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Il gregoriano salvato dai bambini

28.01.2020 12:15

"Dire che il gregoriano è superato ... equivale a chiedersi se il Vangelo è attuale. Una stupidaggine. Secoli fa gli architetti costruivano le chiese pensando alle voci che le avrebbero abitate. Davanti alle cattedrale gotica di Chartres mi ero reso conto che i doccioni erano fatti in modo che, scaricandosi con la pioggia, generassero armonia. Il secoli del Medioevo non erano affatto bui". Sul settimanale "Robinson" de "La Repubblica" di sabato 25 gennaio 2020 una bella riflessione di Paolo Rumiz sulla bellezza e sul valore del canto gregoriano, che "non è musica appiccicata a un testo ma è il suono stesso della Parola".

C'è qualcosa di nuovo nel cattolicesimo. Anzi, di antico. Un numero crescente di fedeli non integralisti partecipa a riti preconciliari. Latino, inchini, candele, cori gregoriani. Anticaglie, in apparenza. Ne ho segnalazione da Roma, Milano, Bologna, Trieste. Una rivolta contro papa Francesco? Al contrario. Solo il desiderio di assistere a una bella celebrazione, di avere un po’ di magia, un bel canto e una minima percezione dell’Altrove. Per trovare un luogo-rifugio dal frastuono del mondo, c’è chi si rifugia nelle liturgie di un monastero.
E c’è chi si conforta con le litanie baritonali degli ortodossi o il tuono corale dei salmi protestanti. È successo che il rito, abbassandosi troppo per essere comprensibile, ha banalizzato il mistero e ucciso il simbolo che vorrebbe esaltare. Il Sacro ha bisogno di acustica e atmosfera. E invece cosa offrono le parrocchie? Chitarre. Liturgie confuse, musiche senza ispirazione e radici. Sembra che i fedeli siano muti e il senso della comunità orante si sia perduto. «L’assemblea del popolo è senza voce», ammette polemicamente Bepi De Marzi, compositore di testi corali ad alta spiritualità.
Da non praticante in cerca di briciole di Dio, mi accorgo che sempre più spesso, quando capito in chiesa, invece del bel canto trovo preti stonati, navate sorde, prive di risonanza. Multimedialità al posto del suono. Parrocchie con tv a cristalli liquidi per attirare i più piccoli. Megaschermi, persino nella cattedrale di Assisi. Incontri religiosi che scimmiottano format televisivi. Festival francescani con presentatrici in tacchi a spillo. Preti che per acchiappare fedeli avvicinano Cristo a Maradona. Salmi di Turoldo dimenticati o fraintesi. Il mistero ridotto a fiction, intrattenimento. Situazioni in cui rischi di perdere anziché trovare la fede. Lo specchio di un mondo frastornato dai rumori, che non canta più per strada, chiude la musica in sale da concerto e sostituisce la lettura con la comunicazione. Urban, un organista svizzero mi disse un giorno che ravvisava un parallelismo fra il rarefarsi delle bande di paese, l’attenuarsi della vita comunitaria e il venir meno delle vocazioni.
Forse persino il vento, che fischia nei ruderi dei monasteri irlandesi affacciati sulle tempeste atlantiche o nelle chiese rupestri di Cappadocia abbandonate dai cristiani, lascia percepire il Divino meglio di certe chiese del nostro Paese. Te ne accorgi appena scopri una liturgia autentica, come è accaduto a chi scrive nel viaggio per i monasteri benedettini d’Europa. In quei mirabili silenzi, in quei cori dell’alba e del tramonto, in quei chiostri dove puoi sentire anche il battito d’ali di una farfalla e dove il fruscio di un albero si amplifica fino a diventare tuono, riscoprivo e riabilitavo la parola penetrando il mistero dell’ascolto dell’Altro: ascolto che poi sta alla base del comandamento dell’accoglienza.
