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Ius culturae

28.11.2019 12:35

Due articoli presi da Avvenire del 28 novembre 2019: il primo dello scrittore e insegnante Eraldo Affinati, il secondo del sociologo Maurizio Ambrosini sullo ius culturae. Due interventi che danno valore alla scuola, senso alla cultura, credito alla società, bellezza alla vita.

Italiani senza timbro che insegnano l'Italia di Eraldo Affinati

Le titubanze e i ritardi che stanno ancora frenando la concessione della cittadinanza italiana ai bambini e agli adolescenti di origine straniera regolarmente iscritti nelle scuole del nostro Paese a mio avviso dimostrano due cose, una comprensibile, ancorché superabile (la nostra fragilità identitaria); l’altra perniciosa e, dobbiamo ammetterlo, abbastanza inquietante (l’ipocrisia di chi specula a fini elettorali). Io conosco tanti ragazzi nati in Italia da genitori immigrati che non sono giuridicamente italiani. Lo potranno essere al compimento dei diciotto anni, quindi in ogni caso lo saranno, anche conservando le leggi attuali. Omar è un sedicenne di Torpignattara, quartiere capitolino. Suo padre e sua madre vengono dall’Egitto. Lui ha visto la luce nell’Urbe imperitura, come la sorella Fatima, con la quale condivide la medesima sorte. Hanno frequentato le nostre scuole. Parlano con spiccato accento romanesco. Ripeto: fra pochi anni diventeranno italiani al cento per cento, su loro richiesta, ma ancora non lo sono. Perché negare a entrambi, adesso non domani, l’uguaglianza giuridica? I padri costituenti, se interpreto bene lo spirito lungimirante del dettato fondativo della Repubblica nata dalla dissoluzione di un regime totalitario, non avrebbero esitato nel concedergliela. E allora come spiegare tante indecisioni, tanti distinguo, tante premure?
La risposta può essere una sola: il desiderio di consenso politico ci fa passare sopra a ogni scrupolo morale anteponendo le ragioni del potere a quelle della giustizia. Nicolò Machiavelli e Thomas Hobbes ce lo spiegarono. Ma dopo di loro ci sono state le rivoluzioni democratiche moderne: o sbaglio? Ci aspetta un grande lavoro antropologico e sociale per rimuovere i pregiudizi e promuovere il libero confronto fra le persone: se tu non sei sicuro di te stesso, avrai paura di qualsiasi possibile intrusione, ogni incontro umano rischierai di percepirlo come minaccioso. Questi timori andrebbero affrontati senza strumentalizzarli, né da una parte né dall’altra.
Torniamo a Omar.
In queste settimane la sua presenza alla scuola Penny Wirton si è rivelata preziosa: essendo uno studente impegnato nei Pcto (Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento, ex Asl, Alternanza Scuola Lavoro), ovverosia le ore di tirocinio che ogni allievo delle scuole medie-superiori è tenuto a svolgere, lo abbiamo formato quale docente di italiano ai suoi coetanei immigrati. Omar parla arabo, quindi potete immaginare quale possa essere stato il suo ruolo di mediatore nei confronti di Ismail, appena arrivato dalla Tunisia. Vederli seduti al banco insieme a studiare i tempi verbali rappresenta uno spettacolo emozionante e in molti sensi istruttivo: il minorenne non accompagnato ospite di un centro di accoglienza che prende lezione da un suo coetaneo figlio di una coppia di immigrati. Osservando i due adolescenti posti uno di fronte all’altro, è difficile trattenere lo sconcerto nel verificare il ritardo istituzionale che la loro relazione testimonia: il docente di italiano non è riconosciuto italiano.
Quanto vorrei che alcuni dei parlamentari impegnati a discutere di 'ius culturae', 'ius soli' e 'ius sanguinis' in questi giorni alla Commissione Affari Costituzionali della Camera, venissero a Casal Bertone, nella sede della nostra scuola, a toccare con mano quanto sto scrivendo! Forse si renderebbero conto dell’anacronismo legislativo con il quale sono alla prese. La cosiddetta società reale, troppo spesso chiamata in ballo come un’astratta entità, è molto più avanti di quanto crediamo. A guidare le fila del nuovo consorzio umano, traghettando tutti noi verso la metà del Terzo Millennio, saranno proprio questi ragazzi, uno appena arrivato nel Bel Paese, pronto a imparare la nostra lingua per iscriversi a scuola, trovare un lavoro e chissà magari sposarsi e fare dei figli, l’altro che gliela sta insegnando, perché lui in Italia ci è nato, ci è cresciuto, ci è vissuto, ma è ancora in attesa di ottenere la cittadinanza.

