CISL - FEDERAZIONE SCUOLA UNIVERSITÀ RICERCA
Stampa

Duemila ragazzi a km di distanza, così non posso fare la preside

18.09.2018 16:49

Migliaia di posti vacanti, un concorso che li coprirà solo in parte non prima di due anni. E così a chi dirige un istituto si continua a chiedere di fare i salti mortali (Mariapia Veladiano, La Repubblica del 18 settembre 2018)

È vero che quando si scrive si scrive sempre un poco anche di sé. Stavolta tocca farlo un poco di più. Ieri ho chiamato in giudizio il Miur e l’Ufficio scolastico regionale del Veneto. Faccio la preside, trovo che la scuola sia il luogo del dialogo per vocazione. A scuola si costruisce la pace sociale attraverso la cultura e la reciproca conoscenza. Trovo che il contenzioso sia la malattia sociale più grave e contagiosa dei nostri tempi. La scuola deve esserne preservata. Ogni volta che con il dialogo, il riconoscimento reciproco e talvolta anche con le scuse, perché così deve essere, un contenzioso è stato evitato, è stata una vittoria di tutti. Eppure.
Quest’anno quasi il 50% delle scuole in Italia ha un preside in reggenza, quasi il 90% nel Veneto e Friuli, quasi il 100% nella provincia di Vicenza dove lavoro. L’ultimo anno che ha visto più o meno un preside per ogni scuola è stato il 2008. L’ultimo concorso per dirigenti scolastici è del 2011 e non ha coperto i posti vacanti. Da allora i presidi sono andati in pensione, si sono ammalati. Nel frattempo le scuole hanno raddoppiato o triplicato le dimensioni per effetto delle “razionalizzazioni”, potere delle parole.
L’amministrazione ha “razionalizzato” scuole di indirizzi fra loro diversi, gli Istituti di istruzione superiore. Tecnico più Professionale, va bene, se si somigliano. Liceo classico, linguistico, scientifico. Ci sono Istituti che accorpano Licei artistici e istituti tecnici. Piccole città. Mondi. Ma anche così i presidi non bastavano e allora la pratica della “reggenza”, ovvero l’affidare due istituti a un unico preside, è diventata da pratica straordinaria a ordinaria. L’attuale concorso prevede 2416 nuovi dirigenti probabilmente in ruolo per il 2020. Secondo uno studio della Fondazione Agnelli ne servirebbero almeno 3600. Si tratta di un conto semplice: numero di studenti, numero di scuole, età dei presidi, pensionamenti.
È una cronica incapacità previsionale dell’Amministrazione che crea un’emergenza senza giustificazioni. Con un bel vantaggio per le finanze: un dirigente scolastico costa allo Stato mediamente 50.000 euro l’anno (lordi, al netto sono 2.500 euro al mese per una scuola di media complessità), una reggenza ne costa meno di 5.000 (350 euro al mese).
Il dirigente dell’Istituto Selvatico di Padova è reggente a Venezia, otto plessi fra le calli, uno all’isola della Giudecca. La dirigente di un comprensivo di Puos d’Alpago nel Bellunese è reggente a Cortina, un polo di 7 scuole superiori, 70 chilometri di distanza.
La domanda è: c’era una soluzione migliore, provvisoria? Sì, gli incarichi di presidenza. Ovvero docenti esperti, quelli che da anni collaborano a governare le scuole, che facciano domanda di incarico. La scuola li ha avuti fino al 2012.
C’è una retorica infelice sui presidi sceriffi che una interpretazione scioccamente dirigistica della buona scuola ha favorito. I presidi possono essere bravi oppure no, vale per ogni persona che lavori e abbia responsabilità. I cattivi presidi esistono come esistono i cattivi insegnanti, ma questo non vuol dire che gli insegnanti siano in sé come categoria inutili e nocivi. E così i presidi che oggi sono investiti di ogni tipo di responsabilità. Oggi le scuole hanno adempimenti che riguardano la sicurezza, la privacy, la trasparenza, la rendicontazione, la responsabilità civile verso l’utenza del tutto simili a quelli previsti dalle aziende. Bisogna occuparsene necessariamente. Essere presidi con una reggenza vuol dire doversi occupare soprattutto o solo degli adempimenti minimi obbligatori.
Difficile esserci per i genitori che chiedono ascolto e di ricomporre una relazione difficile con un docente, per gli studenti ai quali dobbiamo assolutamente dare la possibilità di sperimentare una comunità che condivide le scelte e gli orientamenti, per gli insegnanti presi d’assalto dall’aggressività sociale che non risparmia nessuno. Come si fa?
Il mio istituto conta 1350 ragazzi, è un liceo artistico con 5 indirizzi (multimediale, architettura, design, scenografia, plastico-pittorico) e un tecnico-tecnologico con 2 indirizzi, ha 29 laboratori, ha organizzato l’alternanza scuola lavoro per 645 studenti, 68.000 ore.
Quando ho saputo di avere la reggenza in un comprensivo a 60 chilometri di distanza, otto plessi di montagna e contrada per un totale di altri 600 studenti, un mare di bellezza e di bisogni, ci ho pensato, ho valutato e infine ho fatto ricorso. Ho aperto un contenzioso con una parte del mio mondo. Ma non ho fatto ricorso al giudice del lavoro per principio o per protesta. L’ho fatto per impossibilità. A fare bene il lavoro di cura, di gestione, di governo, che mi viene affidato. E l’ho fatto anche per dignità. La dignità di tutti i presidi che amano il proprio lavoro.