La grande dimenticata nell’Europa di oggi. Chissà che ne pensa il Papa, pensavo. «Temo che Bergoglio sia sordo su questo», mi rispondevano alcuni. A me sembrava impossibile. Capivo se non altro che l’arma della buona musica non poteva essere lasciata in mano ai sepolcri imbiancati della casta clericale. E poi il canto non sta fuori dal mondo ma nel mondo. Non ha solo una dimensione celeste. Ne ha anche una sociale. La musica ha salvato molti giovani dalla perdizione metropolitana, in posti come le fogne di Bucarest e la più disperata Palestina. A Trapani una libera orchestra rieduca adolescenti allo sbando.
Qui la coralità ha una sua speciale efficacia. Aiuta a percepire lo stupore di fronte al mistero, suggerisce una dimensione celeste, amalgama il gruppo, carica il singolo di energia e sdrammatizza le sue personali tensioni, valorizza il silenzio, scardina la tirannia dell’Ego, ricorda la divinità del Verbo, illumina il mistero della voce, celebra il comandamento della gioia. Nella società della competizione e dell’esclusione, è un mezzo alla portata di tutti, fruibile, accessibile, gratuito. Non un fattore decorativo della Parola ma la sublimazione della stessa. Ecco: questo sognavo di dire al Papa.
Poi, per una serie di coincidenze, è capitato che il viaggio benedettino e i canti ascoltati in quei monasteri mi portassero a lui attraverso la provvidenziale intermediazione di Tv2000, e avessi la possibilità di dire la mia direttamente a Francesco, anche se per pochi minuti. Nonostante un’innegabile commozione e le solite esortazioni alla prudenza curiale cercassero di frenarmi, alla fine ce l’ho fatta a dire l’essenza di quanto avevo in mente, e cioè che pur da anticlericale ritenevo importante riabilitare la dimensione sensoriale della liturgia, sull’esempio di quanto avevo visto e sentito in alcune abbazie dedicate al santo d’Europa.
E lì mi sono trovato di fronte a un uomo niente affatto sordo alla questione. Non l’anticlericalismo ma il clericalismo è il problema, ha risposto Bergoglio. Il clericalismo è una perversione della Chiesa. E la fede non è un’assicurazione sulla vita, utile a regalarci un tranquillo accesso al regno dei cieli. La fede è battaglia, è rischiare per gli altri, è coerenza fra cuore, parole e opere. Ed è anche armonia. Questo ha detto il Papa. Il messaggio era arrivato a destinazione.
Armonia. La parola chiave. Quell’armonia che, in una scena memorabile del film I due Papi, spinge il cardinale Bergoglio ad allacciarsi in un tango con papa Ratzinger, e Ratzinger stesso a comunicare con Bergoglio attraverso un pianoforte. Armonia, quella che cerchiamo fin da neonati come nostalgia di un Eden materno perduto: tanto più oggi, in una società che non canta più, ma digrigna e divide, e spinge a urlare più forte anziché ad ascoltare l’Altro. Un mondo che obbliga a essere duri, performanti e competitivi, non collaborativi. Gli antipodi dello spirito corale. Cantare è un’esperienza umana fondamentale, che si perde nel tempo, dice Giacomo Baroffio, ex monaco benedettino, autorità riconosciuta nella lettura dei codici antichi. Basti pensare «alla vocalità di un neonato, alla sua forza espressiva e alla varietà di modulazione della sua voce».
Le cose non succedono a caso. Poche settimane prima dell’incontro in Vaticano mi era capitato di sentire trenta bambini cantare il Puer natus nell’abbazia di Praglia, nel Padovano. Maschi e femmine di prima media, istruiti da un bravo maestro di musica, erano lì tra i banchi, stupefatti dall’effetto della loro voce, incantati dall’arcana melodia e dal mistero del latino, lingua che vivevano senza problemi, sentendosi anzi detentori privilegiati di una formula magica negata ai loro coetanei. Lì ho pensato di riproporre a sorpresa quel canto nella piazza di una città italiana, per vederne l’effetto sui passanti e chiedere a Roma un ritorno alla coralità perduta.
