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Immigrati regolari. E sfruttati

12.07.2018 11:54

I ghetti come quello di S. Ferdinando non sono frutto dell'immigrazione, ma "di un sistema economico che si basa sullo sfruttamento e sul caporalato, che tratta in modo ingiusto e inumano chi è in Italia con diritto. Se quei lavoratori vivono in baracche è perché non si forniscono alternative civili, come avviene in altre situazioni e in altre Regioni" (Antonio Maria Mira, Avvenire, 12 luglio 2018).

Il ghetto di San Ferdinando «è il risultato di anni di immigrazione incontrollata, alla Renzi, alla Mare Nostrum che hanno portato a questa giungla». Il ministro dell’Interno Matteo Salvini lo ha detto nella sua visita, blindatissima, alla baraccopoli. Ghetti come risultato degli approdi in Italia via mare, dunque. Ma non è così. È, invece, colpa di un sistema economico che si basa sullo sfruttamento e sul caporalato, che tratta in modo ingiusto e inumano chi è in Italia con diritto. Se quei lavoratori vivono in baracche è perché non si forniscono alternative civili, come avviene in altre situazioni e in altre Regioni. Il ministro, oltretutto, ha visitato la baraccopoli nel momento sbagliato. In questi giorni i lavoratori immigrati presenti sono poche centinaia. Perché ora nella Piana di Gioia Tauro il lavoro non c’è. Le olive, le arance e i kiwi si raccolgono in autunno e inverno. Ed è allora che i lavoratori di origine straniera arrivano. Già perché gli abitanti del ghetto di San Ferdinando e degli altri ghetti sono lavoratori, braccianti, non irregolari e tantomeno "clandestini". Sono in Italia da anni, tanti anni. Non pochi di loro hanno regolarizzato la loro posizione con la sanatoria decisa dal Governo Berlusconi, con ministro dell’Interno il leghista Roberto Maroni. Salvini dovrebbe ricordarla. Dunque queste persone di origine straniera non sono "migranti", sono immigrati regolari, sono lavoratori sfruttati, da caporali e da imprenditori italianissimi. Proprio come i caporali e gli imprenditori che in questi giorni li stanno sfruttando nel Foggiano, nel Casertano, in Sicilia dove si sono spostati a raccogliere uva, pomodori e altri ortaggi. E dove vivono in altri ghetti. Perché altro non viene loro offerto.

Da oggi "Avvenire" si mette di nuovo in viaggio per raccontare queste drammatiche e inaccettabili condizioni di lavoro e di vita. Storie del Sud, del Centro e del Nord. Lavoratori immigrati e italiani, insieme, non contrapposti, anche se qualcuno prova a farlo. Proprio come fa il ministro Salvini. «Siccome ci sono 5 milioni di italiani in povertà vengono prima loro per casa e lavoro», ha detto sempre nel ghetto di San Ferdinando, dove i lavoratori regolari di origine straniera una casa se la sognano perché da sfruttati non se la possono permettere. Va detto chiaro: contrapporre aiuta gli sfruttatori, che ci guadagnano a mettere poveri contro poveri, italiani contro immigrati. Per abbassare i salari e sfruttare meglio gli uni e gli altri.

Un fenomeno che nella passata legislatura si è provato a combattere con la legge sul caporalato, la n.199 del 2016, che finalmente supera l’ipocrisia del "non lo sapevo", colpendo i caporali, ma anche gli imprenditori, gli utilizzatori finali degli schiavi della terra. Una legge che ebbe un’accelerazione dopo la morte della bracciante pugliese Paola Clemente, italiana e sfruttata, come le donne africane sue compagne di lavoro. Sicuramente il ministro Salvini lo ricorda bene, anche perché la Lega su quella legge si astenne. E ora sia lui che il ministro leghista dell’Agricoltura, Gianmarco Centinaio, sostengono che «complica» e che «va cambiata». Cambiare una legge che funziona, che va applicata sempre meglio, e che già ha fatto crescere i processi contro gli sfruttatori... Magistrati e forze dell’ordine, quelli più impegnati nelle aree calde, sono soddisfatti. Possono finalmente colpire non più solo piccole pedine, ma chi si arricchisce con bassi salari, orari interminabili, condizioni di lavoro insicure. Una buona legge, che permette di sequestrare le aziende degli sfruttatori. Come ai mafiosi.

Magari Salvini potrebbe farsi fotografare anche in queste aziende confiscate, oltre che in quelle tolte ai boss. Non troverà piscine, bensì tanta bella agricoltura, purtroppo frutto anche del lavoro schiavizzato di tanti braccianti. Ma il ministro lo sa? A San Ferdinando ha detto che chiederà «di aumentare i controlli su chi sfrutta» e anche che gli «piacerebbe che queste aziende chiudessero».

Bene. Per le aziende lo si fa già, proprio in forza della legge di due anni fa. Sui controlli speriamo davvero che il ministro metta lo stesso impegno che impiega su Ong e disperati del mare. La prima cosa che potrebbe fare è confermare i commissari straordinari di governo per le aree di San Ferdinando, Manfredonia e Castel Volturno, nominati un anno fa per combattere il caporalato e realizzare progetti abitativi e di integrazione (ne scriviamo in un articolo). Cancellarli o depotenziarli, solo perché creati dai passati Governi, sarebbe un gran brutto segnale. E se davvero il ministro vuole cambiare la legge sul caporalato lo faccia in meglio, inserendo una norma che garantisca tutela alle vittime dei caporali che denunciano, come già avviene per le ragazze vittime di tratta. «Se qualcuno vi sfrutta, denunciatelo», ha detto Salvini. Bene. Li aiuti a farlo.

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