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Cambi, non rivoluzioni. Intervista del ministro Bussetti a Avvenire

05.07.2018 10:40
Categoria: Articoli

Di seguito il testo dell'intervista a cura di Enrico Lenzi al ministro dell'Istruzione, Università e Ricerca, Marco Bussetti, pubblicata in data odierna (5 luglio 2018) sulle pagine di Avvenire. Un dialogo a tutto campo per capire a quale visione di scuola si ispiri l'azione del ministro, quali siano gli obiettivi considerati prioritari e con quale metodo intenda perseguirli.

Il ministro Marco Bussetti è nato a Varese il 28 maggio 1962. È laureato in Scienze e Tecniche delle attività motorie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Il suo percorso professionale è strettamente legato al mondo dell’istruzione e della formazione. Dal 2014 ha ricoperto il ruolo di dirigente dell’Ufficio scolastico regionale per la Lombardia nell’ambito territoriale di Milano, come si chiama oggi il vecchio provveditorato agli studi. È stato anche reggente per quello di Monza. Dal 2008 al 2014, sempre in Lombardia, ha svolto la funzione di dirigente tecnico. È stato dirigente reggente presso l’Ufficio V dell’Ufficio scolastico lombardo, occupandosi della gestione delle scuole paritarie. Ha ricoperto incarichi di docenza presso alcuni atenei, fra cui l’Università Cattolica di Milano, l’Università degli Studi di Milano e l’Università degli Studi di Pavia. Nel 2010 ha fatto parte della commissione ministeriale che si è occupata dell’elaborazione delle Indicazioni nazionali per i percorsi liceali.

Nessuna rivoluzione in vista per la scuola italiana con il cambio di governo, ma «qualche cambiamento» è in programma. Usa parole rassicuranti Marco Bussetti, che da poco più di un mese è il ministro dell’Istruzione nel governo Conte. Classe 1962, nato a Varese, docente e dirigente scolastico, Bussetti da anni ricopre ruoli dirigenziali nella macchina amministrativa scolastica. Al momento della nomina a ministro era a capo di uno dei più grandi provveditorati italiani, quello di Milano. E ora deve guidare il ministero più grande: quello dell’Istruzione. Con lui parliamo di cosa la scuola italiana si deve aspettare con il nuovo governo.

Il suo arrivo al dicastero, signor ministro, è coinciso proprio con la fase finale dell’anno scolastico. Messo quasi in archivio l’anno 2017/18 all’orizzonte si profila quello 2018/2019. Che anno dobbiamo aspettarci?
L’ennesimo con cambiamenti e rivoluzioni? Cambiamenti sì, rivoluzioni no. La scuola italiana ha già pagato un prezzo troppo alto per gli stravolgimenti che si sono susseguiti negli ultimi anni a causa del mancato accompagnamento in fase attuativa delle riforme introdotte. Le novità hanno creato difficoltà al sistema per i troppi strappi che ci sono stati. Penso che ci vogliano interventi mirati per risolvere nel concreto i problemi e le criticità e anche per portare avanti percorsi necessari come quello dell’innovazione didattica su cui lavoreremo molto. Fare una grande riforma per lasciare una firma non ha senso. Meglio procedere per gradi.

Tra i suoi primi atti l’abolizione della chiamata diretta dei docenti da parte dei dirigenti scolastici. Il primo segnale di smantellamento della Buona scuola così come annunciato in campagna elettorale dai partiti di maggioranza? Della legge 107/2015 - la Buona scuola, appunto, cosa intende salvare?
La chiamata diretta è stata concepita e applicata male. Da più parti se ne chiedeva la cancellazione. Lo stesso contratto di governo ne prevedeva il superamento e così è stato. Sul resto della Legge 107, si proseguirà con cautela. La pausa estiva servirà per capire cosa funziona e cosa no, dopodiché ci si muoverà di conseguenza nell’interesse dei vari attori in campo. Prima di tutto gli studenti che sono i destinatari della formazione. Nella scuola metteremo in ordine ciò che non va, come primo atto, per dare respiro al sistema stressato da mille incombenze e da troppi cambiamenti imposti e non condivisi. Ma daremo grande attenzione anche all’innovazione della didattica, alla formazione degli insegnanti, al digitale.

