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23.03.2020 - Attenti alla didattica online

23.03.2020 19:37
Categoria: SEF PLUS 2020

Una necessità, che offre molte occasioni, ma anche tanti pericoli. Questo pensa Donato De Silvestri della didattica on line, per la quale non gli mancano interesse ed esperienze. Anzi, forse proprio per questo, per non avere remore o pregiudizi sull'utilizzo di tecnologie per le quali non gli mancano conoscenza e dimestichezza, sente il bisogno di mettere in guardia dal rischio di rimanere costretti nei limiti dell'aula virtuale, "dove i tuoi alunni non li puoi 'annusare', guardare negli occhi, osservare dalla giusta distanza mentre LORO costruiscono assieme il loro apprendere".

E così la scuola è diventata improvvisamente online. È un bene? È una necessità, che offre molte occasioni, ma anche tanti pericoli. Mai ho trovato più calzante l’apertura delle Indicazioni Nazionali 2012: In un tempo molto breve, abbiamo vissuto il passaggio da una società relativamente stabile a una società caratterizzata da molteplici cambiamenti e discontinuità. Questo nuovo scenario è ambivalente: per ogni persona, per ogni comunità, per ogni società si moltiplicano sia i rischi che le opportunità.
Vorrei partire dalla fine, dal punto in cui troviamo per dire subito che provo un profondo disappunto per l’ennesimo neologismo che ci perseguita come un mantra illusorio, una sorta di parola d’ordine che aprirebbe tutte le porte, anche quelle che si sono improvvisamente chiuse: smart working. Nulla di più inappropriato. Perché lavoro intelligente? Sarebbe molto più giusto parlare di lavoro online, o di lavoro di necessità, perché onestamente io non trovo per nulla intelligente il dover lavorare in una desolante solitudine e rinunciare alla forza ed alla bellezza di un’interazione, che necessariamente si può solo simulare. Ad evitare possibili equivoci, chiarisco subito che non sono certo un nemico delle TIC, anzi, proprio il contrario. Ho cominciato ad interessarmi di applicazione di esse nella didattica nel 1980, prima ancora che i personal computer diventassero “personal”. Da insegnante ho realizzato i primissimi laboratori con computer che registravano su nastro, connessi a televisori dismessi portati da casa. Ho fatto ricerca con l’università sul potenziale cognitivo e metacognitivo dell’uso del computer in contesto educativo. Quando lavoravo per l’USR Veneto e Internet viaggiava su linea Isdn, con un collega abbiamo superato mille resistenze per far installare un sistema di videoconferenza che mettesse in comunicazione tutte le province e che evitasse di farti prendere un treno all’alba e rincasare alla sera per andare a Venezia a fare un giro di tavolo sull’andamento di un progetto. Nell’ultima parte del mio lavoro all’interno della scuola ho dato vita ad una delle primissime scuole digitali in Italia e sono stato responsabile degli acquisti delle Lim per mezza regione. Spero che questi miei coriandoli biografici siano intesi correttamente: nessun vanto, volevo solo dire che io conosco, amo ed uso tutto quanto è offerto dalle nuove tecnologie, ma proprio per questo ne riconosco i limiti, le implicazioni, la problematicità ed il potenziale in termini di danno.
Sempre partendo dall’oggi vorrei soffermarmi sul disagio e sul disorientamento creato dalla chiusura della scuola, mi riferisco a quelli degli studenti, dai più piccoli ai più grandi, a quelli dei loro dei genitori a quelli crescenti dei docenti che hanno il fondato timore di aver “perso” i loro alunni o che potrebbero superficialmente ritenere che tutto si possa risolvere registrando una lezione e postandola in Internet. Anche all’università si stanno vivendo la stessa ambivalenza e lo stesso disorientamento, anche se qui gli studenti hanno, o dovrebbero avere, una più grande autonomia. Ovviamente chi pensava che fare didattica consistesse nell’andare in aula a fare una predica a degli studenti già troppo distanti, anche se in presenza, il massimo della difficoltà che trova ora consiste nell’uso della tecnologia, quella magari sempre vituperata perché ben altro è il valore di un libro. Il messaggio diffuso è di una semplicità disarmante: basta entrare nella piattaforma, cliccare su un certo link, mettersi davanti ad un computer dotato di videocamera ed il gioco è fatto. Si possono anche utilizzare dei “powerpoint” o dei filmati. Sì, capisco, piuttosto di niente, ma come lo faccio