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Rapporto OCSE 2016, solita tentazione di un uso di parte

19.09.2016 09:00

Difficile, per i rapporti OCSE, sfuggire al destino che li condanna quasi sempre, da noi, a diventare pretesto per scontati e sterili usi di parte. Un rischio che tutti dovremmo evitare, considerandoli anzitutto per l’importante funzione “descrittiva” che svolgono, offrendo spunti di riflessione e ragionamento su cui innestare linee di politica scolastica capaci di aprire reali prospettive di crescita per la qualità e l’efficacia del nostro sistema di istruzione e formazione.
I dati del rapporto 2016, che come è risaputo si fermano al 2014, non ci sorprendono più di tanto: un quadro ampiamente noto la cui restituzione in dettaglio, tuttavia, permette di cogliere con più nitidezza ogni aspetto, specie quelli meno piacevoli e più preoccupanti.
Trova conferma una situazione di particolare debolezza e ritardo dell’Italia su diversi fronti, come rivelano gli indicatori relativi alla spendibilità dei titoli di studio, al numero di accessi ai percorsi universitari, alla diffusione del fenomeno dei Neet, al tasso di spesa pubblica destinato all’istruzione, all’età media dei docenti e alle loro retribuzioni (già inferiori alla media e negli ultimi anni ulteriormente in calo).
Elementi noti, si diceva, e che anche nel periodo preso in esame nel rapporto sono stati spesso utilizzati come inevitabile premessa alle nostre piattaforme rivendicative. Per quanto ci riguarda, noi l’abbiamo sempre fatto con grande senso di responsabilità e della realtà, consapevoli del quadro di difficoltà estrema in cui si sono trovati ad agire, in quegli anni, i diversi governi avvicendatisi alla guida del Paese. Non ci siamo mai concessi, allora, il lusso di massimalismi privi di senso, tuttavia abbiamo sempre denunciato la miopia di politiche di contenimento della spesa declinate nel segno di meri e indiscriminati tagli lineari. Il risparmio, come la potatura, può rivelarsi non virtuoso, se non è guidato da un’accorta selezione dei rami da tagliare: una metafora che i dati OCSE consentono di ritenere ancor più appropriata.
Detto questo, qualche cautela in più vorremmo consigliare a quanti, ministra Giannini in testa, hanno subito colto l’occasione per intestarsi il merito di un’inversione di tendenza che sarebbe provata dagli incrementi fatti registrare, con la “buona scuola”, in termini di spesa e di assunzioni. A parte il fatto che su quest’ultime (le assunzioni) vi è sempre una certa tendenza ad aumentare i numeri (le 90.000 assunzioni del 2015 sono in realtà 75.000, le 60.000 del successivo triennio potrebbero essere molte di meno), occorre forse attendere qualche riscontro più attendibile (potrebbero fornirlo proprio i futuri rapporti OCSE) per poter dire che le risorse spese in più, dato innegabile, siano state anche spese bene. Che è la condizione necessaria perché una spesa possa nobilitarsi in investimento.
Chiediamo allora che la valutazione dei dati OCSE sui disallineamenti e le lacune del nostro sistema rispetto a quelli di altri Paesi non si esaurisca in sortite propagandistiche o in polemiche destinate a riscuotere una fugace attenzione dei media, ma sia invece occasione per avviare un grande dialogo sociale e un serio impegno politico per sostenere la nostra scuola e la sua miglior qualità.
Un impegno che vorremmo vedesse coinvolti tutti i soggetti a vario titolo investiti di competenze sull’istruzione e la formazione, cui va chiesta la disponibilità a coordinarsi fra loro, mettendo in comune su obiettivi condivisi i loro sforzi e i mezzi di cui dispongono. Una scuola che funzioni bene non è una bandiera da sventolare per autocelebrarsi, è un interesse vitale per il Paese.