Parliamo dell’organico potenziato per ogni singolo istituto. La presenza di questi docenti che non sono legati a una classe, ma possono essere utilizzati per progetti ad hoc, per lei sono una potenzialità o no?
Le risorse devono essere coordinate meglio per aumentare l’offerta formativa. In generale credo molto all’autonomia scolastica come fattore di valorizzazione del corpo insegnanti.

Allora quali passi intende compiere per potenziare l’autonomia scolastica sotto i vari aspetti: organizzativo, economico, gestionale?
Ci sarà una prioritaria attenzione alle esigenze pratiche delle scuole. È necessario sostenere l’autonomia con un lavoro che la valorizzi. Il sistema non si governa solo stando a Roma.

Tema concorsi. Lei ha detto che il precariato non potrà mai sparire. Come pensa di affrontare il fatto che i posti di ruolo sono in gran numero al Nord mentre gli aspiranti docenti provengono in gran numero dal Sud?
La regola deve essere quella del docente assunto con concorso che ha una cattedra assegnata. Il precariato diffuso infatti ha contribuito in maniera determinante all’indebolimento della figura dell’insegnante.

Pensa a concorsi regionali e a obblighi di permanenza sulla cattedra vinta per un certo periodo di tempo all’inizio del servizio?
È un’ipotesi. Dobbiamo agire considerando le disponibilità di posti. Altrimenti c’è il rischio che alcuni territori restino sempre sguarniti.

Formazione dei futuri docenti e valorizzazioni di coloro che sono già in cattedra. Quali saranno i primi atti che intende compiere su questi fronti?
Sono opportune forme di incentivazione e sostegno alla formazione continua, un obbligo della società contemporanea per far fronte alle sfide continue dell’innovazione.

L’anno appena concluso è stato costellato di episodi di cronaca nera nel rapporto docente-genitori. Una vera e propria emergenza. Come ministero che passi intende compiere per ristabilire una vera alleanza educativa che veda docente, genitori e studenti parte di una comunità?
La violenza e la mancanza di rispetto nei confronti di tutto il personale che lavora nella scuola sono intollerabili. C’è un problema culturale diffuso che sfocia in azioni da condannare non solo a parole. Il Miur non lascerà da soli coloro che sono vittime di questi atti e si costituirà parte civile. Ma, come sempre, prevenire è meglio che sanzionare ex post. Per questo ci vuole un’azione di sensibilizzazione culturale e civile nei confronti dei genitori e degli studenti. Non sono ammessi scambi di ruolo. Ognuno deve stare al suo posto.

Nella scorsa legislatura sono stati introdotti strumenti per potenziare la libertà di scelta dei genitori in campo educativo. Segnali importanti anche se ancora decisamente insufficienti per garantire davvero questa libertà. Come intende muoversi? Quali strumenti pensa di mettere in campo?
La libertà educativa è un valore da preservare. Io garantisco il mio impegno nella difesa di questo diritto di scelta. All’ordine del giorno non ci sono interventi o modifiche sulla questione delle scuole paritarie.

Anche sul lato economico, con il potenziamento dei fondi o degli strumenti messi già in campo?
Faremo tutto ciò che serve per migliorare la qualità complessiva del sistema che comprende sia le scuole statali sia quelle paritarie.

Lei è al lavoro per giungere ad un accordo per il riconoscimento dell’equipollenza dei titoli di studio rilasciati dalle Pontificie Università con quelli del nostro sistema accademico. A che punto siamo del percorso?
Decine di migliaia di ragazzi studiano nelle università pontificie ottenendo titoli non riconosciuti dallo Stato Italiano. In questi anni, la questione è stata affrontata da un’apposita commissione. È ora di vedere i frutti di questo approfondimento e procedere con la ratifica di un accordo bilaterale che possa sanare questa situazione. Nel 2019, novantesimo dei Patti Lateranensi, ritengo si possa e di debba arrivare al traguardo.

Infine una domanda personale. Quali sentimenti ha provato varcando per la prima volta da ministro il portone di viale Trastevere, anche se da anni è stato chiamato a ruoli di dirigenza nella macchina amministrativa della scuola italiana?
Alla scuola ho dedicato tutta la mia vita. Sono molto orgoglioso di poter ricoprire un ruolo così importante. Le difficoltà da affrontare mi sono chiare ma conosco bene la materia. E poi so di poter contare sull’appassionato lavoro di centinaia di migliaia di uomini e donne che amano la scuola e il proprio lavoro: docenti, dirigenti, personale che si impegnano ogni giorno con passione per dare ai nostri ragazzi una formazione di qualità.