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Valutazione - Bisogna premiare il movimento prima ancora del risultato

18.09.2017 11:24
Categoria: Agenda 2017/18

"In tanti anni di insegnamento, fra scuole medie, licei, istituti tecnici ma soprattutto professionali, anche università, il ripetente mi ha regalato il maggior numero di soddisfazioni. Non lo dico per il gusto del paradosso. La ragione è molto semplice: siccome parte da zero, basta poco per fargli compiere un movimento utile." (Eraldo Affinati)

In tanti anni di insegnamento, fra scuole medie, licei, istituti tecnici ma soprattutto professionali, anche università, il ripetente mi ha regalato il maggior numero di soddisfazioni. Non lo dico per il gusto del paradosso. La ragione è molto semplice: siccome parte da zero, basta poco per fargli compiere un movimento utile. Spesso si rifiuta di avanzare anche di un solo millimetro, ma proprio per questo bisognerebbe riconoscergli ogni minimo progresso. Di sicuro nella sua storia il ripetente non è stato gratificato. La mancanza del riscontro positivo, che in una personalità meno fragile della sua non avrebbe costituito un problema, lo ha fatto sprofondare nel gorgo.
Stiamo parlando di un ragazzo speciale. Uno che respinge innanzitutto il sistema di valutazione cui viene sottoposto. Lo fa in modo istintivo. Ecco qualche esempio. Alla fine della terza media bisogna imparare a riconoscere gli aggettivi. Chi non ci riesce risulta insufficiente. Quelli che in prima superiore ancora non sanno le quattro operazioni non possono essere promossi. Se, dopo che ho spiegato la civiltà minoica, tu non la ripeti, io ti punisco con un due sul registro.
Questa è la cava dei ripetenti. Chi non si fa trovare pronto viene tagliato fuori. Poi c’è il problema del comportamento. Nello schema prefissato gli scolari dovrebbero stare seduti ai banchi dalle otto di mattina fino alle tredici o quattordici. Ognuno reagisce a modo suo: chi sa truccare le carte elaborando sofisticate strategie difensive e chi, privo di tali risorse, manda il tavolo a gambe all’aria. Romoletto, quando si stanca, si alza in piedi e, senza chiedere il permesso, esce dall’aula. Come i bambini portati a teatro: se si annoiano abbandonano lo spettacolo fra lo sconcerto degli attori, che restano da soli a recitare sul palcoscenico.
E noi quali rimedi possiamo trovare?
Bisogna premiare il movimento prima ancora del risultato.
Ci sarebbe da scriverlo a caratteri cubitali, quasi fosse l’Articolo 1 di una nuova costituzione scolastica.
La sufficienza raggiunta da Alessio, il quale, oltre a essere rapido e intuitivo, ha una famiglia unita e acculturata, è cresciuto in un quartiere benestante, sin da piccolo ha ascoltato le favole che la madre gli raccontava prima che si addormentasse, vale molto meno di quella conquistata da Marco, dalla comprensione un po’ lenta, che ha i genitori separati e chissà perché abita con il padre, resta seduto tutto il pomeriggio insieme agli amici sulle panchine della sua borgata, non va quasi mai in centro.
Il sei di Alessio conta poco. Marco è come se avesse preso otto: allora diamoglielo! già sento i mormorii: non dovremmo più far studiare le tabelline? Mettere da parte l’analisi logica? Rinunciare al genitivo sassone?
Neanche per sogno. Gli obiettivi da raggiungere andrebbero moltiplicati. Tuttavia, fossimo allenatori di salto in alto, sarebbe nostra cura alzare l’asticella di Alessio e abbassare quella di Marco.

da Elogio del ripetente (Mondadori, 2013)