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50 anni fa lo Statuto dei Lavoratori. Furlan: ora un vero patto sociale basato sulla partecipazione

19.05.2020 12:30

A cinquant'anni dall'approvazione della Legge 300, a tutti nota come Statuto dei Lavoratori, avvenuta il 20 maggio 1970, la segretaria generale della CISL, Annamaria Furlan, con una lettera al direttore di Avvenire ricorda l'evento e rilancia il tema di un necessario cambiamento delle regole del lavoro "attraverso relazioni industriali più moderne, più partecipative, adeguate alla prova della necessaria competitività e della globalizzazione". Questo il modo giusto di onorare una legge che segnò un passaggio fondamentale per dare concreta attuazione al "fondamento sul lavoro" della nostra Repubblica.

Caro Direttore, sono passati esattamente 50 anni dal 20 maggio 1970, la storica data in cui fu approvata la legge 300 che per tutti è conosciuta come lo 'Statuto dei lavoratori'. Fu indubbiamente una svolta per le relazioni industriali e la democrazia sindacale, frutto di anni di lotte operaie aspre per l’affermazione di diritti fondamentali e il rispetto della dignità del lavoro. Oggi molte cose sono cambiate negli assetti economici e nel mondo produttivo. È emersa sempre più in questi anni l’esigenza di proteggere tutte le forme di lavoro, soprattutto quelle più flessibili e atipiche, di garantire una tutela ad ogni persona che lavora. Offrire, insomma, una vera sicurezza economica e professionale ai lavoratori per tutto l’arco della loro vita.

Questo rimane uno dei grandi compiti del sindacato, un ruolo di rappresentanza e di sintesi oggi ancora più necessaria ed indispensabile per affrontare la fase difficile e complessa che stiamo vivendo a causa della pandemia. Stiamo, dunque, vivendo una nuova tappa nelle relazioni industriali nella quale saremo costretti a ridefinire anche il sistema di ammortizzatori sociali, il welfare, gli strumenti per garantire una formazione adeguata alla sfida digitale, e soprattutto nuove politiche attive per mettere tutti nelle condizioni di trovare una nuova occupazione. Non abbiamo bisogno di leggi, calate dall’alto, per regolare il mondo del lavoro ed estendere le tutele a chi oggi ne è privo. Il meglio del giuslavorismo italiano, d’altra parte, è sempre venuto dal recepimento degli accordi contrattuali più innovativi siglati tra le parti sociali. Ecco perché alla nuova Confindustria del Presidente Bonomi, ed alle altre associazioni imprenditoriali, oggi lanciamo una sfida: cambiamo insieme le regole del lavoro, rendiamo le nostre imprese più sicure, più innovative, attraverso relazioni industriali più moderne, più partecipative, adeguate alla prova della necessaria competitività e della globalizzazione.

Chiediamo e lavoriamo insieme al Governo per un grande 'patto sociale' in modo da gestire uno dei tornanti più difficili e più drammatici delle nostra storia, cambiando il nostro modello di sviluppo e ricostruendo profondamente il nostro Paese che non vogliamo più sia quello di prima. Un accordo di concertazione per ridisegnare l’economia a cominciare dagli investimenti nel Mezzogiorno, lo sblocco delle infrastutture, una vera sburocratizzazione, la sostenibilità ambientale, il riassetto del territorio, l’innovazione, la ricerca, la diffusione della banda larga. Uno sforzo straordinario di partecipazione delle parti sociali ai processi innovativi, dal Green New Deal, alla transizione digitale, attraverso progetti di formazione, riconversione, riqualificazione permanenti. Bisogna promuovere lo sviluppo, uscire dalle logiche solo assistenziali, ricostruire un tessuto produttivo frammentato e sfibrato da anni di crisi e dalla mancanza di investimenti capaci di sostenere reti, occupazione e produzione, anche alla luce dei grandi cambiamenti tecnologici in atto. Oggi dobbiamo, insomma , ripartire dalla centralità del lavoro.

Ci fa piacere che anche la Cgil parli oggi di forme di partecipazione dei lavoratori, un tema 'fondativo' per la Cisl. In un momento in cui lo Stato giustamente si fa carico di sostenere la ricapitalizzazione delle imprese, con compensazioni a fondo perduto dei mancati ricavi, aiuti specifici per i settori più colpiti, mobilitando ingenti risorse pubbliche, di tutti, il Governo si dovrebbe fare promotore di una legge di sostegno per allargare la governance delle aziende ai rappresentanti dei lavoratori e degli altri stakeholders. Oggi abbiamo una occasione storica per introdurre nel nostro Paese la democrazia economica, che è la vera garanzia per difendere e favorire gli investimenti in Italia di tutte le imprese, a partire da Fca. La partecipazione è la risposta lungimirante per stabilizzare un modello di gestione cooperativo. Potremmo utilizzare le risorse dei Fondi pensione complementari (stimate in 150 miliardi di euro) per sostenere l’economia reale del nostro Paese, per modernizzare il capitalismo italiano, renderlo più libero dalla finanza e anche più produttive le aziende attraverso il coinvolgimento dei lavoratori. Discutiamo di questo senza pregiudizi. Sarebbe il salto di qualità che già i nostri Padri della Costituzione avevano delineato per rendere più democratico il sistema economico: legare il destino delle aziende a quello dei lavoratori, finalizzare gli investimenti pubblici al bene comune del Paese.

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