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Beethoven, inno alla libertà

07.01.2020 12:42

Nella sua musica l'odio per ogni tiranno. "Isolato dai rumori, dai suoni del mondo, Beethoven vedeva e sentiva la musica nella propria testa, la poteva immaginare con una libertà figlia, anche, di una privazione, di una disabilità che ha trasformato in nuove conquiste" (Sandro Cappelletto su La Stampa del 7 gennaio 2020)

«Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale dentro di me». Quando ha 19 anni Beethoven, che ancora vive a Bonn, la sua città, ma scalpita per trasferirsi a Vienna, dove la bussola della musica indirizzava con prepotenza il proprio ago, trascrive nei propri quaderni questa frase di Immanuel Kant. Si è iscritto all’università da studente-lavoratore, scopre Omero, Shakespeare, Goethe, sottolinea l’imperativo di Friedrich Schiller: «La dignità umana è posta nelle vostre mani, custoditela. Essa decade con voi, con voi si eleverà!».
Originaria delle campagne fiamminghe – van Beet-hoven: coloro che vengono dai campi di rape – la famiglia si è trasferita nella piccola città di Bonn da due generazioni; il padre è tenore nel coro della corte, beve troppo e morirà di cirrosi. Lui, dopo aver tentato come Mozart, ma invano, la carriera da bambino prodigio, studia, lavora come aiuto-organista, scopre le difficoltà della vita, che diventano aspre dopo la precoce scomparsa della madre. E sente il fascino della letteratura e della filosofia contemporanee. Il compositore universalmente celebrato nei 250 anni dalla nascita (16 dicembre 1770) è stato un artista consapevole di sé e dei compiti della propria arte. In poche righe, ha saputo riassumere lo spirito di quella che noi oggi chiamiamo la forma classica, le sue interne tensioni dialettiche, il dinamismo: «Scaturita dall’entusiasmo, inseguo la forma con passione, la raggiungo, la vedo fuggire ancora e scomparire nel tumulto di emozioni diverse. La riafferro presto, con ardore rinnovato, non posso più separarmi da lei. Durante una rapida estasi, la sviluppo in tutte le modulazioni e, infine, trionfo sull’originario pensiero musicale. Ecco una sinfonia». Pensieri che vivono e sostanziano la sua musica.
Molte opere - Egmont, Coriolano, la Marcia funebre della sinfonia Eroica, nella quale esprime il lutto per il tradimento da parte di Napoleone degli ideali repubblicani, il Fidelio, l’unico lavoro di teatro musicale – esprimono l’odio per i tiranni, l’ammirazione per gli uomini che li combattono, la persuasione che la libertà di ognuno può vivere solo nella libertà di tutti.
«Abbracciatevi, moltitudini! / Questo bacio al mondo intero! / Fratelli, sopra la volta stellata / deve abitare un padre che ci ama». Quando Friedrich Schiller scrive l’Inno alla gioia Beethoven ha 15 anni; ne passano quasi 40 prima che decida di far cantare quei versi dai solisti e dal coro nel movimento finale della Nona sinfonia, la più alta testimonianza d’amore per l’umanità, di fiducia nella possibilità che gli uomini non si odino, creata da un musicista. La sua ode alla fratellanza universale, diventata nel 1985 inno ufficiale dell’Unione Europea. Ma da dove viene quel tema che sorge, s’irradia e dilagando di strumento in strumento conquista e divampa nell’intera orchestra? Mozart, ventenne, musica un offertorio, Misericordias Domini; un’opera minore, se non fosse per un inciso che, improvviso, l’attraversa, una prima e una seconda volta. È questo, senza ombra di dubbio, il seme che Beethoven saprà irrobustire e trasformare in pianta: è l’identico motivo. Beethoven ha ascoltato, letto questa partitura? E Mozart, ha inventato lui quel passaggio o a sua volta lo ha «rubato» a qualche collega, a un cantante, a una banda di paese? Non abbiamo ancora una risposta certa.
Nel 1802 Beethoven scrive una lunga lettera, nota come Testamento di Heligenstadt. La indirizza ai due fratelli minori, Karl e Johann: «Il mio cuore, il mio spirito erano inclini, fin dall’infanzia, al sentimento della benevolenza. Io mi sono sempre sentito pronto a compiere grandi azioni. Ma da sei anni sono colpito da un male incurabile, peggiorato da medici incapaci. Illuso dalla speranza di poter migliorare e infine costretto ad accettare l’eventualità di una infermità duratura, la cui guarigione potrà forse richiedere anni o sarà perfino impossibile». È il più lungo documento autobiografico che possediamo; ancora: «Ma quale umiliazione se qualcuno vicino a me sentiva il suono lontano di un flauto e io non udivo nulla [...]. Questi fatti mi portavano alla disperazione e mancava poco perché io stesso recassi fine ai miei giorni. L’arte, soltanto lei mi ha trattenuto».
Diventare sordo, per un musicista, significa perdere concrete opportunità di lavoro: non poter più dirigere, né suonare in pubblico (era un eccezionale pianista), né dare lezioni. Isolato dai rumori, dai suoni del mondo, Beethoven vedeva e sentiva la musica nella propria testa, la poteva immaginare con una libertà figlia, anche, di una privazione, di una disabilità che ha trasformato in nuove conquiste.
Non si è dato per vinto e negli ultimi anni, quando l’isolamento era diventato totale, ha percorso orizzonti sonori inauditi: come sono nati gli accordi sincopati, jazzati, che attraversano l’Arietta della sua ultima sonata per pianoforte? Perché sono lì, così imprevedibili? Perché ha scritto una Grande fuga per quartetto d’archi, che a essere pignoli non è esattamente una fuga, piuttosto una sonda inviata a vagare in uno spazio sonoro senza più confini? Perché, nel terzo movimento del Quartetto opera 132, scrive una Canzona di ringraziamento offerta alla divinità da un guarito, impiegando insieme con stupefacente disinvoltura l’armonia ben temperata e la modalità degli antichi greci e raggiungendo il vertice sacro di tutta la sua opera, qui dove il tempo senza tempo del divino accoglie e incontra il nostro tempo definito? Ma ai geni non devi chiedere perché, solo abbandonarti al bisogno che hai di loro.