Solidarietà di sempre e mani di nuovi italiani di Maurizio Ambrosini

Il movimento delle Sardine ha riportato in piazza migliaia di persone, spesso giovani. Tra i protagonisti, per esempio a Modena, compaiono anche i giovani italiani di origine immigrata. Un segno che qualcosa si muove nel composito paesaggio della cittadinanza. Anzitutto, malgrado le resistenze delle maggioranze parlamentari nei confronti di un ammorbidimento del codice della cittadinanza più restrittivo dell’Europa occidentale, le naturalizzazioni alla fine vanno in porto: negli ultimi tre anni, 460mila persone di origine straniera sono diventati italiani anche ufficialmente. La società conosce intrecci e mescolanze di persone di origine diversa (24.600 matrimoni misti nel 2017), e anche le istituzioni pubbliche prima o poi dovranno prenderne atto.
Questi movimenti sociali ci mostrano, poi, un’altra dimensione della cittadinanza, particolarmente rilevante nel caso degli immigrati: al di là della cittadinanza formale, esiste una cittadinanza sostanziale, 'vissuta', che si può esercitare anche in mancanza del diritto di voto. Pure gli immigrati, come gli adolescenti mobilitati da Greta Thunberg, possono far sentire la propria voce e avanzare delle richieste al sistema politico. Inoltre, formando delle associazioni o aderendo ai sindacati, gli immigrati possono rivendicare i propri diritti e lottare contro le discriminazioni. Ossia partecipare attivamente alla vita pubblica.
La cittadinanza attiva passa, inoltre, attraverso varie forme di volontariato: gli immigrati e le persone di origine immigrata, in genere considerati come i beneficiari di azioni di aiuto esercitate da italiani, stanno diventando sempre più soggetti attivi della solidarietà sociale. Anziché chiedere sostegno, un numero crescente di loro lo fornisce. Anziché rimanere in una posizione di estraneità nei confronti della società italiana, vogliono contribuire a migliorarla. Tra i donatori di sangue e di organi, i volontari delle ambulanze, le guide del Fai, le persone di origine immigrata sono una componente diffusa e in crescita. Un mondo del volontariato che non sempre trova i ricambi di cui ha bisogno sta scoprendo un’inedita linfa per le proprie attività tra i nuovi residenti (e cittadini, di fatto o di diritto).
Di questo fenomeno si è occupata una ricerca promossa dal CSVnet, la rete dei centri di servizi per il volontariato, e svolta dal Centro Medì-migrazioni nel Mediterraneo. Tra i primi risultati emersi, gli immigrati impegnati nel volontariato sono istruiti (otto su dieci hanno un livello d’istruzione medio-alto), stabilmente insediati (in media vivono in Italia da 15 anni) socialmente integrati (sei su dieci lavorano, quattro su dieci sono diventati cittadini italiani), piuttosto giovani (l’età media è di 37 anni), più donne che uomini, anche se con poca differenza (52 a 48%). Svolgono principalmente attività culturali, educative, ricreative, di assistenza. Facendo volontariato hanno allargato la rete dei propri rapporti sociali, allacciando nuove amicizie, e si sentono più inseriti nella società italiana. È insomma la fotografia di un’immigrazione insieme qualificata, stabilmente insediata e socialmente responsabile. Uno dei volontari intervistati ha dichiarato: «In questi anni penso che il cambiamento principale sia stato che sono partito da vittima e sono diventato protagonista».
Abbiamo bisogno di conoscere di più queste pratiche di cittadinanza attiva, di diffonderle e valorizzarle. Un Paese in cui persone native e persone immigrate collaborano per scopi di utilità sociale farà passi avanti sulla strada della coesione, del riconoscimento reciproco, dell’apertura al nuovo.