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Per la scuola un anno costituente, la crisi è un'occasione

25.05.2020 17:11

Sarà un anno costituente, il prossimo, per la nostra scuola, chiamata a superare i limiti della didattica a distanza ma anche a far tesoro di un'esperienza che può servire a rinnovare il modo di insegnare. Occorre però preparare da subito il rientro in aula, aprendosi a collaborazioni con associazioni, comuni, Terzo Settore. Lo sostiene Marco Rossi Doria in un'intervista a Diego Motta che compare oggi, 25 maggio 2020, sulle pagine di "Avvenire".

Ha incontrato decine di scuole a distanza, in questi mesi di quarantena, Marco Rossi Doria. Ha osservato l’impegno degli insegnanti (“Sono una minoranza quelli che in una situazione del genere non si sono attivati” dice) e la velocità di adattamento degli studenti. «Ne è nato un modello di classe rovesciata molto interessante: spesso sono stati i ragazzi ad aiutare gli adulti, in una forma cooperativa efficace».

Per il maestro di strada divenuto sottosegretario all’Istruzione ai tempi dei governi Monti e Letta, la stagione che abbiamo davanti ha due facce: quella della più grande crisi, «educativa e sociale», che si sia mai vissuta in Italia dal secondo dopoguerra e insieme quella della svolta obbligata. «Il prossimo sarà un anno costituente» spiega, scandendo tempi e modi della rivoluzione che si preannuncia. «La scuola deve cogliere questa occasione per cambiare».

In quale direzione, però? I passi cui abbiamo assistito in questi mesi sono l’opposto di una strategia coerente, mentre all’estero si riparte proprio dai bambini nelle classi...
La commissione presieduta da Patrizio Bianchi sta lavorando bene, anche se non sono state chiare fin dall’inizio le regole d’ingaggio. Non possiamo pensare di tornare a un modello di istruzione ottocentesco. Abbiamo bisogno di un’alleanza tra Comuni e Terzo settore, che coinvolga anche le parrocchie e i volontari, oltre naturalmente a tutto il personale scolastico. Bisogna partire subito, nel nord Europa lo stanno già facendo a piccoli gruppi.

Intende dire che non bisogna aspettare settembre per la riapertura delle classi?
Certo. Si parta a giugno, in spazi aperti. I più piccoli sono la priorità, parlo della fascia 0–6. In molti casi, gli educatori affiancavano già le maestre nei progetti per l’infanzia. E di certo, non possiamo pensare che le maestre, in nome della sicurezza, diventino adesso dei carabinieri. Per preadolescenti e adolescenti è più facile e ciò che verrà fatto in estate servirà per il dopo. La regola deve essere quella di garantire protezione da possibili nuovi contagi senza assilli, permettendo di fare passi avanti sui momenti in presenza, con numeri limitati.

Che bilancio fa di questi mesi di teledidattica?
Per la prima volta un’intera generazione, circa 9 milioni di persone da 0 a 18 anni, è rimasta chiusa in casa. Come Forum Disuguaglianze Diversità, abbiamo riscontrato da parte degli studenti una generale collaborazione e un buon tasso di apprendimento. Sono diminuiti bullismo e cyberbullismo e in alcuni casi si sono ribaltati i ruoli che ci sono nelle aule: gli alunni più timidi a scuola sono stati i più attivi nei programmi a distanza, i leader hanno invece sofferto per la mancanza di socialità.

Per professori e genitori non è stato facile e in molti casi la famiglia ha dovuto sostenere il peso più grande della formazione. Non è così?
Distinguerei tra una minoranza di professori che non si è attivata, è stata poco empatica e ha fatto i passi necessari malvolentieri e una maggioranza dove si è verificata una circolarità virtuosa: molti si son detti “dobbiamo darci da fare”, serve una maggiore integrazione. Da qui la scoperta dei nuovi media tecnologici, che sono serviti. La didattica frontale nelle classi ha ormai fatto il suo tempo, bisogna ammetterlo. Tutto ciò ovviamente è stato possibile grazie anche all’accordo tra casa e scuola: è stato un accordo direi di genere, con le donne protagoniste. Mamme da una parte, insegnanti dall’altra. Una specie di riconoscimento reciproco.

Chi sono stati invece gli esclusi?
Tanti, purtroppo. I 270mila alunni con insegnante di sostegno, gli 800mila ragazzini stranieri che hanno pagato dazio alla mancanza di device, anche se scuole e presidi si sono attivati in tante parti d’Italia in modo ammirevole. La connessione alla Rete in queste settimane è diventata un fatto di cittadinanza. Non dimentichiamo che un milione di ragazzi poi è caduto dalla povertà relativa in povertà assoluta, raddoppiando di fatto il numero dei bambini a rischio in quella fascia. La lotta alla dispersione scolastica è ancora di più una priorità, adesso.

Dal punto di vista politico, cosa è mancato in questa fase?
Un coordinamento con gli enti locali, sotto la regia della presidenza del Consiglio, che valorizzi il forte protagonismo dei Comuni. Scuola e diritto allo studio non possono diventare secondari. Cogliamo tutti questa occasione per cambiare.