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Tra le rive del Mediterraneo serve dialogo sui migranti

16.04.2015 13:49

Da sola l'Italia non può farcela. Le soluzioni facili non ci sono. Il Paese deve sapere che ha di fronte una grave crisi di portata storica. Al contempo deve sentirsi sicuro che si sta facendo tutto quello che si deve e si può fare ... (Mauro Magatti, Corriere della Sera del 15 aprile 2015)

Per come si stanno mettendo le cose, il problema dei profughi rischia di travolgerci. Non tanto economicamente, quanto politicamente: in un Paese provato da una lunga recessione e con livelli di fiducia istituzionale che rimangono pericolosamente bassi, quello che sta accadendo nel Mediterraneo può diventare la miccia di un incendio democratico.
Vanno ascoltate le ragioni di chi predica prudenza. Perché ci troviamo davanti a un fenomeno di portata tale da mettere in crisi qualsiasi logica di accoglienza. E non è solo un problema di numeri.
Buona parte di coloro che riempiono oggi i barconi viene da storie di violenza, fame, miseria. Il miraggio di trovare salvezza in Europa, per qualcuno si potrà concretizzare; per altri, forse molti, si rivelerà solo un'illusione che rischia di intrappolarli nuovamente. Semplicemente perché diventare «adeguati» a quelli che sono gli standard di una società avanzata - e così avere accesso ad una vita dignitosa - è un percorso lungo e irto di difficoltà. Che comincia, non finisce, il giorno in cui si mette piede sulle coste di Lampedusa.
Su tutto ciò si può senz'altro convenire. Mettendo in chiaro che tutt'altra cosa è speculare in chiave elettorale sopra il dramma di cui siamo spettatori.
Allo stesso modo, non vanno negate le ragioni di chi dice che non possiamo sbattere la porta in faccia a chi sta morendo in mare. Ne va della nostra umanità e, per questa via, della nostra civiltà. E il tessuto democratico che si corrompe quando l'opinione pubblica non reagisce più di fronte a violenza o ingiustizia conclamate. E tuttavia, chi sostiene questo argomento deve avere la responsabilità di dire da dove pensa di prendere le risorse che servono. Assicurandosi il consenso necessario. A partire dalla ammissione che i programmi di inserimento, oltre a essere costosi, lasciano ancora molto a desiderare. E che, in alcuni casi, finiscono persino per creare sacche di corruzione e di rendita: come abbiamo visto a Roma, si specula anche sulla pelle dei profughi.
Per superare la crisi si dovrebbe lavorare con i Paesi di origine. Ma non lo abbiamo fatto quando era (forse) possibile. E oggi la situazione è fuori controllo e lo resterà a lungo.
In mezzo, ci sono i delinquenti che si arricchiscono con l'indegno commercio di uomini e donne inermi. Nel caos in cui ci troviamo, almeno su un punto si deve essere tutti d'accordo: gli scafisti vanno combattuti con più severità.
Non si dimentichi che l'impotenza è un virus pericoloso. Specie per una democrazia fragile.
Dunque, non si millantino soluzioni che non ci sono. Il Paese deve sapere che ha di fronte una grave crisi di portata storica. E, nel contempo, deve sentirsi sicuro che si sta facendo tutto quello che si deve e si può fare per trovare una misura utile a costruire, un po' alla volta, una via d'uscita.
Ciò richiede di lavorare su tre fronti.
In primo luogo, i barconi vanno intercettati e i responsabili arrestati con la massima determinazione, trovando una sintesi più avanzata tra Mare Nostrum e Triton. Un'azione di questo tipo costituisce, ad oggi, l'unico deterrente efficace. Se non ci sono gli strumenti giuridici adatti, occorre crearli o correggere quelli esistenti. In passato era stato inventato il reato di immigrazione clandestina. Oggi occorre inasprire le pene per chi traghetta a pagamento uomini e donne ridotte alla fame, equiparando tale reato al commercio di esseri umani.
In secondo luogo, occorre rivedere la catena dell'intervento che comincia con la gestione dell'emergenza. Comunque vada, ci saranno altri profughi da accogliere. Con costi da sopportare, ma, auspicabilmente, anche con prospettive da costruire. I centri dove oggi vengono ospitati rimangono un tassello insufficiente. I tanti giovani che stanno arrivando sulle nostre coste possono persino diventare una risorsa. A condizione che decidiamo di stabilire con loro un patto costruttivo. Facciamogli firmare un «contratto di cittadinanza», in cui sia chiaro cosa possiamo offrirgli e cosa gli chiediamo. E fissiamo delle quote annue, proporzionate alla capacità di accoglienza che vogliamo mettere in campo. Oltre alle quali non si potrà comunque andare.
In terzo luogo, il tempo è maturo perché l'Italia si faccia promotrice dì una conferenza internazionale a cui siano chiamati a partecipare, oltre alla Ue, i Paesi costieri del Nord Africa e quelli da cui i flussi sono più intensi. Allo scopo di coordinare meglio gli interventi, verificare le risorse disponibili, combattere le infiltrazioni terroristiche, definire nuovi strumenti giuridici, responsabilizzare le comunità di provenienza.
Non sempre le nostre azioni sono in grado di determinare il risultato desiderato. Ma ciò non ci esime dalla responsabilità di metterle in atto. Soprattutto in democrazia.