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19.03.2020 - La didattica a distanza vista da casa

19.03.2020 21:45
Categoria: SEF PLUS 2020

Non pensiamo che ci siano dubbi, visti i materiali ospitati in questa pagina (meglio ancora, vista l'esistenza di questa pagina) su quale sia l'atteggiamento della nostra organizzazione rispetto a una modalità di fare scuola che non soltanto si rivela utilissima in questa fase di emergenza, ma sulla quale occorrerà anche in prospettiva un sovrappiù di attenzione perché diventi non l'alternativa, ma utile complemento e integrazione di una didattica in presenza che resta il cuore della nostra idea di scuola. Però ci sembrava doveroso dare conto anche di risvolti problematici che non si possono ignorare, e che le due testimonianze raccolte ci consentono di porre in giusta evidenza. Un'attenzione doverosa, che può servire non a demolire progetti e buone intenzioni, ma ad affrontare le criticità tentando di risolverle.

Due testimonianze che ci sono pervenute in questi giorni e che ci consentono di guardare alla questione tanto dibattuta della didattica a distanza, osservata da un punto di vista meritevole della giusta attenzione, quello delle case in cui arriva ciò che è prodotto a scuola.

Cari parenti ex docenti, vista la lontananza forzata e visti i vostri curricula non è che gradireste la mia password del registro elettronico e vi occupereste dell’home schooling dei vostri parenti minorenni? Sono sicura che Serena è della mia stessa idea”. Riporto da una delle chat di watshapp in cui sono coinvolto (“Parentame sparso” è il nome, e basta a spiegare di che si tratta) l’accorato appello di una mia nipote, fortunata mamma di quattro bimbi, il più grande dei quali fa terza media, alle prese con la gestione dei feedback richiesti sul versante famiglia dalla didattica a distanza. Che è certamente una risorsa formidabile, grazie alla quale la scuola può erogare il suo servizio anche a porte chiuse, ma investe gli alunni e i loro familiari di carichi non proprio indifferenti. Per non lasciare che diventino facile pretesto per alimentare diffidenze e/o disfattismi, vale la pena averne piena consapevolezza e cercare in qualche modo di farsene carico, perché le difficoltà rappresentate non sembrano banali.
La “nipote mamma” che lancia l’appello, per esempio, presta servizio come medico nel pronto soccorso di un ospedale, come pure il marito, anch’egli medico. Si può ben capire, in questi giorni, quanto tempo abbiano a disposizione, e quante energie, nel momento in cui riescono a rientrare a casa.
Medico anche la cugina Serena, che come dice il messaggio “capirà”: capirà perché lei di figlie ne ha “solo” tre, distribuite su altrettanti gradi di scuola (dall’infanzia alle medie passando per la primaria). A casa per il momento il computer disponibile è solo uno, quanto all’assistenza, di cui comunque vi sarebbe necessità, il caso vuole che anche il papà delle bimbe sia medico all’ospedale. Non serve ripetere quanto già detto per il nucleo familiare della cugina.
All’accorato appello arriva una prima risposta da una zia pensionata, che però fa presente alle care nipoti di non avere mai avuto in mano un registro, né tantomeno elettronico, essendo la sua esperienza lavorativa riferita alla scuola dell’infanzia. Si mette comunque a disposizione. Lo stesso fa un’altra zia, docente di scuola media in pensione, che resta in attesa di istruzioni pur dubitando “di essere all’altezza”. Serena ci tiene a precisare che in questi giorni arrivano compiti anche dalla scuola dell’infanzia, aggiungendo: “Non lo dico all’alunna interessata per evitare di dovermi imbarcare in attività di pittura e simili, visto che già devo star dietro contemporaneamente alle materie di seconda elementare e prima media”.
Si fa viva un’altra nipote, anche lei insegnante ma in congedo per maternità, che si chiede se sia più pesante gestire un bambino di pochi mesi o l’attività scolastica da casa. Chiediamocelo tutti, dico io, e cerchiamo di tenerne conto, perché non credo che siano poche le situazioni analoghe a quelle tratte dalla cerchia dei miei più diretti affetti familiari.

E infatti…Ecco cosa ci scrive un’insegnante che è contemporaneamente anche mamma e figlia.

Relativamente alla DAD esprimo il mio disagio familiare: madre di 75 anni ipovedente e figlio di 7 anni con l.104 c.1 per ADHD. Solo chi ha un bambino con ADHD può capire cosa significa accudire un bimbo pieno di energie dalle 8 del mattino alle 20 di sera, senza mai fermarsi e con cambi repentini delle attività.
Come è possibile in questa "reclusione" domiciliare, senza wifi (solo hot spot del telefono) e con giornate piene pensare a poter gestire una DAD da casa?? Ho provato con tanta volontà a fare ciò, tanto da aver attivato i gruppi whatsapp, facebook e canale youtube, mi sono chiusa in una stanza, ma il piccolo è continuamente da me e non è possibile prevedere delle lezioni a distanza. Il terzo giorno ero già con febbre a 40 per lo stress elevato, tanto da essere in malattia. Poiché sto crescendo il figlio da sola mi son detta NO, devo dare delle priorità. Mia madre non può prendersi cura di mio figlio perché ha solo 1/10 di vista e lui va sorvegliato h24.
La DAD è gestibile se hai una situazione familiare "normale", ma così no, è da sclerare. Ho il dovere di lavorare ma anche il dovere di educare ed istruire mio figlio, quindi il dovere di far svolgere i compiti (quantità sicuramente discutibile, anche qui). Come posso fare? Quali strumenti ho? NON si può dire armatevi e partite, senza le condizioni per poter realizzare ciò che viene richiesto.
Spero che possa essere accettata dal DS la richiesta di esonero (con provata documentazione) a svolgere la DAD per mancanza di strumenti necessari.

Ecco, ci sembra giusto e doveroso, mentre cerchiamo di dare spazio a tanti bei progetti e buone pratiche attivate in questi giorni così difficili nelle nostre scuole, evitando di assecondare resistenze e rifiuti della DAD talvolta argomentati con ardite dissertazioni paragiuridiche e parasindacali, dare visibilità anche a un “rovescio della medaglia” di cui dovremmo essere tutti ben consapevoli, se vogliamo dar prova di realismo e buon senso nel momento in cui ricorriamo a metodologie innovative dalle enormi potenzialità, ma non prive di criticità che non possiamo permetterci di ignorare o sottovalutare.

Files:
dacasa_19032020.pdf291 K