nutre di tono (come diciamo), di parole (cosa diciamo), di presenza (anche virtuale, relativa al quanto siamo coinvolti da quello che diciamo).
Non è così per tutti. Per qualcuno, come ricordava Alessandro D’Avenia - scrittore e insegnante al liceo - la relazione con gli studenti è un peso, da cui potrebbe anche sentirsi temporaneamente alleviato. Per altri la mancanza di questo contatto è una privazione del loro stesso essere docenti. Le reazioni sono varie e difformi.
Molti insegnanti stanno reinventando la loro presenza nella vita degli allievi in forme nuove: messaggi vocali, e-mail, comunicazioni alle famiglie e ai ragazzi da parte dei presidi, chat, fino ai veri e propri programmi di didattica on line. Altri, forse i più, tacciono, trovando difficile interpretare il proprio ruolo al di fuori di forme e prassi consuete. Altri ancora si appellano alle famiglie, chiedono ai ragazzi diligenza, senso di responsabilità, sostegno, assegnano compiti da svolgere a casa, forse dimenticando quanto disomogenee siano le esperienze domestiche dei loro studenti, talvolta protetti e seguiti dalle famiglie, talvolta soli e abbandonati all’interno di contesti meno attenti.
La scuola italiana è davvero, insieme alla sanità, lo strumento di welfare più democratico ed evoluto che il nostro Paese ha saputo disegnare: primo luogo di cittadinanza, di crescita, di dignità e libertà per tutti, italiani e stranieri, sani e malati, disabili e molto abili.
Ecco perché queste settimane sono preziose. Ecco perché questa improvvisa perdita dei luoghi e dei tempi della scuola può costituire un banco di apprendimento fondamentale per la nostra generazione di docenti. Non è questa la vera occasione per la scuola italiana di lavorare sui metodi e sui contenuti?

Ripensare daccapo lezioni, compiti, valutazioni

So che per tanti insegnanti la relazione con gli allievi è subordinata al compito e alla missione culturale. Quanta fatica riuscire a capire che il compito educativo non coincide con la lezione ex cathedra, non coincide con i compiti e neppure con la valutazione.
Le lezioni on-line hanno bisogno di tempi diversi. Chi potrebbe mai sostenere una lezione via web di tre o quattro ore? Sono richiesti contenuti meglio stagliati, sintetici, meglio se corredati con immagini e inserti multimediali. S’impongono disinvoltura con la telecamera, capacità di variare il ritmo della voce, pause. Tutte cose che, in fondo, servirebbero anche in aula.
Nella scomparsa delle nostre certezze temporali e di metodo, emerge una necessaria creatività che la scuola, al di là di singole eccezioni, ancora non ha.
Pensiamo all’assegnazione dei compiti a casa. L’approccio “medicale” funziona poco: un libro a settimana, cinque versioni di greco, venti esercizi di matematica a settimana. I compiti a casa non possono essere l’equivalente di una ricetta di un farmaco ad un malato, con le sue dosi, i suoi ritmi e la scadenza. Il compito tradizionale a casa, soprattutto in queste settimane di assenza della didattica d’aula, tende a perdere molto del suo senso e anche l’effetto.
Mettiamoci il cuore in pace: non sarà sicuramente possibile svolgere tutto il programma ministeriale previsto e questo costringerà i docenti più disponibili a mettersi in gioco, per capire le vere priorità di un’esperienza formativa di valore e per immaginare percorsi alternativi e più veloci con cui trattare argomenti impossibili da svolgere in modo regolare (video, film, messaggi vocali, TED per i ragazzi dalle medie in su).
Potrebbe essere anche utile far capire come trascorriamo noi le giornate, come noi ci informiamo, cosa leggiamo, in quale modo siamo protagonisti attivi delle materie che insegniamo. La realtà offre spunti interdisciplinari continui per incuriosire gli studenti e per tenerli ancorati a questo tempo - che è il loro tempo - dalla letteratura alle scienze, dalla musica alla storia.
Riusciranno molti professori italiani, soprattutto delle scuole superiori, a capire che la scuola non si riduce al voto? Quella retorica per cui talvolta si sorride con sufficienza ai ragionamenti contabili che i ragazzi fanno sui loro voti quando poi si costruiscono e legittimano i giudizi finali proprio su quella contabilità? Riusciremo a inventare altri modi per valutare impegno e apprendimento dei ragazzi? Dimenticandoci in questi giorni degli schemi didattici e dei rituali di verifiche e interrogazioni, possiamo proviamo a dare valore alla nostra assenza? Non avere il solo cruccio di dare, di impartire ma di provare a ricevere. Chiedendo ai ragazzi di cercare, di trovare, di vedere, di fare delle foto o dei video, di scrivere non un tema ma anche solo due righe ogni giorno - i centoquaranta caratteri dei tweet di noi adulti - perché anche la capacità di sintesi ha un enorme valore. Tutto quello che gli studenti possono fare fuori dall’aula in autonomia potrà essere discusso e condiviso in modo (perché no) anche divertente. Chissà magari che scopriremo il talento di qualcuno che avevamo sottovalutato.