entrare lì dentro il role play organizzato a Trento nella mia ultima lezione per riflettere sulle implicazioni dei principi teorici della progettazione educativa? E come recuperare gli sguardi, lo stare insieme non verbale, il clima, il mutuo sostegno, il passaggio immediato dal ragionare assieme, ai piccoli gruppi e mille altre cose che sono il senso profondo di una buona didattica? Ho fatto anche gli esami online e tra una settimana ci saranno le sessioni di laurea. Sto cercando di fornire un aiuto, consigli, rassicurazioni alle mie quattro laureande, ma non so nemmeno io bene come funzionerà. Sì, ho capito come saranno fatti i collegamenti, ma temo che tutto si risolverà in un gioco del far finta, ad onor del vero in questo non molto diverso da prima, senza parenti, mazzi di fiori, spumanti, rinfreschi e abbracci. Rinfranca solo il fatto che dal cortile non arriverà quell’odioso coretto: dottore, dottore, dottore dal… e risparmio il becero finale.
E nella scuola, nel luogo poliedrico dell’inclusione, dell’apprendimento fatto di microcontagi continui, dove l’emozione, la sua interpretazione e la sua condivisione fanno la differenza, cosa accade?
Qualche giorno fa in uno dei tormentoni televisivi da prima serata, con il conduttore che parla di tutto e spesso necessariamente a vanvera, ma finalmente senza gli applausi idioti di un pubblico ammaestrato dopo ogni frase pronunciata da chicchessia, si parlava di smart working a scuola e il presentatore ha detto che un’emergenza era quella di “dare i computer a quelli delle elementari”. Ci rendiamo conto? I docenti della primaria nell’immaginario di quel signore sono dei trogloditi che nella vita di tutti i giorni non usano le TIC, ovviamente invece più abituali per quelli delle secondarie. Probabilmente passano il loro tempo a scuola a fare dettati, canzoncine, o coretti per apprendere le tabelline. E come avranno speso i soldi del bonus docente in questi anni? Magari i loro colleghi di più alto livello un personal o un tablet se lo saranno acquistato, ma loro poverelli…
Non è questo il problema, cari opinionisti che sapete di tutto e che molto imprudentemente parlate di tutto.
Insegnare non è come gestire ordini dalla scrivania di casa al posto di quella dell’ufficio.
La scuola non può essere identificata come un luogo di scambio di compiti per casa, cosa che rischia di essere ora con la formazione a distanza, e nemmeno è il luogo dove per tutti c’è una sola minestra, dove c’è qualcuno che non fa che somministrarla ed altri che la devono mangiare, metabolizzare, digerire e prepararsi alla prossima pietanza. E poco conta che il cibo sia curato, appetitoso, vario, fatto di sapori ricercati e assaporito di sempre nuove spezie. I bambini, i ragazzi, gli adulti non hanno fame di questo. Queste pietanze le possono prendere ovunque dai numerosi supermercati dell’informazione che pullulano online.
E cosa dire dello spaventoso dramma che si è creato per i tanti disabili privati improvvisamente di un “sostegno”, dell’abbraccio dei compagni, di un tempo impagabile fuori di casa? Si parla poco di questo e si parla poco dei bisogni educativi speciali che per certi versi hanno TUTTI gli alunni, di ogni ordine e grado. E la tecnologia, se è pur vero che possiamo dare per scontato che sia in possesso di tutti i docenti, è presente nelle famiglie, in tutte le famiglie di una scuola che vuole essere di tutti?
Qualche giorno fa un’amica insegnante mi diceva di quel suo alunno, che con i due fratelli attende la sera quando il papà arriva a casa dal lavoro perché il suo cellulare è l’unica interfaccia tecnologica presente in famiglia. Possiamo dimenticarci di lui? Possiamo far finta che tutto si possa risolvere postando una lezione, registrando un video, facendo passare dei compiti?
