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La nostra lezione alla politica

30.03.2013 09:18

Una lezione alla politica. Così, per alcuni commentatori, il comportamento delle parti sociali consultate nel corso degli incontri, tuttora senza esito, per la formazione del nuovo governo. L'editoriale di Scrima su "Scuola e Formazione".

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La nostra lezione alla politica, di Francesco Scrima

Abbiamo chiuso il numero precedente nell'attesa di quale sarebbe stato l'esito delle elezioni, allora imminenti e nel frattempo svolte, con risultati che sono noti a tutti. Mandiamo in stampa questo mentre è in corso il tentativo di Pierluigi Bersani di formare in qualche modo un governo: in qualche modo è espressione di per sé sufficiente a dare l'idea di un clima in cui l'incertezza delle prospettive resta, paradossalmente, l'unico dato certo.

Insieme a quelli, così allarmanti, di una situazione economica e sociale che richiederebbe, scrivevamo qualche settimana fa, una politica "all'altezza" della sfida, capace soprattutto di raccogliere ed esprimere la necessaria coesione del paese. Parole che una distanza siderale separa dalla realtà, fatta di quelle che assomigliano terribilmente alle solite beghe di una politica miope e asfittica, paralizzata da veti incrociati, intenta prima di tutto a salvaguardare se stessa, al punto che persino gesti di doverosa sobrietà, come la riduzione degli emolumenti per alte cariche, lasciano comunque il sospetto di essere scelte subìte più che volute, imposte da circostanze esterne più che da un deliberato intento di rinnovare in profondità, non solo in superficie, metodi e costumi.

Sarebbero stati certamente più credibili, certi segnali, se dati per tempo, quel tempo che la politica ha avuto e che non ha saputo o voluto utilizzare, con un peccato di omissione di cui ha pagato duramente il prezzo.

Ora il problema è: come evitare che il prezzo ricada, invece, sul paese e sulle fasce più deboli, quelle che hanno sopportato maggiormente il peso di una stagione di rigore e pagherebbero per primi quello di una mancata ripresa della crescita, quindi di un ulteriore aggravarsi della recessione, in uno scenario inquietante già anticipato dai dati su caduta del PIL, ripresa del debito pubblico, pressione fiscale fuori controllo (e pressoché interamente sopportata dai soliti noti), disoccupazione che toglie speranza di futuro a intere generazioni.

Di fronte a questa emergenza, le forze politiche e i gruppi parlamentari appena costituiti sembrano continuare a parlare d'altro, in uno strano balletto la cui inconcludenza rende concreto il rischio di nuove elezioni.

Una vera e propria lezione, pertanto, è quella data nei giorni scorsi dalle forze sociali, consultate dal presidente pre-incaricato Bersani prima ancora dei gruppi parlamentari. Una lezione di politica alla politica. Non è la prima volta che accade: in altri momenti della nostra storia, tormentati e difficili, i sindacati seppero esercitare una funzione di "supplenza" della politica, allora sconvolta dalla bufera di tangentopoli, evitando il tracollo del paese. L’hanno fatto con accenti diversi, ma con un richiamo espresso in modo sostanzialmente unitario: un richiamo ai partiti perché assumano “comportamenti seri e responsabili, scelte adulte dettate dall’interesse generale” (Ugo Magri, La Stampa, 26 marzo 2013).

Non solo i sindacati, per la verità. Anche gli imprenditori, attraverso il loro leader, hanno usato espressioni forti per esternare la percezione di gravissimo rischio che vivono le imprese e con esse il lavoro. E se Susanna Camusso ha voluto affermare che i tagli nella politica sono necessari, ma non sufficienti a fermare la crisi; se Luigi Angeletti ha indicato come priorità la riduzione delle tasse sul lavoro, Raffaele Bonanni è stato particolarmente esplicito nel denunciare il rischio di un ritorno alle urne che potrebbe rivelarsi disastroso per un Paese lasciato senza governo in un momento di questa gravità.

"Tornare alle urne" - ha dichiarato Bonanni nel corso dell’incontro con Bersani - "porterebbe il populismo ad estendersi e il populismo porta sempre con sé atteggiamenti autoritari. Bisogna formare al più presto un governo: ci possono essere differenze forti, ma la politica è l'arte dell'accordo e della sintesi, e una classe politica avveduta e responsabile deve saper trovare la sintesi da offrire al Parlamento e al Paese".

Queste le priorità indicate dalla Cisl: riduzione delle tasse per famiglie, lavoratori e pensionati; dura lotta all'evasione fiscale, facendone un reato penale; tagli alla politica non solo simbolici, portando il bisturi a incidere laddove una politica invasiva ha occupato oltre il dovuto lo spazio della gestione di servizi fondamentali come la sanità e i servizi sociali.

La scelta di consultare le parti sociali è stata certamente apprezzabile, ma guai se fosse destinata a rimanere un fatto puramente ornamentale e di facciata. Per noi non lo è stata, l’abbiamo accolta e vi abbiamo corrisposto in continuità e coerenza allo “stile” che ci contraddistingue, fatto di visione e concretezza, capacità di confronto, responsabilità. Chiediamo a partiti e movimenti di fare altrettanto, perché la politica torni a fare il suo mestiere, e a farlo nella sua accezione più nobile, prima che il paese affondi.

Quale spazio può essere concesso, in un clima del genere, ai temi della scuola e della formazione? Non rischiano forse di essere ricacciati giocoforza in secondo piano, per la drammaticità di altre e ben più impellenti urgenze? Noi pensiamo che lo spazio ci debba essere, per la ragione – tante volte invocata – che la conoscenza sia da considerarsi risorsa decisiva su cui puntare, facendone il motore di una ripresa della crescita.

La buona scuola per rilanciare il paese, come recita uno dei nostri slogan congressuali, è espressione che contiene una precisa consapevolezza: non è una scuola genericamente intesa quella a cui si fa riferimento, ma una scuola capace di migliorare sempre più la sua qualità. Questo rende credibile e forte la nostra rivendicazione, diversamente condannata a non essere colta nella sua valenza di interesse generale per l’intera società. Ne siamo convinti e siamo pronti a confrontarci da subito con un governo e un parlamento che si mostrassero realmente disponibili ad assumere questo obiettivo, ad avviare un cambio di rotta delle politiche scolastiche da tempo necessario. Non ci sentiamo dunque fuori della realtà rilanciando questa nostra richiesta.

Nel frattempo cresce e si rafforza la consapevolezza del buon lavoro svolto in questi anni, avendo puntato esclusivamente sull’esercizio delle nostre prerogative per cercare e trovare soluzione ai problemi dei lavoratori che rappresentiamo, senza delegarle ad altri. Si può oggi constatare quale convenienza, quali vantaggi avrebbero avuto i lavoratori se non ci fosse stato, su temi come la difesa del salario, il contrasto alla precarietà, la difesa del ruolo contrattuale, un sindacato capace di compiere in piena autonomia le scelte necessarie, senza rifugiarsi nell’attesa di tempi migliori che si stanno rivelando sempre più ipotetici, sempre più incerti.

Anche questa può considerarsi una bella lezione, oltre che un segnale di fiducia e di speranza che la presenza di un sindacato come la Cisl può, anche in questi frangenti, rappresentare.

(Editoriale del n. 2/3 del 2013 di "Scuola e Formazione")