E così, assieme ad alcuni “complici”, è stato costruito l’evento, fissato al 25 gennaio, cioè oggi. Questo ho anticipato al Papa. Un canto sacro di bambini come provocazione e augurio. Un filmato da mettere in rete come richiamo alla nostra tradizione dimenticata. Tradizione nel senso di “tra-ditio”, qualcosa che si muove, si evolve e si tramanda. Il contrario del tradizionalismo, che è asfittica immobilità. Il popolo del Libro non è un popolo silente, chino nell’esegesi, ma un popolo che canta la Parola per spremerne la divina energia. La cosa mi è apparsa chiara viaggiando sulle strade di Benedetto, quando ha cominciato ad ascoltare sul serio il gregoriano.
Da lì è partito un viaggio vertiginoso nella macchina del tempo, che mi ha guidato alle origini del canto sacro in Occidente, fino a un’epoca in cui il libro stesso (o meglio il rotolo di pergamena) era a tutti gli effetti spartito musicale (Ivan Illich la definisce una «partitura per pii borbottanti») e il fedele non guardava ancora alla pagina in modo libresco. Un viaggio che faceva scattare paralleli involontari col mondo ebraico e musulmano. Le pause tra una sequenza e l’altra della preghiera del muezzin sembravano per esempio rispondere alla stessa logica dei silenzi che intervallano i canti della cristianità. Nelle accademie talmudiche che avevo visitato, la tempesta di voci che si scatenava fra le coppie dei lettori delle Scritture non generava frastuono ma armonia. Ma questa è un’altra storia.
«Il gregoriano non è musica appiccicata a un testo ma è il suono stesso della Parola» mi spiega Fulvio Rampi, specialista di musica sacra. Ci lavora da quarant’anni ma ammette di avvicinarsi solo ora all’essenza. Orientarsi in quelle criptiche partiture costellate di annotazioni dette “neumi” è cosa che sfinisce musicisti collaudati. Nel gregoriano il suono non è che la spiegazione del testo, dunque è atto liturgico a tutti gli effetti, e oggi viviamo il rischio che questo patrimonio sia degradato a funzione decorativa e si facciano entrare in chiesa musiche provenienti da chissà dove.
Dire che il gregoriano è superato, dice Rampi, equivale a chiedersi se il Vangelo è attuale. Una stupidaggine. La corista Rossana Paliaga, specialista in gregoriano, ricorda che secoli fa gli architetti costruivano le chiese pensando alle voci che le avrebbero abitate. Davanti alle cattedrale gotica di Chartres mi ero reso conto che i doccioni erano fatti in modo che, scaricandosi con la pioggia, generassero armonia. Il secoli del Medioevo non erano affatto bui.
C’è in Italia un’energia corale inespressa di cui forse la Chiesa deve tenere conto, anche se si tratta di musica spesso profana. Più di duemilacinquecento cori, in gran parte al Nord, di cui oltre quattrocento nel Friuli-Venezia Giulia. Crescono, nonostante la tirannia del web, nonostante gli smartphone, al punto che si sono dovuti indire degli stati generali della coralità nazionale, la cui prima edizione — affollatissima — sarà aperta proprio domani a Roma, al Centro congressi di via Cavour. E che dire del festival di primavera a Montecatini, dove arrivano tremila ragazzi al colpo con insegnanti da tutto il mondo. Sono realtà che non significano necessariamente qualità, ma che indicano un bisogno.
Stiamo assistendo a un’evoluzione rapidissima di cui non sappiamo ancora il punto d’arrivo. Sempre più giovani si mettono a cantare assieme, racconta Walter Giacopini del gruppo veronese “Ecce Coro”, ma cercano anche di uscire dallo stereotipo delle sale da concerto, per organizzare flash mob per riabilitare non-luoghi come tangenziali, piste ciclabili, stazioni, supermercati. Il che vale anche per la musica sacra, se è vero che lo stesso De Marzi, a ottant’anni, ha scelto di frammentare i suoi Crodaioli in una rete di pattuglie corsare, da mettere sulla strada per ricondurre i credenti all’armonia naturale, mortificata nelle chiese dai «verseggiatori del sabato». Un mondo da scoprire.

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