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Vanier, l'Arca dei senza parola

10.09.2013 18:55
Categoria: Sguardi Diversi

Oggi, martedì 10 settembre, Jean Vanier, compie 85 anni. In questa intervista di Maryvonne Buss, proposta in Agorà - Avvenire dell'8 settembre scorso, racconta come è nato il suo impegno a lavorare con coloro che soffrono di handicap fisici e mentali.

"Il cuore del cristianesimo? Sono la debolezza e la tenerezza. Dobbiamo assolutamente conservare una spiritualità della piccolezza"

L’alta figura si è svuotata, ma l’entusiasmo resta intatto. Il fondatore della Comunità dell’Arca rilegge lo straordinario cammino che l’ha condotto all’accoglienza incondizionata dei disabili. Incontro con una vedetta del nostro tempo.

Jean Vanier, lei abita da 49 anni a Trosly-Breuil, il villaggio francese dove ha fondato l’Arca. Ma adesso lei vive in una nuova casa...
«Abito qui dal 17 dicembre 2011. Il posto si chiama la Casa di Lazzaro e ho scoperto di recente che il 17 dicembre è proprio la festa di san Lazzaro. Non so se sia un segno, però ne sono stato felice»:

Questo trasloco significa che, per l’età, lei desidera mettersi un po’ in pensione?
«Per dirla tutta, questo spostamento mi è stato in parte imposto. Qui sono come un pascià! Ho un bellissimo giardino, dove vedo il sole alzarsi la mattina. Sono vicino alla fattoria che è il centro spirituale dell’Arca, al foyer di Val Fleuri dove mi reco per i pasti. E ho un ingresso diretto alla cappella attraverso la porticina qui a fianco. Fare tre o quattro volte al giorno andata e ritorno dalla mia casa precedente era diventato troppo faticoso per le mie gambe».

Lei compirà 85 anni martedì prossimo. È l’ingresso nella «vera» vecchiaia?
«In realtà fisicamente la grande vecchiaia non la sento ancora, anche se si avvicina. Ho ancora abbastanza vitalità».

La sua attività lo testimonia: conferenze, viaggi, animazione di ritiri...
«Non viaggio quasi più; il mio ruolo principale adesso è predicare ritiri qui a Trosly. È una grazia straordinaria che un laico come me possa offrire insegnamenti a un pubblico tanto vario: persone senza domicilio, preti, divorziati risposati... Mi piacciono i momenti in cui ci riuniamo in piccoli gruppi di 7 od 8 persone non per cercare "la" verità, ma perché ognuno dica quello che gli avviene dentro. E mi piace specialmente il penultimo giorno, quando proponiamo la lavanda dei piedi. Questo permette uno scambio meraviglioso».

Lavare i piedi, lasciarsi lavare i piedi, non è un gesto neutro...
«È un gesto che onora la debolezza. Quando ero assistente nel foyer, tutte le mattine facevo il bagno a persone molto handicappate che non parlavano. E proprio toccandole potevo rivelare a loro stessi il loro valore. Il corpo è il tempio di Dio!».

Anche nella vecchiaia il corpo permette uno scambio spirituale?
«Sì, certamente. Con le persone anziane, soprattutto coloro che soffrono di Alzheimer, non si tratta di predicare alcunché, ma di tenere loro le mani. È una cosa che abbiamo imparato all’Arca: la tenerezza. Osare toccare una mano, mettere il braccio intorno a qualcuno... Sono convinto che la tenerezza è una forma di evangelizzazione. Anche se, a prima vista, non sembra molto efficace: si può tenere una sola mano per volta!».

I giovani volontari che vengono numerosi all’Arca sono sensibili a questa dimensione di tenerezza?
«Ai giovani serve una sorta di scuola d’amore che insegni a passare dall’intelletto, dalla "testa", alla vera relazione. Non è facile amare qualcuno. Bisogna accettare di perdere un certo potere per entrare in comunione. Si tratta di umiltà».

Che cosa pensa dei volontari? Sono cambiati rispetto alle prime generazioni, quelle degli anni Sessanta?
«I primi avevano senz’altro maggiore speranza. Era il tempo degli hippies, delle utopie. Si poteva dire, con Paolo VI: "Mai più la guerra!". I giovani d’oggi soffrono molto: nella loro famiglia, a scuola, per la condizione del mondo... Ma quando si scoprono capaci di dare la vita a qualcuno più debole, è bellissimo! E quando lasciano l’Arca molti dicono: "Mi sento trasformato"».

