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Noa e il buio di una scelta

06.06.2019 18:09

Su La Repubblica del 6 giugno 2019 una riflessione di Massimo Recalcati sulla terribile vicenda di Noa Pothoven, la diciassettenne svedese assecondata nel suo desiderio di morire. Una riflessione che è in realtà un appello accorato perchè non si mascheri indegnamente come "rispetto della libertà" l'incapacità di "contrastare la spinta alla morte", amarissimo frutto di un fallimento educativo di cui tutti siamo chiamati a sentirci in qualche misura responsabili.

Ci nascondiamo dietro un dito? Abbiamo paura di dire che nel cuore dell’Europa del Nord alla quale molti di noi guardano come a un esempio di libertà e solidarietà, esiste una legge che permette che una adolescente di 17 anni possa decidere di morire? Abbiamo forse paura di essere giudicati come moralisti o paternalisti, reazionari o conservatori? Ma non è proprio questo il grande tema educativo che abbiamo oggi di fronte? Il collasso della differenza tra le generazioni, la diffusione di un concetto di libertà vuoto, astratto, che vorrebbe porsi come la legge ultima a fondamento di ogni legge, il sospetto di abuso nell’esercizio del potere che investe gli adulti ogni qualvolta provano a non indietreggiare rispetto ai propri compiti educativi.

Pratico da trent’anni la psicoanalisi e mi è capitato di ascoltare innumerevoli volte dai miei pazienti più gravi la dichiarazione ferma e risoluta, ripetuta nel tempo con determinata ostinazione: «Voglio morire!». Quando questo accade è sempre una scossa, un peso, un urto. In particolare poi quando accade nei soggetti più giovani, a una vita nel pieno della vita, senza malattie mortali irreversibili e senza disabilità pesanti che potrebbero rendere la vita invivibile e la morte, come può invece accadere, un dono necessario.

Certamente anche la malattia psichica, come nel caso di Noa, può mortificare pesantemente la vita: traumi precoci, anoressia, depressione. Ma la sostanza non cambia: si può davvero pensare che la scelta di questa ragazza sia stata davvero una libera scelta? Si può pensare che la decisione di morire per una ragazza di 17 anni, depressa e anoressica, non sia stata offuscata dalla presa maligna della malattia? Possiamo davvero in questo caso invocare la libertà di darsi la morte come esito di una giusta emancipazione illuminista dalle superstizioni irrazionali che impedirebbero l’esercizio pieno del nostro volere? Abbiamo paura di erigerci come giudici in una materia — quella della vita — dove non bisognerebbe mai prevaricare il diritto della libera decisione? Ma cosa ne sa la povera Noa della vita? Ne ha dovuto purtroppo assaggiare precocemente solo l’atrocità. Nient’altro. Ma il mondo porta con sé anche uno splendore. A 17 anni, bisognerebbe ricordare, la vita non finisce ma inizia. Noa ha fatto cattivi incontri che l’hanno condotta sul confine della morte. È un fatto. Ma dobbiamo allora consentire che la Legge gli dia l’ultima spinta, quella definitiva, irreversibile? O non dobbiamo forse ricordare a noi stessi tutte le volte nelle quali abbiano sperimentato il buio e il desiderio di morire? Lo sappiamo: la vita è splendore e atrocità insieme; l’ingiustizia, il dolore del mondo accadono insieme al suo ineffabile splendore. Non c’è l’uno senza l’altro. Ma questo è un pensiero difficile. La sua acquisizione è il risultato di una formazione e non un dato di partenza. Quanta libertà e quanta scelta c’è davvero nella decisione di Noa? Non dobbiamo vedere piuttosto nel suo passaggio all’atto più della volontà di morte tutte le occasioni di vita perdute? Lo scandalo è lo scacco non solo delle terapie, ma del discorso educativo nel nostro tempo. Non è forse compito degli adulti contrastare in ogni modo — anche attraverso le Leggi — la spinta alla morte, sia essa quella della violenza sia essa quella dell’autodistruzione?

Non è forse loro compito quello di testimoniare l’esistenza dello splendore del mondo nel pieno della atrocità del mondo? No, amare non significa mai lasciare andare la vita verso la morte. Amare è provare sempre a rendere la vita viva.