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Un anno costituente per la scuola italiana

22.07.2020 13:07

Un intervento di Patrizio Bianchi, economista e già Presidente del Comitato di esperti del Ministero dell’Istruzione, nella situazione del lockdown che ora individua gli impegni e le sfide del sistema di istruzione in vista del prossimo settembre e del nuovo anno scolastico.

Caro direttore, dopo un lungo sonno il Paese torna a parlare di scuola, seppure sotto la scure dell’emergenza Covid-19. Le misure imposte dal governo per contenere la diffusione del virus hanno tenuto banco in una discussione che nonostante tutto ha riproposto il ruolo della scuola nella società italiana. Meno evidente è invece il ruolo della scuola rispetto alla crescita economica del Paese. Esiste tuttavia uno strettissimo legame fra sviluppo e investimento in educazione, come dimostrato proprio dal caso italiano dove, a un lungo periodo di bassi investimenti in scuola, università e ricerca corrisponde non casualmente una lunghissima fase di tassi di crescita inferiori alla media europea. È venuto anche il momento di domandarsi se le competenze offerte dalle nostre scuole siano adeguate a questa nostra epoca, così segnata da trasformazioni profonde non solo delle imprese, ma della vita quotidiana. In altre parole occorre domandarsi se la scuola che ha chiuso i battenti in febbraio fosse rispondente ai bisogni di un Paese che prima del coronavirus aveva profondi problemi di sviluppo e crescente divaricazione fra regioni e fra gruppi sociali.
Si ricordi a questo proposito che da oltre venti anni l’Italia non cresce a sufficienza per rispondere al bisogno di lavoro dei nostri giovani, ma soprattutto si sono acuite quelle differenze sociali che erano già evidenziate crudelmente dal tasso di dispersione scolastica. Se nel Nord la dispersione si avvicinava già prima del Covid alla media europea di un ragazzo su dieci che non finiva la scuola, nel Mezzogiorno si raggiungevano percentuali del 25%, come dire che un ragazzo ogni quattro spariva dal radar della scuola, con punte ancora più alte nelle aree metropolitane. Ed è evidente che il Covid ha esasperato questa situazione, che chiama in campo i valori fondanti della nostra convivenza democratica. Allora bisogna guardare non solo a settembre, ma ben oltre settembre, verso un anno che deve avere un valore costituente per la scuola italiana, in primo luogo richiamando il valore che la nostra Costituzione attribuisce alla scuola come luogo necessario per rimuovere ogni vincolo al pieno sviluppo della persona e del cittadino.
Altro pilastro sarà affrontare con rinnovata convinzione il tema dell’autonomia e del rapporto con il territorio. L’autonomia scolastica risale al 1997, quando l’allora governo Prodi, in previsione dell’entrata nell’euro, avviò con i decreti Bassanini una profonda riforma dell’intero impianto organizzativo dell’amministrazione italiana, che tuttavia è stata progressivamente insabbiata, per tornare a una visione in cui ogni momento della nostra vita quotidiana deve essere regolato da ordinanze e regolamenti, fatto che oggi ci viene fortemente imputato come principale vincolo allo sviluppo del Paese. L’autonomia scolastica non è né l’abbandono di ognuno al proprio destino, né tanto meno lo scaricabarile delle responsabilità del vertice nelle mani dei sottoposti, ma è e deve essere il modo con cui nelle diverse realtà territoriali si risponde a eguali obblighi formativi. Un’autonomia solidale e responsabile richiede quindi di riconoscere che le condizioni di una piccola scuola di montagna – dove il problema è la mancanza di bambini, perché questo resta un Paese in caduta demografica – sono diverse da quelle di una scuola tecnica nel centro di Palermo, dove si accumulano i problemi della congestione metropolitana. Tutti però, partendo dalla propria realtà, debbono essere posti in condizione di raggiungere gli stessi risultati formativi in tutto il Paese, con l’aiuto di un sistema di valutazione che supporti i dirigenti, il personale tutto, le famiglie a operare con il territorio per raggiungere obiettivi che debbono essere riconosciuti come patrimonio della loro comunità. Per questo l’autonomia solidale e responsabile richiede patti educativi di comunità per coinvolgere tutte le forze vive di un territorio nel riportare al suo centro la vita della scuola. E qui si riapre il tema delle competenze. Nel ’900 le competenze che la scuola doveva fornire per sostenere lo sviluppo erano frammentate, specializzate, gerarchiche. Oggi lo sviluppo richiede persone che sappiano comprendere e gestire problemi complessi, usare in modo integrato le tecnologie digitali che segnano la vita quotidiana, saper fare squadra riconoscendo le conoscenze dell’altro, costruire comunità per governare l’incertezza. Solidarietà e responsabilità sono allora i cardini di un programma educativo che – ben oltre settembre – deve diventare il centro di un anno costituente per la nostra scuola e in fondo per tutto il nostro Paese.

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