La domanda è ovviamente retorica. Ma la scuola, siamo onesti, è stata colta impreparata da questo improvviso cambiamento. Non tutta si sa. Ci sono eccellenze. Ci sono tante scuole che già da una vita praticavano e facevano praticare l’uso intensivo delle nuove tecnologie, con docenti ben formati e padroni della situazione. Però anche in questo caso si trattava di forme “blended”, ossia di una integrazione tra attività di Elearning e in presenza. Così infatti dovrebbe essere. In Italia, tra l’altro, abbiamo ereditato un patrimonio eccezionale dall’esperienza fatta per tanti anni dalla piattaforma Puntoedu, su cui si sono formati, docenti, dirigenti e personale ata, con numeri che non hanno avuto pari in nessun’altra parte del mondo. Anch’io ci ho lavorato e confesso che mi emoziona ancora ripensare ai laboratori sincroni che mi trovavo a gestire con docenti che simultaneamente interagivano da cinque diverse regioni. Ricordo anche le lunghe serate e le notti trascorse a moderare dei forum affollati da centinaia di docenti in anno di formazione, ma c’erano anche le attività in presenza. C’erano gli esperti ed i tutor che potevano compensare i vuoti che rimanevano aperti con l’attività online. Ora, e questo è uno dei problemi insuperabili, tutto deve avvenire là, nell’aula virtuale, dove i tuoi alunni non li puoi “annusare”, guardare negli occhi, osservare dalla giusta distanza mentre LORO costruiscono assieme il loro apprendere. È illusorio pensare che tutto quello che abbiamo detto sulla necessità del protagonismo attivo, dell’apprendimento cooperativo, della necessità del gruppo, dello scaffolding, si possa tranquillamente ovviare con una didattica a distanza e per lo più, almeno in molti casi, eminentemente trasmissiva.
Proviamo allora a vedere quanto sarebbe possibile fare almeno per limitare i danni e per fare diventare il possibile tecnologico un’effettiva risorsa.
Ho già detto che ha poco senso produrre materiali da impartire e limitarsi a somministrare compiti, o almeno non ne ha se non si fa prevalentemente dell’altro.
Ci sono alcune parole che dovrebbero guidare la predisposizione della didattica online: centralità dell’alunno e dell’esperienza, gruppo, personalizzazione, gioco, comunicazione il più possibile interattiva, emozione.
Bisogna quindi, così come si dovrebbe fare in presenza, sollecitare gli alunni a proporre attività, ad essere curiosi, a recuperare l’informazione con un’attività di ricerca, sempre sostenuta dal gruppo. Abbiamo detto che non possiamo dare per scontate le competenze tecnologie e il possesso della tecnologia, ma ci sono ambienti sperimentati più o meno da tutti, sia dai docenti, che dagli alunni o almeno dalle famiglie che li possono affiancare. Penso molto semplicemente all’uso di whatsapp. È facile creare dei gruppi differenziati e l’interazione in presenza può consentire un lavoro collaborativo. Si può discutere assieme e segnalare ciò che si prova con immediatezza, non solo con il linguaggio analogico, ma anche con emoji. Si possono mettere a disposizione filmati, e allegati di diverso tipo. La cosa molto positiva qui, o in aule virtuali molto più raffinate, ma sto pensando a quegli alunni che possono disporre a livello tecnologico anche solo di uno smartphone, è l’idea di non fare morire la classe, lo stare assieme, l’interagire nello stesso momento. Parlo dell’importanza del far sentire in qualche modo che ci siamo, che apparteniamo ad un gruppo, che mettiamo in comune lavori, contenuti, proposte, esperienze ed emozioni. Bisogna, come dicevo, rifuggire dalla logica della stessa pietanza per tutti. È necessario che l’insegnante sappia mantenere con i propri alunni un rapporto estremamente personalizzato, che faccia sentire la sua “presenza”, che accompagni, anche in questa situazione di grande scarsità. Non rinunciamo poi alla voce, che trasmette calore e colore. Perché non utilizzare anche una tecnologia tanto nota quanto potente, come la telefonata? Ciao Paola, sono la maestra, come va? Ho visto il compito che mi hai mandato e ho trovato molto bella la descrizione del tuo gatto sul divano. Dovresti stare più attenta ai verbi…
Ho accennato anche al gioco, perché credo che sia importante mantenere sempre una dimensione ludica, un fare che produca e induca benessere.
Impegnativo? Certo, infinitamente più impegnativo di mandare un video o fare una “lezione” davanti ad un computer, ma questo è essere insegnanti. È sempre stato un mestiere di una difficoltà enorme, una professione che Freud non aveva esitato a definire impossibile, ma sono convinto che i tanti docenti che in questo momento si sentono in qualche modo derubati dei loro alunni e della loro scuola, siano ancora una volta disponibili a rimboccarsi le maniche, a reinventarsi a far diventare, come dice Enzo Spaltro, questa scarsità abbondanza.

23 marzo 2020

* Donato De Silvestri, già insegnante e dirigente scolastico, insegna didattica e progettazione educativa all’Università di Verona. Ha svolto e svolge un’intensa attività di formazione partecipando a corsi e seminari a livello nazionale e internazionale.