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La tempesta perfetta di Aleppo

17.02.2016 19:14

Dopo gli "appassionanti" reportage dalla Siria inviati la settimana scorsa, Domenico Quirico (La Stampa, 17 febbraio 2016) ci descrive l'agonia di Aleppo "in un tempo che sembra infinito". Fino alla domanda estrema che il giornalista pone a se stesso e a tutti noi: "Forse è una colpa non aver saputo morire?"

Aleppo è tra il cielo e l’inferno. Era, ed è, per me che la vivo da cinque anni, un groviglio, una impervia salita all’eterno, un isterismo di terrori, di vanità umana, di nefaste ossessioni, di ostinati sconosciuti eroismi.
Quando vi arrivai la prima volta aveva appena cominciato a cavar sangue alle sue vittime, a patire la veglia lugubre del Tempo, a porre tutto in un colore di ombra che è tipico della nostra epoca; ed è il colore del riconoscibile dolore di ogni giorno, la vita come sappiamo che viene vissuta.
Aleppo è insieme Guernica e Stalingrado, Sarajevo e Grozny. Fare giornalismo lì, raccontare, per tanti cronisti che l’hanno scelta e amata quasi come una donna, nelle infinite piaghe, vuol dire raccogliere pietosamente le sue agonie, diventare eroe per forza della sua infusa tenacia, rivelatore della sua camera oscura, acciarino della sua terribile pietra focaia. Lì non puoi toccare le parole se non gli viene data una forma umana.
Raccontare Aleppo: piantine, avanzate, ritirate, comunicati, annunci. Non è così che capirete. Ci vorrebbe il pennello di Dürer, e le sue apocalissi, la furia lugubre del Greco con i suoi cieli di agonia.
In nessun altro luogo che ho attraversato si soffre di condanna mortale come ad Aleppo e l’accusa della realtà è unica qui, acuta e tenace. Non perdonano né le rovine di interi quartieri né le isole intatte; la sensazione è quella di esser stati colti in flagrante per ogni elemento umano che resta in noi e di essere in balia di testimonianze implacabili.
La guerra perfetta come una tempesta, crudele e padrona come se la Natura la muovesse, non più gli uomini. Il nostro tempo assassino si è dato appuntamento in quella terra rossiccia, in quel terreno dell’epoca terziaria da principio del mondo. Senti la presenza delle forze del Male che scivolano lungo i muri e schiacciano le dita contro le finestre pronte a stiparsi dentro. Per questo la sua storia, oggi che l’abbiamo tratta da un ipocrita oblio, è tanto feroce, ribelle e qualche volta traditrice.
Dio mio! Quanto tempo è passato: 2012, arrivavi in un mondo in cui le leggi della distruzione e della morte erano appena entrate in vigore, ancora stentavano a imporsi. Aveva cieli angelici questa città aggrappata alla pianura con le conchiglie bianche e giallastre delle sue case, delle chiese e delle moschee, la cittadella bruciata dal sole, in molti quartieri ancora rigurgitava di folla.
Andate ad Aleppo: andateci con la fantasia, con il cuore, con la rabbia, ora: scoscesa e come senza abitanti, burrascosa e recondita, terribile apparizione nella storia e sempre come morta. Costruita con pietre lunari e ora persa in dirupi lunari e posta dall’altra faccia del mondo in cui viviamo. Chi le ha offerto una mano, le ha detto: vieni, sopravvivi?
La vita ti scortica e alla mattina, nel fragore della artiglieria, ti trovi senza più pelle. E durante la notte ti senti trascinare verso l’abisso dell’ombra, precipitare nei suoi declivi di cemento triturato che un tempo erano palazzi e strade, obbligati a veglie da agonizzanti.
Nessun altro luogo ti dà una maggiore impressione di cattività che un giorno ad Aleppo. Con acre energia torna il pensiero che in quelle vie può abbattersi, da un istante all’altro, ancora la furia distruttrice della guerra: e più che l’orrore fisico il cervello sente con sensibilità acuta e palpitante l’offesa enorme di quell’assurdo.
Sono salito su un alto palazzo per guardarla di notte: la vita si è raggrinzita, è povera e triste, il piedistallo del cielo è cupo e si muove nelle angustie che lo stringono. Aleppo si trova vicino al cielo, è una città che vola: il suo cadavere bianco vi si riflette, rovesciato e spettrale. Bussi alle porte nella città vecchia profanata dal fuoco e dal cannone e risuonano vuote; e poi ti accorgi che, dietro, vi sono ancora uomini che si abbracciano, che sperano, che non sciupano neppure un attimo che resta loro.
Eserciti, rivoluzionari, banditi, fanatici, terroristi, essa porta il proprio mostro dentro di sé, senti la dissezione dell’anima, il rumore della fatica del tentar di vivere quando cadono le bombe e tutti si perdono nelle strade supplicando e impetrando.
Quattro anni dopo Aleppo è uguale a se stessa. Vi si sale per assicurarsi che esista e poi quando si è arrivati, e ci si vede circondati da panorami di infinita rovina, e di vita, non si è ancora certi di trovarsi o meno nella realtà.
La vita ad Aleppo ci strappa abilmente e crudelmente sempre qualcosa, ci lascia nudi con noi stessi e pensiamo che non riusciremo a ritrovare la strada che cerchiamo, perché in un luogo simile non vi sono più strade. I vicoli tra le rovine non conducono in nessun posto, se non a barriere di mattoni e di stracci. Lì dove gli Altri ci attendono. Le strade hanno inghiottito le strade, le pietre sono solo la prima pietra.
Chi sono gli abitanti di Aleppo? Devono la vita al loro eroismo di uomini comuni, sparuto residuo di una moltitudine (erano sei milioni cinque anni fa!): moltitudine dura, capace di resistere a un assedio sempre implacabile, di dentro e di fuori, assedianti che diventano a loro volta assediati nel furioso andare e venire degli eserciti. Perché Aleppo si è fortificata come un serpente attorcigliato e uno fa scudo all’altro. Aleppo agonizza in un tempo che sembra infinito. Forse è una colpa non aver saputo morire?