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E' morto Pierluigi Cappello, il poeta-vasaio che sognava 'inniò'

02.10.2017 16:41

Omaggio a un grande poeta contemporaneo morto ieri (Maurizio Crosetti, La Repubblica del 1° ottobre 2017)

Se c'era una cosa che veramente faceva imbufalire Pierluigi Cappello era ascoltare quella banalità, sempre la stessa: "Tu soffri tanto, tu sei su una sedia a rotelle da una vita, per forza scrivi così". Lui ripeteva invece di essere un poeta malgrado la fragilità fisica, non grazie ad essa. L'ha spiegato a tutti per più di dieci anni trascorsi in una baracca del terremoto a Tricesimo, Udine, un prefabbricato donato dall'Austria al Friuli dopo l'ecatombe del 1976. Tra scatoloni, fotografie, matite, sigarette e bottiglie veniva ogni tanto un topo a farsi una passeggiata, oppure uno scroscio di pioggia dal tetto che non teneva più.
Pierluigi picchiava contro gli spigoli, muovendosi su quelle ruote che erano le sue gambe da quando ebbe l'incidente in moto: 16 anni lui, una promessa dell'atletica leggera, gli stessi del suo amico che morì sul colpo. "Ma sarei diventato poeta lo stesso, anzi di più, anche meglio".
Pierluigi era un uomo bellissimo. Forse non è questa la prima cosa che si dovrebbe dire di lui, ma lo era. Sosteneva che il poeta è un vasaio, l'ultimo artigiano rimasto. Riempiva di pensieri e spunti le sue agendine nere, i post-it che incollava dappertutto, e non aveva fretta. Cesellò appena trenta poesie negli ultimi 6 anni strappati a una sofferenza fisica indicibile, dopo che la legge Bacchelli era finalmente riuscita a levarlo dalla baracca. Ma era ugualmente una vita grama, nessuno può campare di poesia, neppure un Premio Viareggio come Pierluigi: 700 euro al mese di pensione d'invalidità, i gettoni di qualche serata di letture, un po' di lezioni ma poche perché il suo corpo si affaticava presto, e ogni spostamento richiedeva la mobilitazione di tanti amici. Lui li portava tutti nel petto, "gno cûr", mio cuore. La lingua friulana è stata il suo doppio registro, la parola delle radici, il suono forte e duro per dire l'indicibile.
È stato molto letto e molto amato, Pierluigi Cappello che ammirava l'anima di grafite delle matite, "la possibilità di cancellare e tornare indietro, magari lo si potesse fare davvero". Ogni giorno la sua vicina di casa, la signora Marisa, anche lei accampata tra quattro assi traballanti (il terremoto come dolore che incombe, spaventa e minaccia, nodo tagliato, malanno che può sempre tornare) bussava alla porta con un tòc tòc gentile e chiedeva a Pierluigi se servisse qualcosa, e lo aiutava in una piccolissima cosa tra le tante che occorrevano e chiedevano il conto. Tutto lì intorno era simbolico e concreto, il sentimento del crollo continuo, le scosse che sfregiano la terra e il respiro, la resistenza, la ricostruzione quotidiana di sé. "Fuori il sole/è fiorito sui rami, sorridente/fra me che scrivo e la parola niente".
Parola dialogica, parola di scavo e d'incanto quella di Cappello, lo stesso dei bambini che prendono in mano i colori. "Giù, nel piccolo pugno, il pastello teneva/finestre aperte su un cielo grande,/lontano da noi." Ma nessuna romanticheria, nessuna concessione alla fragilità del corpo che da dentro grida. "Il poeta non scrive della rosa ma di questa rosa, delle sue sfumature, della sua breve durata". Considerava il dialetto "un modo per allargare la tastiera, un più ricco registro espressivo e un'occasione di convivenza troppo spesso sprecata". Dopo anni trascorsi a modellare la creta dei versi con le mani, Pierluigi si era cimentato anche con la narrativa e il suo sguardo era sempre pieno di stupefatto nitore, un ramo puntava l'azzurro del cielo e subito il pianto lo bagnava. "Ci si sfila dal mondo così,/come da un vestito stanco delle feste,/quando viene la sera".
La sera di Pierluigi Cappello è infine venuta dopo troppa fatica sopportata, una sera scesa davvero come liberazione. Quanto mancheranno agli amici quegli occhi puliti e freschi come finestre spalancate nel vento del mattino, e il suo modo di leggere le parole ad alta voce, la profondità di quel suono. "Non ci siamo sposati, io e il mio dolore siamo una coppia di fatto" diceva, sorridendo ma senza concedere neppure un punto all'avversario. Altro che alleato, un ingombro semmai e non solo nel momento della scrittura. Tutto, per Pierluigi, era sforzo sovrumano eppure nessuno è riuscito ad essere più umano di lui, si trovasse tra i topi o immerso nel profumo del calicanto che in pieno inverno annuncia un'altra vita. Adesso bisogna immaginarlo libero, finalmente. Nella lingua friulana c'è una parola bellissima e intraducibile, "inniò", si potrebbe dire "in nessun dove". Ecco, il caro Pierluigi ora è lì. "Jo? Jo o voi discôlç viers inniò",/i siei vôi il celest, piturât di un bambin". "Io? Io vado scalzo verso inniò, i suoi occhi il celeste, pitturato da un bambino".

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