Lei pensa che questa dimensione affettiva non venga abbastanza studiata?
«Le racconterò un’esperienza molto interessante. Quando insegnavo etica all’università di Toronto, avevo preparato dei corsi straordinari sulla giustizia. Ma ogni giorno c’erano meno studenti in aula... Allora ho cambiato direzione e mi sono messo a tenere corsi sull’amicizia, l’amore e la sessualità: la classe si è riempita, anzi c’è stato bisogno di un’aula più grande».

L’Arca conosce un successo mondiale, con le sue 140 comunità di vita in Europa, India, Siria... Lei non ha figli biologici, ma eredi in tutto il mondo!
«Non sono io che ha fatto passare il messaggio: sono le persone con handicap, è il loro grido per essere ascoltate. L’Arca è un movimento riconosciuto internazionalmente. Me ne rallegro, è bello essere riconosciuti! Ma il pericolo è crescere troppo in fretta e voler diventare "la" soluzione, invece di restare un segno».

L’Arca potrebbe perdere il suo carisma di partenza? Diventare un sistema, un marchio?
«È un rischio palese. Il mondo moderno ci spinge a istituzionalizzarci. Invece bisogna assolutamente conservare una spiritualità della piccolezza; è la caratteristica dell’Arca. Sono convinto che il futuro della Chiesa passerà attraverso piccole comunità come le nostre: comunità felici, appassionate, di preghiera, che vivono con i poveri. E abbastanza piccole perché ciascuno vi sia riconosciuto importante».

Prossimità, povertà... Sono parole che oggi si trovano sulla bocca di papa Francesco. Lo Spirito ha soffiato?
«Qualcosa è avvenuto. E non tocca solo i cattolici, ma anche gli evangelici degli Stati Uniti, gli ortodossi, le persone lontane dalla Chiesa... Ci voleva per la Chiesa un visionario come Giovanni Paolo II, ci voleva Benedetto XVI per riportare l’equilibrio. Ma con Francesco, ecco un Papa che dice: "Voglio una Chiesa povera, insieme a voi". È straordinario! Andiamo verso una Chiesa nuova».

Per affrontare un argomento d’attualità in Francia: il famoso «matrimonio per tutti». Come una Chiesa della compassione può esprimersi in materia?
«La tensione esiste, ma bisogna andare oltre. Il problema è l’adozione dei bambini. "genitore 1", "genitore 2": no! Il bambino ha bisogno dell’uomo e della donna. Però non lasciamoci prendere dal panico: la vita continua!».

I grandi ideali non bastano?
«No, bisogna impegnarsi concretamente. Non sono contro i dogmi, anzi sono a favore. Ma cominciamo ad aiutare concretamente le persone a rialzarsi. Bisogna ricordare che per secoli gli omosessuali sono stati considerati peccatori. In Canada, negli anni Sessanta, se due omosessuali fossero stati trovati nello stesso letto, potevano finire in carcere! Si è dovuto imparare a cambiare sguardo. Ed è destabilizzante, è vero».

La Chiesa è capace di lasciarsi destabilizzare?
«Certamente. L’ha fatto ad Assisi, con Giovanni Paolo II, entrando in dialogo con le altre religioni. Oggi accetta che le persone handicappate mentali ricevano la comunione. Comincia a capire che le donne rappresentano la metà dell’umanità... Sì, la Chiesa può cambiare. Non abbiamo paura di domandare nuovi doni allo Spirito!».

La preghiera può aiutarci?
«La preghiera ci aiuta a restare in presenza di Gesù, a lasciarlo prendere tutto il suo posto in noi. Mi piace pregare in silenzio, la mattina presto, nel mio letto. Mi sento unito a tutti quelli che hanno già fatto il passaggio verso il cielo e mi attendono lassù. Etty Hillesum, per la quale ho un rispetto immenso, ha scritto nel suo diario che siamo come pozzi riempiti di pietre. Togliere tutte queste macerie che ci impediscono di raggiungere Dio è il lavoro di tutta la vita».

Ce n’è ancora, di macerie?
«Un mucchio! Rimuoverle è una fatica quotidiana».

42 anni fa, in un’intervista, lei diceva: «Dio veglia su di noi, Dio non ci lascia». Ne è ancora convinto?
«Questa è la mia speranza!».

(© “Panorama”, Francia, e per l’Italia “Avvenire”, traduzione di Roberto Beretta)

Maryvanne Buss