Riusciremo a tornare alle solite aule?

Improvvisamente liberati dalle aule forse torneremo in classe con qualche aspettativa in più. Quelle scatole rigide con la cattedra e la lavagna, i banchi ordinatamente schierati in file regolari e separati tra loro ad evitare ogni scambio, parola e copiatura (il vero virus più temuto dagli insegnanti!), sono le meno adatte a coltivare le “teste ben fatte” di cui ci ha parlato Edgar Morin, quelle predisposte a sviluppare connessioni, a instaurare relazioni empatiche con gli altri e a scovare il proprio talento.
L’aula tradizionale è concepita per un discente passivo, che deve stare fermo, seduto, rivolto verso la cattedra, senza relazioni con i vicini. Eppure chiunque abbia una profonda esperienza di aula sa che appena si scompagina quell’assetto, si introducono variazioni creative, e quell’insolito movimento nello spazio, come ci insegna la psicologia sociale, si trasforma in un movimento della testa. Non è difficile immaginare che uno studente irregimentato in un apprendimento passivo sarà un lavoratore passivo, un cittadino passivo, poco educato alla creatività e alla responsabilità, con ripercussioni importanti sulla nostra cultura civile.
Questi mesi, drammatici e imprevedibili, potrebbero renderci improvvisamente più insofferenti rispetto a quell’idea di classe a cui siamo abituati (corpi seduti, orecchie che ascoltano) e più sensibili rispetto alle risorse dei ragazzi che di solito dimentichiamo di usare.
Sono anni che faccio esperimenti in questo senso, per superare il rigore ottocentesco della didattica. Mi sono accorta che gli studenti più emotivi sostengono gli esami con migliori risultati se li si interroga all’aria aperta o anche solo nel corridoio, che qualcuno è più a suo agio seduto e qualcun altro in piedi, che spostare sedie e banchi in occasione di qualche conversazione accresce l’attenzione. Che camminare insieme ai miei studenti è occasione per intavolare discorsi più personali. Che le dispute su argomenti tematici, dividendo la classe in due, accrescono il reciproco ascolto, la capacità dialettica, lo spirito critico. Che lavorare in gruppo (copiando appunto) facilita l’apprendimento e le relazioni positive tra pari. Un apprendimento tridimensionale che richiederà tutto il nostro sforzo creativo e collettivo (cfr. Granata A., Granata C., Granata E., Sapere è un verbo all’infinito, Il Margine, 2013). Certo, appena torneremo in classe.

11 marzo 2020

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Elena Granata è docente di urbanistica al Politecnico di Milano. Collabora con la Scuola di Economia Civile (Sec). È autrice della rubrica “Penultima Fermata” sulla rivista Città Nuova, dove si occupa di temi educativi.

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