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Mattarella e la macchia indelebile

26.01.2018 11:27

"Le leggi razziali sono la conseguenza dell'idologia di sopraffazione, autoritarismo e supremazia tipica del fascismo. Ecco perchè il capo dello Stato respinge il riduzionismo risorgente, che cerca di distinguere i presunti meriti del Regime dai suoi errori" (Ezio Mauro, La Repubblica del 26 gennaio 2018)

Ci sono due modi di confrontarsi con la memoria. Il primo è la contemplazione archeologica di un reperto del passato. Il secondo è la relazione pedagogica con ciò che noi siamo e con ciò che vorremmo essere: per capire se abbiamo fatto i conti con la lezione della storia o se viviamo in un presente disincarnato ed estemporaneo, dove ogni improvvisazione è possibile, perché è saltato qualsiasi vincolo culturale, politico e morale con le responsabilità che nascono dalla nostra vicenda nazionale.
Ieri, nel ricordare il giorno in cui i cancelli di Auschwitz si sono aperti sull'orrore, il presidente della Repubblica si è fatto carico fino in fondo di questa responsabilità del passato chiedendo di fatto scusa agli ebrei italiani per i crimini commessi dal fascismo che si era impossessato dello Stato, deformandolo.
È un atto che mancava e che era doveroso, perché va al di là della memoria, della solidarietà e della stessa condivisione. La denuncia dell'orrore italiano nato con le leggi razziali e il manifesto della Razza diventa infatti un impegno della Repubblica e della democrazia italiana contro le tentazioni razziste, xenofobe, discriminatorie, contro le insorgenze isolate e ignoranti di un richiamo postmoderno al fascismo come espressione materiale, situazionista, testimoniale di antagonismo sociale.
Riaffermando l'unicità della Shoah nella storia dell'occidente, Mattarella ha ricordato il consenso che accompagnava i carnefici, senza che le radici di umanità e di pietà, le conquiste della scienza, della cultura, dell'arte, e quindi del progresso e della civiltà – potremmo dire la "bellezza" dell'Europa – agissero da freno e da schermo: ma anzi permettendo che le persone venissero prima ridotte a numeri, liste, elenchi, cose e oggetti, spogliati di ogni dignità e di ogni diritto, come talvolta capita nuovamente.
L'Italia ha partecipato a questa discesa nell'abisso: non solo con la caccia agli ebrei da parte della repubblica di Salò e con la deportazione, ma con la "pagina infamante" e la "macchia indelebile" delle leggi razziali che portarono alla schedatura, alla discriminazione, all'esclusione dalla vita civile, alla concentrazione nei campi di lavoro dei cittadini ebrei. Nel consenso, nella complicità e nell'indifferenza della cultura, della politica, della pubblica opinione.
Ma le leggi razziali non sono un semplice errore, bensì una diretta conseguenza dell'ideologia di sopraffazione, autoritarismo e supremazia tipica del fascismo, dunque perfettamente coerenti e conseguenti ad una politica che sopprime il pluralismo politico, imbavaglia i giornali, calpesta l'opposizione, cancella la democrazia istituzionale. Ecco perché Mattarella respinge il riduzionismo risorgente, che oggi cerca di distinguere i presunti meriti del fascismo dai suoi errori. La lettura è opposta: proprio le norme sulla razza "rivelano il carattere disumano" del regime e il "distacco definitivo" della monarchia dai valori del Risorgimento e dai principi dello Statuto.
Con questa testimonianza il Capo dello Stato condanna la banalizzazione del fascismo praticata oggi quotidianamente, e distrattamente introiettata dal sistema politico e culturale, la riduzione della dittatura a vizio del carattere nazionale, la derubricazione del regime ad ambiguità politica, incidente casuale, esperimento italico, folclore della storia.
Questa condanna si accompagna al recupero del nesso troppo facilmente smarrito in questi anni tra la Resistenza (come moto nazionale autonomo di ribellione alla dittatura), la riconquista della democrazia, la Costituzione, la nascita della Repubblica e delle sue istituzioni. Una Repubblica, ricorda il presidente, che "si è definita e sviluppata in totale contrapposizione al fascismo", una Costituzione che all'articolo 3 rifiuta ogni discriminazione. Un Paese che proprio per questo deve sentire il dovere oggi "di riconoscere che un crimine turpe e inaccettabile è stato commesso nei confronti dei nostri concittadini ebrei".
Si afferma così, insieme, l'unicità e l'universalità della persecuzione razziale antiebraica, davanti a rischi di antisemitismo, di razzismo, di intolleranza e di odio che ritornano oggi: non vanno ingigantiti, dice Mattarella, sapendo però che all'ombra della globalizzazione timori identitari e paure per il futuro possono far riemergere fantasmi del passato, quando la semplificazione della storia suggerisce scorciatoie pericolose.
Una democrazia costituzionale consapevole delle sue radici, che comportano obblighi e doveri, è una risposta a questi pericoli. Una Repubblica cosciente della sua storia è una garanzia: quando le istituzioni sanno leggere i segni del passato, non quando si propongono, come avveniva qualche anno fa, di abolire il 25 aprile.