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La crisi di solidarietà che riguarda tutti noi

11.05.2016 16:07

Ban Ki-moon, segretario generale dell’Onu, annuncia un rapporto sulle migrazioni, fenomeno ormai di portata globale che va considerato più che un problema di numeri, una crisi e una sfida di solidarietà. In vista di un vertice umanitario mondiale, convocato a Istanbul il 23 e 24 maggio, e un’Assemblea generale delle Nazioni Unite a settembre, parla della necessità di misure per “migliorare la governance” e un accordo “globale per migrazioni sicure, ordinate e regolari” (Corriere della Sera dell'11 maggio 2016)

L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite vedrà i governanti mondiali incontrarsi in settembre per affrontare una delle sfide decisive del nostro tempo: dare una risposta ai movimenti di massa di rifugiati e migranti. Guerre, violazioni dei diritti umani, sottosviluppo, cambiamenti climatici e disastri naturali stanno costringendo ad abbandonare le proprie case un numero di persone più alto che in qualunque altro periodo storico di cui si abbiano dati affidabili. Più di sessanta milioni di individui, metà dei quali bambini, si sono lasciati alle spalle violenze e persecuzioni, divenendo così rifugiati e profughi. Altri 225 milioni sono migranti partiti dai loro paesi in cerca di migliori opportunità o semplicemente per sopravvivere.
Tuttavia questa non è una crisi di numeri: si tratta piuttosto di una crisi di solidarietà. Quasi il novanta per cento di tutti i rifugiati nel mondo è ospitato in paesi in via di sviluppo. Otto Stati ospitano più della metà dei rifugiati totali nel mondo. Appena dieci paesi forniscono il settanta per cento delle risorse finanziarie che nel bilancio Onu sono destinate allo scopo. In presenza di un’equa condivisione di responsabilità i paesi ospiti non sarebbero in crisi. Possiamo permetterci di prestare aiuto, e sappiamo cosa occorra per gestire tali massicci movimenti di rifugiati e migranti. Eppure troppo spesso ci facciamo confondere da paura e ignoranza. Si finisce così per trascurare i bisogni umani, e la xenofobia prende il sopravvento sulla ragione.
I paesi in prima linea in questa crisi combattono ogni giorno per fronteggiare la sfida. Il 19 settembre, l’Assemblea Generale terrà un incontro di alto livello con l’obiettivo di potenziare i nostri sforzi per il lungo periodo. Affinché la comunità internazionale colga tale opportunità, ho pubblicato un rapporto, intitolato In Sicurezza e Dignità, che contiene raccomandazioni sulla maniera in cui il mondo possa adottare un’azione collettiva più efficace.
Occorre innanzitutto riconoscere la nostra comune umanità. Milioni di persone sono state esposte a sofferenze estreme nei loro spostamenti. Migliaia di loro sono morti nel Mediterraneo, nel Mare delle Andamane, nel Sahel, in America centrale. Rifugiati e migranti non sono «altri»; la loro diversità è quella tipica del genere umano. I movimenti di persone sono un fenomeno di portata globale che richiede una condivisione globale di responsabilità. In secondo luogo, lungi dal rappresentare una minaccia, rifugiati e migranti contribuiscono alla crescita e allo sviluppo sia dei paesi ospiti sia degli Stati di origine. Meglio essi si integrano e migliore sarà il loro contributo alla società. C’è dunque bisogno di maggiori misure per promuoverne l’inclusione sociale ed economica.
Inoltre, i governanti a tutti i livelli hanno la responsabilità di pronunciarsi con forza contro discriminazione e intolleranza e di contrastare quanti cerchino di ottenere voti istillando la paura e la contrapposizione. E’ ora di costruire ponti, non muri, tra la gente. Quarto: occorre prestare maggiore attenzione alle cause prime degli spostamenti forzati di popolazione. Le Nazioni Unite continuano a rafforzare la propria attività di prevenzione dei conflitti, di risoluzione pacifica delle controversie e di contenimento delle violazioni dei diritti umani prima che degenerino. In quinto luogo, vanno rafforzati i sistemi internazionali di gestione di movimenti di massa, in modo che incorporino sempre elementi di tutela della normativa dei diritti umani e garantiscano la necessaria protezione. Gli Stati debbono onorare I propri obblighi internazionali, compresa la Convenzione sui rifugiati del 1951. I paesi di prima destinazione dei rifugiati non dovrebbero essere abbandonati a se stessi nella valutazione delle richieste. Il mio rapporto propone un accordo «globale di condivisione della responsabilità per i rifugiati».
C’è urgente bisogno di fare di più per combattere i trafficanti di uomini, salvare e proteggere le persone nei loro spostamenti, garantirne sicurezza e dignità alle frontiere. Sarà decisivo avere un numero maggiore di percorsi ordinati e legali, in modo da non dover indurre gente disperata ad affidarsi a reti criminali nella propria ricerca di sicurezza. Il numero dei migranti è destinato a crescere in conseguenza di ridotte opportunità professionali, di movimenti e comunicazioni più agevoli, di crescenti disuguaglianze e di cambiamenti climatici. Il mio rapporto propone misure importanti per migliorare la governance globale in questo settore, tra cui un accordo «globale per migrazioni sicure, ordinate e regolari». Ben lungi dall’essere insormontabili, le crisi di rifugiati e migranti possono essere affrontate da Stati che agiscano da soli. Oggi, privando milioni di rifugiati e migranti dei loro diritti basilari, è il mondo stesso che si priva dei benefici che essi possono offrire.
Il vertice umanitario mondiale convocato a Istanbul il 23 e 24 maggio cercherà un nuovo impegno da parte di Stati e altri attori a lavorare insieme a tutela delle persone e per accrescere la capacità di adattamento. Mi aspetto che l’incontro di settembre all’Assemblea Generale possa poi indirizzare il cammino verso soluzioni alle esigenze più immediate e impegnare i governanti mondiali ad adottare una maggiore cooperazione su scala mondiale su questi temi. Gli esseri umani si sono spostati da una parte all’altra del pianeta per millenni, per scelta o perché costretti, e continueranno a farlo in un prevedibile futuro. Solamente se saremo in grado di adempiere al nostro dovere di proteggere quanti fuggano da persecuzioni e violenza e di cogliere le opportunità che rifugiati e migranti offrono alle loro nuove società, potremo guardare a un futuro più prospero e giusto per tutti.