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Ma la scuola si complica nella fase 2

18.04.2020 12:28

Su La Stampa di sabato 18 aprile 2020 Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli, prova a immaginare come potrà essere la ripresa delle attività didattiche in presenza, partendo da ciò che sta avvenendo o si prevede che avvenga in altri Paesi europei. Questioni sulle quali andrebbe da subito avviata la riflessione, per non giungere impreparati ad un "ritorno in classe" che almeno nell'immediato non potrà essere un semplice ripristino di consuete modalità.

La Danimarca da due giorni, la Germania il 4 maggio, la Francia l'11. Le famiglie italiane si chiedono: perché in altri Paesi le scuole riaprono, mentre in Italia se ne riparlerà a settembre? Giusta domanda, ma la risposta deve evitare semplificazioni. Macron ha annunciato che la scuola francese ripartirà privilegiando gli studenti più fragili, senza spiegare come. In Germania riapriranno a tappe, partendo dagli ultimi anni di elementari e superiori, con rigide misure di distanziamento, classi più piccole. E riducendo il numero delle materie a quelle ritenute essenziali: tedesco, matematica, inglese (chissà perché non scienze?).
Vediamo la Danimarca, Paese poco toccato dal virus e l'unico che finora abbia provato davvero a riaprire le scuole. Come l'ha fatto? La foto del 16 aprile su La Stampa spiega più delle parole: con un distanziamento di almeno 2 metri, riducendo le classi a 10-11 allievi per insegnante, accorciando gli orari. Inoltre, facendo lezione all'aperto laddove possibile. Per chi ha riaperto le scuole, la Danimarca? Per ora, solo per gli under 12. Va detto, peraltro, che il 35% degli istituti non è ancora pronto a riaprire. E che molti genitori si sono ribellati alla ripresa scolastica, temendo per la sicurezza dei figli (e la famiglia là è meno protettiva che qui).
In Italia, colpita molto più duramente dal virus, giustamente gli esperti sanitari vedono le scuole – luoghi di fisiologico assembramento – come potenziali focolai di ripresa epidemica. Perciò si proverà a riaprire a settembre. Ma con gli stessi problemi e vincoli della Danimarca e degli altri Paesi. Intanto, tenere il distanziamento a scuola è difficilissimo. Se dovesse essere di 2 metri – come a Copenhagen – per una classe di 20 alunni servirebbero aule di almeno 125 metri quadrati. La dimensione media delle aule italiane è poco più di un terzo. Ma la difficoltà prosegue nei corridoi, sulle scale, all'ingresso, fin dai mezzi pubblici.
Le soluzioni non potranno che essere miste e spesso da adattare alle singole situazioni. Ridurre il numero degli allievi in classe, immaginare forme di turnazione e accesso differenziato, estendere la frequenza al pomeriggio e dunque anche il lavoro dei docenti, modificare il monte ore, utilizzare per la lezione anche altri spazi, inclusi cortili e aree verdi (che da noi sono circa due terzi della superficie a terra delle scuole, sebbene con forti differenze per epoca di costruzione), forse immaginare – come a Berlino – una selezione delle materie. E altro ancora. Penso, però, che in ogni caso si dovrà fare un mix di ingredienti diversi per trovare la ricetta giusta, che per ora nessuno ha. Un ruolo avrà ancora la didattica a distanza. Non perché si voglia sostituirla alla didattica in presenza, che resta essenziale e il cuore del processo educativo. Ma, poiché non tutti potranno rientrare nello stesso momento, la DaD è una buona risorsa in più, specie alle superiori.
Con chi riaprire? Forse è giusto pensare anche qui ai più piccoli. Per loro, dal punto di vista pedagogico, stare fisicamente a scuola è ancora più necessario e la didattica a distanza è meno efficace. Inoltre, non possono rimanere da soli a casa, limitando così la possibilità dei genitori di andare al lavoro. Sono anche quelli, però, a cui è più difficile fare capire e rispettare la necessità del distanziamento. Per non parlare delle mascherine.
Per la fase 2 della scuola risposte semplici e lineari non esistono. Abbiamo quattro mesi per pensarne di articolate e adeguate.

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